Il cacciatore e la Beccaccia, tra etica e romanticismo

Fa molto freddo. Il vento gelido suggerisce una visita a canaloni nei quali una beccaccia potrebbe trovare riparo. Scendo dal fuoristrada. Arno, mio setter da tre anni, non ha il tempo di correre a perdifiato come è solito fare. Nel primo bosco, quasi pulito, si produce in una ferma statuaria. L’assenza di sottobosco non fa reggere la ferma alla beccaccia che infatti si invola. Intravendo la beccaccia a un centinaio di metri da me e dal mio fucile. Guardo il mio cane con disappunto poco prima di vederlo riabilitarsi in una splendida azione. Prossimo a un orgasmo olfattivo, inizia a far fremere la coda, poi rallenta con fare sospettoso per irrigidirsi poco dopo su un precipizio. Il canalone è profondo e le pareti sono ripide.

Il fondo, interrotto dai tronchi e dai tanti rami accatastati chissà come e quando, non consente alla piccola vena acquosa un plausibile sfogo, garantito soltanto dal dislivello. Sono dietro di lui. So che questa volta la beccaccia è inserita tutta nel suo tartufo. Se potessi io annusarlo, saprei che odora di lei. Lo guardo e lui contraccambia in segno d’intesa. Le narici aspirano ciò che le penne e piume emanano in una commistione di sensi e odori. Questa volta il cane ha avuto il sopravvento sull’uccello in quella tenzone atavica che fa sì che animale e preda finiscano per compenetrarsi prima di un evento crudele.

Gli attimi che precedono una tragedia sono intensi, inebrianti, unici. Stringo a me il fucile che non vorrei ma che porto per legittimare il mio essere cacciatore di una preda e, in questo caso, di una beccaccia. Anche lei in questo preciso momento sa di vivere un dramma ma vorrei tanto che non ne fosse consapevole o che consideri questo come uno dei tanti momenti critici della sua vita. Forse non avrebbe voluto nascere, ma lo è per quella strana regola che vuole che chi è al mondo procrei, come lo hanno fatto i suoi genitori. Forse non ritiene giusto che da sempre ci si debba difendere per sopravvivere.

La beccaccia sa di essere sorvegliata da uno strano animale di cui non avverte più lo scampanellìo del campano. Il luogo si fa surreale. Se non spirasse il vento, il silenzio incarnerebbe quello perpetuo nel quale anche le beccacce troveranno rifugio finalmente lontano dagli storici nemici. All’improvviso non sembra così lontana quella pace mai evocata prima.

Si ritrova piccolo involucro ricoperto di penne, quelle penne che in tanti, troppi frangenti, le sono state d’aiuto, e che ora, più che credenziali di certezze, lo sono di speranze… esili chimere. All’improvviso sente il freddo che penetra sgarbato negli anfratti, fra penna e penna, piuma e piuma, sino a diventare insopportabile. Non era mai accaduto. Sempre il suo corpicino si era difeso e messo al riparo degli eventi meteorologici… le piume l’avevano protetto, ma ora non più. Il freddo è incompatibile con la vita. Il gelo dentro di noi ancora di più.

Sa di essere fissata da occhi, ma soprattutto avvertita da un essere non ben identificato, un animale forse alle dipendenze di un altro animale, forse di quell’uomo di cui ha sentito parlare con terrore. All’improvviso, a questo pensiero, avverte il pericolo e calcola di avere a disposizione solo pochi attimi per una decisione che prelude al suo destino. Gli ostacoli da frapporre fra lei e gli antagonisti sono costituiti da alberi poco frondosi e il volo repentino da slalomista che l’ha sempre premiata, sarebbe stato ora più complicato. Anche l’alzarsi a perpendicolo per raggiungere l’alta quota sfruttando i fattori sorpresa e rapidità, non sono da prendere in considerazione in quanto è attesa al varco.

Decide per un involo basso e radente contando sul mimetismo della livrea simile al fondo del canalone. Le pare l’unica chance. Il cuoricino palpita con più vigore, pompa sangue alla periferia, agli arti e alle ali, il sangue porta ossigeno e calore in questo estremo anelito a cui si aggrappa alla vita. Le ali la sollevano da terra proiettandola in alto non dando più spazio a piani e pensieri. E’ diretta a capofitto verso il basso, rimane rasente al suolo ma poi deve riemergere per l’ostacolo insormontabile di un tronco maledetto a suo tempo vittima di un fulmine in una notte di saette. Si alza rapidissima pensando di essere fuori pericolo. Un boato echeggia ma un secondo risulta ancor più terrificante. Sente fitte e dolore.

Alcune penne l’abbandonano roteando come fiocchi di neve, le energie si annullano, il sensorio si obnubila, il cervello cessa di dirigerla, sente di precipitare. Avverte di morire e di essere arrivata alla fine di un principio che non avrebbe mai voluto iniziare. Il cane accorre, le fauci l’addentano avide ma lei sarà insensibile. Il cacciatore la riporrà nella cacciatora ma lei non si riconoscerà. Non importerà più nulla delle sue spoglie anche disonorate e umiliate. Chissà, forse anche a quel cane e a quel cacciatore a tempo debito sarà riservata ugual sorte… Lei questo però non lo vorrà. Presto la lunga notte cospargerà di oblio ogni cosa.

aC | Pietro Cortellini

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