Etica della caccia: il testimone consapevole

[Etica ambientale] 15 luglio 2016 | Stefano Assirelli, noto selecontrollore toscano, sul delicato tema dell’etica venatoria in funzione del rispetto dell’ambiente, un tema troppe volte sottovalutato.

È quasi l’ora. Bum! L’aria lacerata dall’eco del colpo di carabina, restituisce una sensazione conosciuta. Prima la sorpresa, poi la consapevolezza: il mio compagno di caccia ha abbattuto il suo fusone di cervo. Di lì a poco vibra il cellulare:
– potresti venire qui da me, c’è un problema!-
-Dammi 30 minuti ma, stai bene?-
-Sì sto bene, ma fai in fretta!-

Prima di scaricare la carabina noto che un branchetto di 6 cervi fa ingresso nel campo dove si affaccia la mia altana, ma soprattutto che è presente tra loro la mia tanto attesa femmina sottile. Gli animali sono nervosi, circospetti ed io, che per un momento sono accarezzato dall’idea di sparare, rinuncio immediatamente al proposito, per il maggior valore della richiesta d’aiuto dell’amico in difficoltà. Rimetto velocemente “gli arnesi” dirigendomi verso l’auto. Sulla strada il mio (ex) amico è impaziente.
– Dai vieni, ho fatto un casino.-
-Cioè?-

La risposta mi appare in tutta la sua evidenza quando sul punto di sparo noto un grosso maschio con un palco a 16 punte regolare.
-Avevo visto il fusone, poi, si devono essere spostati.-
-Perdona ma, con quella poca luce a disposizione hai valutato bene l’animale prima di sparare, o hai premuto il grilletto in trance venatoria?-
-Ora non mi ricordo molto bene…l’emozione, la concitazione del momento…non saprei. So invece che adesso bisogna rimediare.-
-In che senso…rimediare?-
-Non vorrai mica che mi prenda da uno a cinque anni di sospensione per un errore che in fondo possono commettere tutti?-

Vedo mille scenari in quel momento, l’amico di una vita che ti chiede di essere complice in un’azione che non mi appartiene.
-È successo anche a me di commettere errori, chi non ne fa. Però non dobbiamo aggiungerne uno ancor più grave. Mentre chiamo il posto di controllo per avvertire del nostro arrivo, tu chiama gli altri per darci una mano a trasportare l’animale.- – Allora tu mi vuoi male! Non t’importa niente se mi sospenderanno dalla caccia al cervo…se fosse successo a te io…-
– Adesso piantala e vedi di ritornare in te! Pronto, sì, è stato abbattuto erroneamente un cervo adulto invece di un fusone, saremo lì tra un paio d’ore circa.-

Qual è il meccanismo che si è inceppato, ovvero che si è attivato in quel momento?
Credo fermamente che denunciare un atto venatoriamente scorretto sia un obbligo però indubbiamente pone una serie di problematiche difficilmente immaginabili dal basso della nostra scarsa cultura in materia. Per molti la denuncia è delazione, fare la spia è da infami e vengono subito richiamate alla mente immagini di faide mafiose e di esecuzioni sommarie. Certo la delazione potrebbe essere meglio digerita nel caso che i trasgressori fossero a noi sconosciuti.

Poniamoci alcuni quesiti cercando però di rispondersi con autenticità, per quanto si possa: quante volte ho assistito ad una marachella compiuta da un mio compagno di caccia e quante volte l’ho denunciato (se addirittura non sono stato connivente), ovvero quante volte mi sono messo di traverso, ergendomi a difensore dell’etica e della legge? Poi la stessa domanda mettiamola in relazione con la persona che ha commesso la marachella: è un compagno di caccia abituale oppure occasionale?

Come esseri (im) perfetti tendiamo a proteggere i nostri affini, così come per esempio la madre col figlio tossicodipendente; il fratello più grande con la sorella o il fratello più piccoli; dunque può essere ritenuto naturale sostenere (magari senza accettare ma fino a coprire) anche l’amico col quale si va a caccia da sempre.

Ma fino a che punto si può realmente arrivare? Qual è il confine, la soglia della personale tolleranza di fronte ad un’infrazione della norma, che nel caso di caccia, cozza inevitabilmente anche con l’etica della stessa?

D’accordo che non marcare il tesserino per mera dimenticanza non è grave quanto abbattere consapevolmente un capo di sesso diverso da quello assegnato o mettere lacci nei trottoi, ma non scordiamoci che noi siamo quelli che prontamente sfarettano agli ignari automobilisti che transitano il nostro opposto senso di marcia, per segnalare la presenza di una pattuglia. Eppure queste persone non le conosciamo, ma ci sentiamo in dovere di dimostrare solidarietà sociale a chi infrange la norma non indossando le cinture di sicurezza; a chi parla col telefonino all’orecchio; a chi transita senza l’assicurazione obbligatoria e non mi voglio dilungare circa l’utilità sociale che queste norme perseguono.

Questo senza considerare il fatto che la pattuglia potrebbe essere impegnata nel dare la caccia ad un ricercato segnalato nella zona. Provate ad immaginare cosa farà il tizio nel momento in cui si avvede del pericolo a seguito della nostra insistente e gratuita complicità.

La condotta del cacciatore deve essere comunque irreprensibile e tutti gli atti contrari alla norma e dico proprio tutti, devono essere stigmatizzati. Eppure la storia dell’uomo ci avverte con moniti che spaziano dalla Bibbia al Codice Penale, alla filosofia.

Epistole di Giacomo 4:17 – chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato- art. 40 c2 C.P. – non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo. Platone:- se si conosce il bene, non si può fare a meno di agire per il bene stesso.

È la posizione di garanzia che è imputata ad ogni consociato ed in questo caso il vincolo non è solo giuridico, ma assume connotati di costume che reagiscono ad una devianza al contrario, ovvero se denuncio, mi trovo ad essere la persona dalla quale stare alla larga diversamente da chi, in nome del “tanto che vuoi che sia” , fa perdere alla caccia quel poco di dignità che le è rimasto nell’immaginario collettivo.

Comunque non è solo l’accidia che va combattuta, ma l’idea stessa che a seguito di un nostro intervento in difesa delle regola, perderemmo irrimediabilmente l’amico (così come è successo a me), la faccia oppure entrambi, nell’accezione più ampia del rifiuto sociale. Chiunque si riconosca in questo proposito (mi auguro tanti e sempre di più) deve fare la cosa giusta, consapevole di quanto si difficile e compromettente. E la cosa giusta è intervenire nei modi e nei termini richiamati, in quanto altro sarebbe assumere, in sedi molto meno accoglienti, il ruolo di correo narrante; in quel caso avremo irrimediablmente perso anche il peso della coscienza.

Ma voglio lasciarvi con la risposta di uno studente, fornita in forma anonima al quesito posto da un insegnante: “cosa faresti se un tuo compagno procurasse un danno alla scuola e tu venissi a saperlo”. “Se mai un mio compagno dovesse provocare un danno alla scuola e io dovessi venirlo a sapere sinceramente non saprei cosa fare, certamente impulsivamente spalleggerei molto questo mio compagno, soprattutto se fosse un mio amico, questo perché non vorrei metterlo nei guai e probabilmente immaginerei se mi trovassi nella stessa situazione.
Pensandoci però sarebbe più giusto ‘denunciarlo’, questo perché sarebbe più rispettoso nei confronti della comunità che deve usufruire di questo servizio pubblico, e questo ‘danno’ provocato sarebbe un ‘danno’ per l’intera comunità. Penso che dapprima lo difenderei e starei zitto, ma più tardi proverei a parlargliene soprattutto se il danno provocato è consistente e le professoresse iniziano ad indagare sul colpevole, e cercherei di farlo ragionare sul fatto che sarebbe meglio farsi avanti e ammettere di essere il colpevole, anche perché se si dovesse arrivare ad un rimborso del danno che ricadrebbe su degli ‘innocenti’ non sarebbe affatto giusto nei loro confronti. Sinceramente non so cosa farei, dovrei trovarmi in quella situazione e valutare, ma penso che spalleggerei il mio amico. Spero di essere stato utile.”

Anche da questo esempio si può ricavare che l’idea di denunciare i comportamenti scorretti si trova fatalmente di fronte ad ostacoli rognosi, in quanto è cosa dura abbattere il muro di omertà che ancora alberga nel lato oscuro delle nostre coscienze. Ma noi resisteremo e cercheremo in ogni modo di presentarci fuori dalle nostre nicchie come brave persone che agiscono un diritto seguendo rigidi principi di comportamento, gestione e conservazione.

Solo non prestando il fianco agli elfi detrattori, pare lecito anelare la speranza che la nostra specie (venator erraticus erraticus) non si estingua, avendo così la possibilità di gustarsi ancora per un po’ le mille sfumature di verde che riempiono le ore della nostra passione.

Stefano Assirelli

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