La voce nel segugio italiano: quantità e modulazione

[Pillole di segugismo] 29 agosto 2016 | Il lavoro del segugio italiano sul terreno si esteriorizza fondamentalmente in due manifestazioni, l’una visiva, l’altra uditiva: il movimento del corpo e la vocalizzazione.

Le emozioni che il segugio può regalare soprattutto nella fase di accostamento, ossia di avvicinamento al covo della lepre, sono trasmesse sia dal modo elegante e sinuoso in cui lo stesso si muove, quasi a danzare sul terreno (tramite il movimento di coda e di tutto il corpo), sia, in particolar modo, dall’emissione di voce che dovrebbe cambiare dal passaggio da una fase all’altra, sia nella quantità che nella qualità.

E’ fondamentale che il segugio smetta di vocalizzare quando perde l’usta del selvatico. La sincerità nella vocalizzazione è dote da valorizzare. Man mano che il cane si avvicina al covo, l’abbaio dovrebbe farsi più concitato, serrato, quasi affannato nella bramosia di arrivare alla lepre, ma sempre in maniera ragionata.

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Una voce apatica, monotona, che non cambia ritmo a seconda dell’olfattazione e del progredire dell’accostamento, o, difetto notevole, il continuare a dar voce anche in momenti in cui l’usta della lepre sia stata persa, sono elementi che dovrebbero essere penalizzati e scartati nel processo di selezione della razza, soprattutto durante le verifiche zootecniche.

Perché il lavoro del segugio è un lavoro di testa; e il percorso di avvicinamento al covo, dipinto col naso, col cervello e con i colori variopinti della voce, dovrebbe poter essere paragonato ad un filo continuo, attorcigliato ma comunque ricomponibile in un quadro, la cui complessità è l’elemento che contribuisce a donare quel tocco di mistero che solo la caccia alla lepre può donare.

Simona Pelliccia

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