Tacchini selvatici in Oregon

Nell’immaginario di noi europei il tacchino, seppur selvatico, ricorda immancabilmente quel grosso goffo pennuto che qualche nostra nonna, zia, o conoscente contadina ingrassa nell’aia assieme agli altri animali da cortile. Pensare che il Tacchino selvatico (Meleagris g. gallopavo L.), importato in Europa dopo la scoperta delle Americhe, che popola l’altipiano messicano e gli Stati Uniti con sei sottospecie e una forma ibrida, possa dare grandi soddisfazioni venatorie, è cosa curiosa.

Dopo avere sbrigato poche pratiche burocratiche in un’armeria al costo di 114,50 $ sono un American Hunter a tutti gli effetti, con gli stessi diritti di un residente. Potrò cacciare per 4 giorni e prelevare un tacchino maschio adulto. La licenza comprende anche un numero illimitato di jack rabbit, cani della prateria, volpi, coyote e nutrie, cacciabili tutto l’anno in quanto nocivi. Mi sono fatto prestare da un amico un vecchio Browning cal. 12 a pompa, con una manciata di cartucce del 3; le armi sono detenute con molta facilità, basta essere maggiorenni e non avere precedenti penali gravi. È fine Aprile, sono in Oregon a Eugene e andrò nella contea di Douglas in prossimità della citta di Elkton. L’intera Contea, che si estende per 13.200 km 2, ospita poco più di 100.000 abitanti con una densità di soli 7,5 a km 2; una vera pacchia per chi, come me, da sempre è costretto a condividere la campagna con turisti, ciclisti, ambientalisti, motociclisti, fungaioli, tartufai e chi più ne ha più ne metta. Per avere un’idea della poca densità della zona basta pensare che un comune della Toscana meno abitata, Volterra, conta 10.500 abitanti in soli 253 km2 con una densità di 41,6 abitanti per Km2. Sono le 6 del mattino, Barret ed io siamo in un posto scordato da Dio a mangiare un burrito e a bere caffè; fuori dal locale è parcheggiato il nostro pick-up Chevrolet dell’84, aperto e con a bordo i fucili che nessuno si azzarderebbe a toccare. Ieri sera abbiamo telefonato a dei suoi amici che hanno una grossa farm e ci hanno autorizzato a cacciare nei loro terreni, perché questa è la regola a difesa della sacralità della proprietà privata. Ci hanno chiesto in cambio la cortesia di abbattere una decina di nutrie che stanno rovinando l’argine di un laghetto. In tarda mattinata passeremo da loro e ci presteranno un’arma appropriata per questa caccia; se per caso dovessero assentarsi, la lasceranno dietro la porta del fienile.

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Sta sorgendo il sole e di fronte a noi prende vita un mondo meraviglioso, colline verdissime orlate di conifere dalla forma perfetta, case non se ne vedono; sembra quasi un mondo inesplorato e questo crea in me una meravigliosa sensazione di solitudine. Saliamo su una lieve altura e cominciamo a scrutare col binocolo fino a intravvedere al margine di una radura un grosso maschio con il suo harem. Sono a settecento metri da noi e iniziamo il difficile avvicinamento. Sono molto vigili e furbi non è facile fregarli. Infatti, giunti a cento metri di distanza, ci vedono e scappano nel bosco. Io cerco di tagliare loro la strada mentre Barret li incalza, cercando di mandarli verso me. Nascosto dietro un cespuglio li vedo arrivare in fila indiana: il terzo è il maschio e appena a tiro sparo. La fucilata lo colpisce tra collo e petto e il grosso uccello, in un turbinio di piume e battiti d’ali, sue e delle femmine spaventate che fuggono volando agilmente, rimane al suolo.

Ecco sopraggiungere Barret eccitatissimo, il suo allegro vociare mi sveglia da questo meraviglioso sogno, mi abbraccia affettuosamente e mi propone un po’ di fotografie col mio primo trofeo di American Wild Turkey. Fatto ciò ci incamminiamo verso la fattoria di coloro che ci hanno permesso questa bella avventura, per abbattere, come promesso, le odiate nutrie.

Cacciare in Oregon, come in altri stati Nord Americani, provoca in me, cacciatore europeo, un senso di inebriante libertà, talmente presente da far passare in secondo piano la cattura delle prede. Poche ma essenziali regole da seguire e ridottissima burocrazia fanno sì che il cacciatore possa gustare quel sapore antico e surreale, tipico di tempi passati, in Italia oramai dimenticati.

Enrico Tucci

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