La cerca al Capriolo nel Chianti fiorentino

Quando nel 2003 iniziai l’avventura della caccia di selezione, fui inserito in un gruppo di poco più di 20 cacciatori che da anni si spartivano circa la metà del territorio del Chianti fiorentino denominato Greve 1.

Ero abilitato a più specie, ma il primo anno mi fu permesso solo il capriolo e da punto sparo fisso. Esaminai tutte le zone libere su cartine ben dettagliate scegliendo una zona accessibile e ricca di radure. Non calcolai però che le rilevazioni e i disegni delle mappe risalivano a decenni prima e che i prati e le radure non esistevano più, in quanto invasi da arbusti e ginestre. Trovai comunque una piccola tagliata di castagno che mi permise di costruire un’altana dalla quale sparare in un raggio di 180° e a non più di cento metri.

Il primo anno dei due caprioli assegnati ne prelevai solo uno, ma con immensa soddisfazione. Dal secondo anno mi fu permesso di cacciare alla cerca e all’improvviso mi si aprì un mondo nuovo. Formarsi come cacciatore di ungulati in zone come le colline del Chianti fiorentino ritengo sia molto impegnativo e allo stesso tempo altamente istruttivo.

Questa zona differisce per le sue peculiarità da tutto l’arco alpino dalla dorsale appeninica, essendo caratterizzata da grandi estensioni di boschi cedui, da qualche pineta e da fitta macchia di eriche, rovi e ginestre. Pochi i campi stabili da foraggio tipici della collina emiliana o romagnola e nelle radure presenti quasi sempre si trovano vigne e oliveti, zone spesso recintate e in ogni caso non molto adatte per tiri puliti. L’abbandono delle campagne non adatte alla viticultura con conseguente aumento della vegetazione, ha fatto sì che si sia costituito un ambiente difficile alla caccia di selezione con la tecnica della cerca e solo dopo anni di esperienza il cacciatore può ritenersi all’altezza di praticarla.

Nella caccia da altana o da appostamento si crea una condizione di vantaggio sul capriolo. Attendendo una sua uscita allo scoperto si ha il tempo necessario per valutare la preda, regolare l’ottica, azionare lo stecher, mirando in comoda posizione, sparando con la quasi certezza di abbatterlo e nel caso di un ferimento valutarne la gravità in base alla reazione sulla fucilata. In ogni caso stando attenti a non fare troppo rumore siamo a distanze sufficienti per non allarmare il capriolo e indurlo alla fuga.

Utilizzando la tecnica della cerca, invece, si entra nel loro mondo diventando così dei veri e propri predatori. Il tempo per reagire alla vista del selvatico si accorcia inevitabilmente e per avere un risultato soddisfacente dobbiamo mettere in sinergia tutta una serie di fattori indispensabili.

Dobbiamo conoscere profondamente il territorio e la biologia del capriolo, indossare un abbigliamento silenzioso, utilizzare armi leggere, munizionamento con ogive tenaci che possano attraversare indenni almeno una frasca, ottiche essenziali con reticolo ben visibile e semplice, scegliere le condizioni ottimali del bosco per evitare di allarmare con rumori o il proprio odore il selvatico.

Se le caratteristiche dell’ambiente non sono stravolte dall’uomo, si garantisce per anni il susseguirsi di generazioni di caprioli consentendo loro, in quanto territoriali, di replicare le stesse abitudini delle precedenti e ciò permette abbattimenti negli stessi siti e in maniera pressoché identica anno dopo anno.

Premesso ciò, la prossima volta vi racconterò una giornata di caccia che, a mio giudizio, rispecchia tutto ciò che ho anteposto e che può dunque essere definita da manuale.

aC | Enrico Tucci

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