La funzione del cacciatore cinofilo nell’era del setter inglese

Era il tempo dei bracchi italiani in pianura e degli spinoni italiani nell’acqua, in montagna o in quei territori di caccia molto ricchi di roveti e fitta vegetazione, apparentemente inespugnabile. Ma non per il pelo e la generosità caparbia dello spinone italiano.

Tutto iniziava con una fitta rete fatta di rapporti sociali ormai consolidati. Non necessariamente dovevano essere cani con il pedigree e con alle spalle presunti campioni pluridecorati da giudici improvvisati che, troppo spesso, fanno l’occhiolino all’allevatore più spregiudicato.

Si iniziava quindi da cuccioli, con pazienza e dedizione, dedicando a quella nuova esperienza almeno un ora al giorno. Prima i comandi di base, alternati a qualche breve passeggiata in campagna, poi  i primi rudimenti della ferma: gesti nobili, antichi, puliti, elementari che erano però in grado di rievocare nel cane quella millenaria memoria fatta di attimi passati a fianco del padrone nell’erba alta, con il tartufo al vento.

Si incominciava a primavera, con i primi tepori, con le quaglie fatte partire dalla mano nei medicai. Così il cane imparava a seguire, ne veniva corretto l’eventuale impeto giovanile e si misurava con una sorta di rudimentali rimesse. Arrivava così il primo autunno con il nuovo cucciolone, con le immancabili numerose padelle per gli inevitabili errori di gioventù. Ma alla quantità del carniere si anteponeva il percorso di crescita venatoria del cacciatore che, ovviamente, cresceva con il cane, percorrendo quelle tappe che facevano di una “semplice” doppietta un esperto cinofilo, sicuri del fatto che i carnieri di qualità sarebbero venuti.

Che fossero bracchi o spinoni non vi era differenza: non esistevano collari elettrici, beeper o GPS satellitari ma solo bretelle, lunghe e campani. Oltre all’immancabile fischietto in legno o in corno da usarsi sempre con estrema tirchieria. Il cane una volta privato del collare e indossato il dolce campano, muoveva timidamente solo gli occhi al comando “stai!”, fremendo con sguardo umano, prima del “vai!”, che era una vera e propria liberazione: lunghe trottate diagonali veloci, alternate a timidi momenti di galoppo, eretto, ad annusare l’aria, in una italianità marcata e incredibilmente affascinante, progenitrice dei moderni continentali come confermano Brunetto Latini nel 1260 e Dante Alighieri agli inizi del 1300.

Quel progressivo rallentare sull’emanazione, che permette al cacciatore di aumentare il passo e alla piuma nobile di non subire una troppo vivace pressione che porterebbe ad un pedinamento anticipato. Sembra fatto per l’ambiente delle nostre campagne, con vaste aperture di stoppaie ed incolti inframezzate dai boschetti, il bracco italiano, così come anche lo spinone, troppo spesso ingiustamente giudicati lenti. Così passavano gli autunni e il cane maturava, fino ad incontrare sempre più spesso i fagiani ed a fermarli, con la malizia tratta dall’esperienza. Dal tempo che con pazienza avremo dedicato al cane e al numero di incontri che avrà potuto realizzare.

Fagiani veri, non quelli lanciati qualche giorno prima (quando va bene) e che si sono alimentati in mangiatoie automatiche e che sono inabili al volo: polli dai colori sgargianti e le piume allungate. Niente di tutto ciò, ma autentici protagonisti del bosco, animali abilissimi e scaltri, brevi pedinatori e sempre pronti al fragoroso frullo. Insomma, fagiani autentici, quelli che in molti hanno dimenticato che forma hanno. Poi arrivavano le starne. E salendo, nella scala gerarchica delle difficoltà, si cercavano i frullini per preparare i cani alla beccaccia e, chi poteva, ai tremendi beccaccini.

Tempi andati, realtà ormai rarissime, per pochi fortunati. Mi rendo conto. Forse è proprio questo il motivo che mi ha spinto ad aderire al progetto di una grande Azienda Faunistica Venatoria dove tutto ciò è ancora possibile. In una parola selvaggina vera, che mi permette di seguire la naturale funzione del cacciatore con il cane da ferma: la cinofilia venatoria. Un sistema di gestione agraria e faunistica efficace e soddisfacente, lapalissiana conferma dell’ormai irrinunciabile abolizione dell’articolo 842 del Codice Civile, vera spada di Damocle puntata sulla nuca dei cacciatori, che nel tempo ha reso inopportuni alla caccia moltissimi territori italiani.

Guardatevi intorno, con obbiettività. Quanti sono gli ambienti rimasti intatti e dove si possa dire che le condizioni siano ottimali per la caccia con il cane da ferma ? Eccetto la beccaccia, vera e propria panacea a molti mali che affliggono la gran parte degli ATC italiani, da Nord a Sud, quanti possono dire di avere starne e fagiani autentici ? Quanti suppliscono all’assenza con delle pernici che si possano dire regine della collina impervia? Quanti, oggi, possono affermare senza timori di smentita che possiedono cani confidenti con le coturnici ?

In occasione del consueto pranzo dopo l’uscita in campagna, dove vicino al camino si dialoga amabilmente mentre i cani ai piedi si godono il meritato riposo, recentemente ascoltavo un ospite che proponeva una interessante riflessione che faccio mia, riproponendola a tutti i lettori che hanno avuto la pazienza di seguirmi fino a questo punto: se il cane da ferma va scelto in base all’ambiente di caccia e alle prede d’elezione perché in Italia vi è stata una esponenziale crescita del setter inglese ?

La moda della grande cerca ha sicuramente, affascinando molti, inciso sulla scelta di molti cacciatori soprattutto tra i più giovani, ma… non è che il setter rappresenta la risposta più semplice, quasi banale, dei cacciatori, al progressivo peggiorare delle condizioni dell’ambiente di caccia italiano ? Cani da crescere in fretta, che in poche uscite “fermino” un po’ come viene quei quattro fagiani e se capita diano fastidio ad una lepre. Che aprano in fretta in campagna, battendo più territorio possibile, magari prima degli altri. Se poi fermano un fagiano lanciato a cinquecento metri c’è sempre il beeper o il satellitare.

Un cane “brucia campi” che cerca forsennato un pollo dalle piume lunghe. Un uomo che corre dietro al cane, quando è fermo, per premere il grilletto su un animale che a mala pena riesce a compiere dei balzi sbattendo le ali. Non di certo un’immagine edificante, rapportata all’istantanea della caccia di qualche decennio fà.  Se questo è il tasso medio dell’esperienza cinofila del cacciatore italiano è evidente che c’è qualcosa che non va. Forse bisogna tirare una linea e ricominciare da capo, iniziando a spiegare con chiarezza, in particolare ai giovani, che le prove hanno poco a che fare con la caccia. E magari con un ritrovato orgoglio tutto italiano e con un nuovo modo di concepire e gestire gli ambienti idonei alla caccia per un futuro più dignitoso della cinofilia venatoria.

aC | Enzo Sartori

RIPRODUZIONE VIETATA anche parziale senza il consenso scritto dell'editore   -   © acaccia.com   -   Tutti i diritti riservati. All rights reserved.

Leggi anche gli altri articoli di Stanziale

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Regole di comportamento per i commenti. Vengono cestinati commenti fuori tema, provocatori, privi del dovuto rispetto per le opinioni altrui, con contenuti maleducati o offensivi e non in linea con il tenore della discussione, insieme a tutti i messaggi provenienti da indirizzi irregolari. Non è consentito pubblicare link terzi e scrivere testi in stampatello. L'attività dei moderatori è insindacabile e inappellabile compresa la chiusura dei commenti e il blocco di un utente. La pubblicazione di un commento implica l'automatica accettazione di queste regole e delle norme "Nota legale" del giornale.
Per inserire un'immagine personale, registrarsi con lo stesso indirizzo email al sito: http://it.gravatar.com