Lo stress negli animali come fattore valutativo

[Lo stress negli animali] 16 giugno 2016 | Un recente studio attesterebbe che la caccia con il cane produce meno stress negli animali rispetto a quella condotta senza l’ausiliare, con il risultato di uno stress 30 volte minore a favore della caccia ‘tradizionale’.

Lo stress secondo Selye, (coniatore del termine), corrisponde ad una risposta aspecifica degli animali al tentativo di resistere o adattarsi ad un insieme di influenze avverse per mantenere l’omeostasi. L’organismo dispone di meccanismi che gli consentono di proteggersi dai fattori stressanti, i quali possono essere fisici, oppure emotivi. Esiste, da parte dell’organismo, una risposta comportamentale specifica, diretta allo stimolo nocivo (stressor), ed una generale;  con quest’ultima l’individuo può comportarsi in due modi differenti e opposti: può reagire in modo attivo, optando cioè per lottare o fuggire (“fight or flight”), oppure reagire passivamente, (“freezing”) immobilizzandosi. L’organismo risponde allo stress mediante tre sistemi: il sistema ipotalamo – gonadi, quello ipotalamo – surrene e quello relativo alle catecolamine (adrenalina e noradrenalina). Gli ormoni prodotti alterano il metabolismo, aumentando la sintesi di glucosio a spese delle proteine di riserva, dirigono il sangue principalmente verso alcuni organi, modificano la digestione etc. Si riscontrano anche vasocostrizione, piloerezione e dilatazione delle pupille.
caccia all'orso in alberta L’aumento nel sangue di glucosio e di acidi grassi liberi provocano un aumento di attività dell’encefalo e dei muscoli (Terlow et al., 1997). L’aumento della frequenza respiratoria e degli eritrociti circolanti, aumentano ulteriormente la disponibilità di ossigeno (Dantzer e Mormede, 1979). Quando l’azione del fattore stressante si prolunga nel tempo, si assiste a quella che è stata definita da Selye come  “Sindrome Generale di Adattamento” la quale può essere suddivisa in tre fasi. Una prima fase detta “di allarme” promossa dalla presenza dello stressor in cui il soggetto riconosce il pericolo insito nello stimolo. Segue poi una fase detta “di resistenza” nella quale assume un ruolo fondamentale l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene dove viene messo in atto un complesso programma sia biologico che comportamentale che sostiene la risposta allo stressor. Questa fase può sconfinare in quella detta “di esaurimento”, nella quale si verifica una critica riduzione delle capacità adattative dell’organismo. In molte situazioni si assiste ad una  fase di adattamento dove l’organismo risponde allo stress adattandosi fino a farlo rientrare nei parametri fisiologi.

Secondo l’opinione comune la caccia che prevede l’utilizzo dei cani da seguita risulta essere quella che comporta un maggiore grado di stress. A questo proposito esistono una serie di studi, iniziati nel 1997 che risultano, considerati nella loro evoluzione, valutati nel loro complesso e nonostante alcune contraddizioni, dimostrare che l’attribuzione di caratteristiche di crudeltà e alto stress a questo tipo di caccia è spesso forzata e dettata più da pregiudizi che da dati concreti. Patrick Bateson e Elizabeth L. Bradshaw (1997) effettuano uno studio quantitativo sugli effetti fisiologici del cervo cacciato con l’ausilio dei cani. La prova si svolge nel Regno Unito (Exmoor e Quantocks), si confrontano 64 cervi cacciati con l’ausilio dei cani (si tratta di grandi mute) con 50 cervi uccisi da colpi netti di fucile. Lo studio rivela che i cervi cacciati con i cani presentano un esaurimento dei carboidrati che vengono utilizzati per potenziare i muscoli nella fuga, una distruzione del tessuto muscolare, secrezione rilevante di beta – endorfine, elevate concentrazioni di cortisolo tipicamente associate ad un elevato grado di stress, un possibile danneggiamento delle cellule del sangue nelle fasi precoci della caccia… Questi dati evidenziano come il cervo non sia in grado di far fronte ad un livello tale di attività imposta da una caccia effettuata con una muta di cani soprattutto perchè si svolge in tempi relativamente lunghi. Da questo studio si nota quindi come la caccia a questo cervide porti l’animale nella fase finale della sindrome generale di adattamento ovvero la fase di esaurimento. Visti i risultati ottenuti  il National Trust (ente che aveva richiesto tale studio) decise di eliminare la caccia di questo selvatico, se associata all’ausilio dei cani, in Exmoor e Quantocks.

caccia alla volpe Georgia Mason in un articolo di Nature del 1 gennaio 1998 sostiene la tesi formulata da Bateson e Bradshaw. Secondo quanto riportato da  Richard D. North nel 1999, Bateson ritiene che la rilevazione di alti livelli di cortisolo nei cervi abbattuti, sia sufficiente per determinare che questi animali soffrano di stress, e che lo stress sia misura sufficiente per rilevare sofferenza nel selvatico. Per North la presenza di questo ormone non indica inequivocabilmente lo stato psicologico di paura o terrore. E’ invece un ormone che indica elevati livelli di eccitamento, ed è presente sia quando l’animale si trova davanti a situazioni spiacevoli che piacevoli. Inoltre secondo lo stesso autore non basta rilevare la presenza di alti livelli di questo ormone ma è necessario determinare per quanto tempo questo ormone si mantenga a livelli elevati e come reagisce l’animale in tali circostanze. Wise nel 1999 espone le difficoltà che esistono nell’ interpretare i parametri fisiologici rilevati da Bateson come misure per calcolare i livelli di sofferenza e stress causati in un cervo cacciato con i cani. Lo stesso autore sostiene anche che nelle fasi precoci della caccia, il selvatico sia soggetto alla fase di allarme (prima fase della sindrome da adattamento) che tuttavia non può essere definita come uno sforzo continuo oppressivo e prolungato tale da portare ad uno stress inevitabile. North, facendo riferimento anche a quanto scrive Wise nel 1999, sostiene che il cervo cacciato presenti eccessi di paura e stress unicamente nella fase finale della caccia, fase in cui l’animale viene ucciso. Harris et al nel 1998 ritengono che qualsiasi cervo che venga cacciato e quindi inseguito una volta esaurito il glicogeno disponibile (carboidrati), si senta affaticato e con ciò si possa affermare che l’animale stia soffrendo. Lo studio sostiene tuttavia, che i cambiamenti riscontrati in questo selvatico nelle fasi finali della caccia sono simili a quelle che si riscontrano in atleti o cavalli sottoposti ad attività fisica intensa. Inoltre secondo North bisogna considerare che a questo stadio intervengono le beta – endorfine che limitano la sofferenza dell’animale, e che entro breve tempo l’animale viene ucciso. A differenza di quanto sostenuto da Bateson, riscontra come, animali che riescono a sfuggire alla caccia, vengano ritrovati mentre si alimentano o si riposano nelle stesse zone in cui avevano subito questa esperienza apparentemente debilitante.

Nel Febbraio del 2000 Basteson e Bradshaw pubblicano un altro articolo in cui sostengono che il benessere del cervo risulta più basso nella caccia che utilizza la muta di cani (hunting)  rispetto alla caccia che implica l’utilizzo del fucile e, al limite, uno – due cani con il solo scopo di rintracciare l’animale (stalking). Questo risultato è stato ottenuto facendo riferimento al fatto che tutti gli animali cacciati con l’ausilio di una muta di cani comportano un certo livello di sofferenza da parte del selvatico (nella fase finale), mentre nel secondo caso gli animali che soffrono sono solo quelli che, per un errore del cacciatore, scappano feriti.  Nel giugno del 2000 viene pubblicato il rapporto finale relativo all’inchiesta effettuata sulla caccia con i cani nel Regno Unito. La parte di questo studio relativa al cervo, effettuata da Bateson ed Harris (Animal Welfare Contract 7 of the Burns Inquiry), rileva una durata media di tre ore per quanto riguarda la caccia con i cani; gli autori ritengono che l’attività richiesta per sostenere tale tipo di caccia non rientri nelle normali funzioni svolte dal cervo considerando anche che i predatori naturali tra cui i lupi, impiegano un tempo più limitato per giungere sulla preda. Fanno notare come sia generalmente provato, da parte di diversi studiosi, che il motivo per cui l’animale verso la fine della caccia smetta di correre (durante gli ultimi venti minuti), stia nel fatto che a questo punto si riscontrano livelli relativamente bassi di carboidrati (glicogeno) nei muscoli. I livelli elevati di cortisolo non sono condizione sufficiente per ritenere che si tratti di stress in quanto la causa potrebbe anche essere data unicamente dall’aumento dell’attività fisica che si riscontra durante la caccia. Il fatto che esista un lieve danneggiamento del muscolo, alla fine della cacciata non può essere indicativo dell’intaccamento del benessere dell’animale.

cinghiale 1Bateson e Harris in questo studio ritengono che il danneggiamento delle cellule del sangue, riscontrato dallo stesso  Bateson nel 1997, sia un dato di difficile interpretazione in quanto nella prova effettuata tre anni prima si erano riscontrati problemi nei campioni utilizzati. La temperatura corporea del selvatico aumenta durante la caccia tuttavia Bateson e Harris rivelano che non esistono prove relative al fatto che questo incremento possa condurre ad una sofferenza da parte dell’animale. Per quanto riguarda gli animali che riescono a sfuggire alla cacciata, infine, non esiste alcuna prova scientifica che tali animali riscontrino, nei giorni o nelle settimane successive, stress di qualsiasi genere. Per quanto riguarda il benessere delle volpi, dal rapporto del 2000 si nota come si disponga di poche prove scientifiche relative allo stress causato dalla seguita su questo animale. Gli unici dati disponibili fanno riferimento a volpi inseguite all’interno di recinzioni che non si possono rapportare al selvatico in libertà. Il selvatico, durante la caccia viene inseguito per una media di 16 – 31 minuti, non è chiaro se l’animale sia catturato nella fase finale di esaurimento o se questo avvenga prima perché spesso, per un errore di valutazione durante la fuga, viene preso in un tempo relativamente breve da parte dei cani. Nel Regno Unito, prima dell’Hunting Act del 2004, la caccia alla volpe prevedeva che la seguita e l’uccisione stessa dell’animale venisse svolta dai cani: dal Rapporto del 2000 nella maggioranza dei casi, risulta che l’insensibilità e la morte dell’animale si riscontrano dopo pochi secondi, considerando anche la grande disparità esistente tra la dimensione e il peso del selvatico rispetto alla muta di cani.  Facendo sempre riferimento al rapporto del 2000,  la durata della caccia alla lepre, (anche questo selvatico veniva inseguito e ucciso dalla muta di cani fino al 2004) oscilla da mezz’ora ad un’ora e mezza anche se per buona parte della caccia la lepre non si rende conto di essere inseguita. Sembra infine, che anche in questo animale la morte sia quasi istantanea. La parte del rapporto sviluppata da Bateson e Harris (Animal Welfare Contract 7 of the Burns Inquiry) risulta incompleta, necessitava di un ulteriore ricerca, a causa della mancanza di dati sufficienti, questo il motivo per cui fu incapace di raggiungere una precisa conclusione relativa al benessere degli animali trattati.(autocritica straordinaria di Bateson ed Harris…che gli fa onore!)

Nel giugno del 2001 L. H. Thomas e W. R. Allen due membri della Royal College of Veterinary Surgeons scrivono un rapporto relativo alla caccia effettuata con le mute di cani facendo riferimento a quattro selvatici: la volpe, il cervo, le lepri e i visoni. Per quanto concerne le volpi questi autori sostengono che lo stress psicologico e la fatica fisica si riscontrino nel selvatico solamente durante la fase finale della caccia e che la volpe, non viene presa dai cani nella fase di esaurimento (ultima fase della sindrome generale di adattamento); ciò è provato dal fatto che l’animale, fino all’ultimo, attua un’ampia varietà di tattiche per evitare di essere catturata. La morte della preda, una volta catturata, avviene quasi istantaneamente. Gli stessi autori ritengono, per tutte le specie di selvatici analizzate, che sparare al selvatico con la carabina, causi una percentuale inevitabile di animali feriti (15%), soprattutto se ciò si effettua senza l’ausilio dei cani che potrebbero in ogni caso recuperare l’animale.

Sostengono anche che non ci sia alcuna prova scientifica nei quattro selvatici analizzati perchè si possa affermare che soffrano di un danno psicologico o patologico irreversibile causato dalla caccia o, almeno non più di quanto presentino allo stesso modo (come affermato da Harris et al nel 1998), un’ atleta o una cavallo da corsa nella fase maggiore di sforzo. Infine ritengono che la caccia con l’ausilio della muta di cani sia l’unico metodo che permetta di controllare e pertanto eliminare gli animali sofferenti presenti in una popolazione naturale come animali  malati o feriti. Stephen Harris nel 2002 scrive che per quanto riguarda le volpi, la caccia effettuata  con la muta di cani non è in grado di controllare, attraverso un prelievo sufficiente, la popolazione di questo selvatico perciò qualsiasi genere di sofferenza associata a tale caccia risulta inutile. Anche per quanto riguarda le lepri giunge alla stessa conclusione. Per quanto riguarda il cervo facendo riferimento a quanto detto da Bateson, secondo cui i disturbi fisiologici aumentano man mano che procede la caccia, sostiene anche che questo metodo non sia sostenibile in quanto la caccia effettuata da un predatore naturale risulta essere molto più breve.

  • Volpe – seguita di media intensità, di 16 min. – seguita di grande intensità di 2 minuti
  • Lepre – seguita di media intensità, trenta minuti – seguita massima intensità di 2 min.

Per quanto riguarda le ferite inflitte dal fucile, nel secondo metodo di caccia, dai dati raccolti risulta che:

  • Volpi ferite da fucili corrispondono in media al 50 %, se si considera che una percentuale dei selvatici scappano una volta feriti, lo scenario migliore prevede un tasso di ferimento pari al 10% (Welfare Aspects of shooting Foxes, Dr Nick Fox et al)
  • Il 17,7 % dei colpi sparati al cervo raggiungono l’area target (Urquat and McKendrick – Survey of permanent wound tracts in the carcasses of culled wild red deer in Scotland, Veterinary Record 2003)
  • Il 65% dei cervi colpiti da uno sparo, da una certa distanza, non incorrono ad una morte istantanea (corrispondenza tra Dr Thomas e Professore Allen – Membri del Royal College of Veterinary Surgeons)
  • Di questo 65 % la maggior parte muore in 4 minuti, ma considerare una percentuale di animali feriti pari al 5% risulta riduttivo (dato proveniente dal Rapporto di Bateson) e bisogna far riferimento almeno ad una percentuale pari al 15% (Valutazione di Edmund Marriage della British Wildlife Management).
  • Sulla base di quanto detto per le volpi si ritiene che una percentuale pari al 50% sia da considerare anche per le lepri (Valutazione di Edmund Marriage della British Wildlife Management).

Equazioni relative al benessere del cervo

  • La caccia con i cani: 100 cervi cercati e inseguiti da cani da seguita, uccisi da arma da fuoco con colpi sparati alla testa da breve distanza. Il benessere dell’animale è compromesso solamente durante le fasi finali della caccia, la durata di questa fase corrisponde a 15 min (lo studio della Joint University ritiene che non duri più di dieci minuti, dato confermato anche da ricerche più recenti non pubblicate). La morte è istantanea, l’animale riesce a fuggire se i cani non riescono a bloccarlo (chance), la qualità della carcassa ottenuta è massima.

                   100 unità (cervi) per 15 minuti = 25 ore  di benessere compromesso (stress e fatica).

  • La caccia con il fucile: 100 cervi colpiti da arma da fuoco. L’errore umano che conduce al ferimento del selvatico è pari al 5%, se si fa riferimento al Rapporto di Bateson e non ai, ben più attendibili dati della British Wildlife Management che sono il 15%. Inoltre sempre dal rapporto di Bateson risulta che per 11% dei casi occorrano due colpi per uccidere l’animale. Dallo studio della Joint University (Thomas e Allen) nel 70 % dei casi la morte non è istantanea.

                   100 unità (cervi) per un minimo di 15% di animali feriti = 15 unità

Si presume che un animale ferito soffra come minimo 50 ore prima di morire  (da una prova effettuata precedentemente, nel 1997,  si era stimato che un’animale ferito soffra 4 giorni ovvero almeno 96 ore, prima di morire)

                   15 unità per  50 ore = 750 ore di benessere compromesso

Lo studio conclude sostenendo che  la caccia con i cani è più naturale della caccia con la carabina per un fattore di un minimo di 30 (25 ore vs 750 ore).

Giancarlo Bosio

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