Quando il cacciatore tradisce se stesso

[Etica ambientale] 22 luglio 2016 | Quando il cacciatore diventa bestia, cioè tradendo se stesso, arreca sofferenza inutile agli animali, in particolare al cane, suo prezioso e fedelissimo ausiliare. Questi ‘cacciatori’ vanno denunciati, fermati e isolati.

E’ di pochi giorni fa la notizia di un cacciatore denunciato per aver maltrattato il suo cane, un cucciolone di setter inglese. Nello specifico, il cane viveva isolato dal mondo all’interno di una struttura fatiscente e portava al collo un collare antiabbaio. Dalle dichiarazioni dell’uomo pare fosse del tutto inconsapevole delle sofferenze che stava arrecando all’animale.

Le fattispecie che possono rientrare nella definizione di “maltrattamento” riferita ai cani, limitiamoci a parlare dei nostri compagni di caccia e di vita, sono innumerevoli ed è probabilmente per questa ragione che il dettato normativo non entra nel dettaglio, ma definisce una cornice generale entro la quale sarà poi il giudice, in caso di denuncia, a valutare ogni singola situazione. Gli articoli del codice penale che più rilevano sono l’Art. 544-ter – Maltrattamento di animali “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro. La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi. La pena è aumentata della metà se dai fatti di cui al primo comma deriva la morte dell’animale”

E l’Art. 727 – Abbandono di animali “Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. Alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze”.

Bisogna subito rimarcare che il cane, esattamente come l’uomo, non soffre solamente per motivi fisici (malattie, percosse, ferite, ecc), ma anche per motivi psicologici. Su quest’ultimo punto è forse bene soffermarsi perchè troppe volte si dà per scontato che al cane bastino pochi accorgimenti, ciotola piena e tetto sulla testa, per stare bene. Non è così.

Partiamo dal presupposto che il cane è un animale sociale, esattamente come noi o, forse, anche più di noi perchè oltre ad aver bisogno di contatto con i suoi simili, ha necessità di relazionarsi con l’uomo. Non è un caso che sia al nostro fianco da migliaia di anni e che non vi sia per lui maggiore soddisfazione che fare cose assieme a noi. La condivisione con il suo padrone, il rendersi utile, il servire a qualcosa sono per i nostri quattrozampe la maggiore fonte di gratificazione e soddisfazione nella vita. Tutti possiamo rendercene conto, quante volte abbiamo osservato le lingue penzoloni, i musi stanchi, ma contenti dei nostri ausiliari dopo la caccia o l’addestramento! Da qui ne deriva che l’isolamento è tra le più gravi sofferenze psicologiche che si possono infliggere ad un cane.

Tuttavia per far sì che la condivisione sia positiva, bisogna che vi siano reciprocamente, tra uomo e cane, rispetto e fiducia. Rispetto e fiducia, ci giro poco attorno, significano zero botte, zero calci nel culo, zero punizioni inutili e incomprensibili al cane. Significano che noi non dobbiamo abusare del nostro essere più forti sui nostri ausiliari. Significa che dobbiamo essere in grado di capire che abbiamo a che fare con esseri viventi con una loro specifica individualità, con pregi e limiti dati dall’essere degli animali. A volte crediamo invece di avere a che fare con persone, pretendiamo che  ci capiscano sempre e comunque e perdiamo inutilmente le staffe!

Siamo responsabili del loro benessere e dei loro comportamenti, siamo e dobbiamo essere il capobranco, ma se in natura il capobranco prendesse a morsi o azzannasse tutti i suoi sottomessi, resterebbe in fretta da solo. Il capobranco è colui che si occupa di un gruppo con autorevolezza, non con la forza, e, dal punto di vista umano, anche con benevolenza.

Oltre agli articoli del codice penale che abbiamo citato, negli ultimi anni sono intervenute numerose sentenze sul tema del maltrattamento, vale la pena qui ricordare che, ad esempio, l’utilizzo del collare elettronico anti-abbaio costituisce una condizione di detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura (Sentenza 17 settembre 2013, n. 38034 della Terza Sezione Penale della Cassazione), è quindi vietato, rientrando nei casi dell’art.544ter c.p. E’ evidente che qui i giudici hanno preso in considerazione soprattutto il maltrattamento psicologico conseguente agli impulsi elettrici dati al cane. Impulsi le cui conseguenze sul comportamento (paura, ansia, aggressività..) del singolo soggetto sono imprevedibili. Pensiamo al caso citato all’inizio di questo articolo, le scosse raggiungevano il cane mentre era da solo e per punirlo di un istinto naturale, l’abbaio. Abbaio probabilmente provocato proprio da quell’isolamento in cui viveva e per richiamare l’attenzione di qualcuno. Una vera tortura!

Un’altra sentenza di Cassazione del 2016 (sentenza n. 21932/2016) si è occupata anche dell’utilizzo del collare elettrico da addestramento (in questo caso rinvenuto al collo di un cane da caccia), ma derubricando in appello il reato, che comunque sussiste, a contravvenzione, ossia facendolo ricadere sotto l’art.727 c.p. (anziché sotto il 544ter). Trattasi infatti, secondo i giudici, sì di maltrattamento, ma non di sevizie in quanto il livello e la durata di stimolazione del collare elettrico può essere regolato dal telecomando e non va ad intaccare organi vitali, escludendo in questo modo rischi per la salute fisica del cane. Però, e qui ritorniamo al nostro discorso, secondo la Suprema Corte con il collare elettrico vengono comunque inflitte sofferenze “psicologiche” (ndr) gravi e incompatibili con la natura degli animali. Ha pertanto sollecitato ad usare metodi “più consoni alla natura etologica dell’animale” e ha confermato al proprietario la contravvenzione per maltrattamento.

Valentina Calderoni

 

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