Diari di caccia: l’apertura, un rito di emozioni

apertura-appiertoMi alzo pochi minuti prima che suoni la sveglia e questa cosa non mi sorprende, dopo tanti anni ancora alla vigilia di una caccia che penso possa essere soddisfacente non riesco a distendermi ed il pensiero va a quando da ragazzino mi sdraiavo vestito sul letto sforzandomi di non dormire per la paura che mio padre non mi chiamasse. Questa volta il viaggio è stato comodo, gli orari estivi ci hanno aiutato, sono in Romania, ormai meta abituale da molti anni, per l’apertura alle anatre. Scendo che i miei amici sono già giù nella sala dell’hotel, fremono, per un paio di loro è la prima volta, li porterò con me nel capanno, questa volta dovrò separarmi da Guido, mio fedele compagno di caccia e più che un fratello per me ed un po’ mi dispiace. Dopo un pessimo caffè aggarbato con un po’ di latte e del buon pane tostato con burro e marmellata preparato dal nostro accompagnatore ci infiliamo in due fuoristrada con barche a rimorchio, io con i nuovi arrivati e Guido in coppia con un altro abituè della Romania, Paolo. Siamo diretti sull’Olt, meraviglioso fiume che con le sue dighe e svariati laghetti naturali tante emozioni già mi ha regalato. Dopo una mezz’ora di strada percorsa insieme le auto si dividono, i capanni sono parecchio distanti per non disturbarci a vicenda. Arrivato sul posto, che ben conosco, inizio ad infilare gli stivali a coscia mentre un’aria tiepida sul viso mi ricorda che siamo ancora in tarda estate.

Gli amici sono già pronti a tempo di record con zaino in spalla, fucili e box di cartucce sottobraccio mentre io ancora sto per calzare il secondo stivale. Ci incamminiamo verso il capanno mentre Cristi, fidato collaboratore, ci segue con i due sacchi di stampi. L’appostamento è ben fatto, comodo per tre persone ma noto che le canne che lo ricoprono sono ingiallite. Chiedo a Cristi di tagliarne un po’ di nuove per rinverdirlo ed ai miei amici di aiutarlo. Nel frattempo maniacalmente inizio a posizionare gli stampi a secondo del vento, prima gettandoli in acqua e poi sistemandoli accuratamente ad uno ad uno ed infine il mojo, poco distante dal capanno. Questa è un’operazione che mai e per nessun motivo delegherei ad altri, una mia fissazione…

Sistemato per bene il capanno, anche questo meticolosamente, ci piazziamo al suo interno mentre il nostro amico accompagnatore si collocherà con la barca, per non arrecarci fastidio, 300/400 metri più a valle nel fiume per recuperare gli uccelli caduti in corrente. C’è chi nel frattempo si accende una sigaretta. Non sopporto più l’odore del fumo avendo smesso molti anni fa ma capisco ciò che si prova in questi momenti e faccio finta di niente intanto che si intravede il primo chiarore della prossima alba. Passa qualche interminabile minuto senza vedere nulla e noto le facce dei miei amici vicini che mi guardano preoccupate, sorrido tranquillizzandoli con un “è presto”. Improvvisamente una piccola ombra cala davanti a noi ma, seppur sforzandoci, una volta posata non si riesce a scorgerla e dopo pochi secondi, accortasi dell’inganno, scompare nel buio. Ora una pariglia ci gira in testa, sono grossi e lenti, ogni tanto fermano il battito, all’improvviso calano decisi, è il momento! Dopo i colpi giacciono sull’acqua trasportati dalla corrente ma non c’è tempo per seguirli con gli occhi, inizia infatti un susseguirsi di scene, sempre più chiare, di uccelli che incredibilmente sembrano calamitati verso di noi. I miei amici sono in estasi ed io pure, un altro anno di caccia è finalmente iniziato.

Alberto Lebreton

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