Diari di caccia: la cacciata della casera

Se con la memoria ripercorro i ricordi di bambino scopro che il periodo invernale era scandito, almeno per me, da due momenti ben precisi: la nebbia che, con il favore del sole timido del dopopranzo iniziava a montare, dai primi campi arati, nel pomeriggio del giorno dei morti, quando, con il maglione pesante e i guanti e mezzo dito, accompagnavo il nonno in cimitero nella tradizionale visita ai defunti.

Immediatamente dopo al breve momento di silenzio seguivano una serie di visite, ad amici, conoscenti e parenti, occasione da me attesissima perché, finalmente, potevo gustare le favette dei morti. Fin da bambino ho avuto una particolare predilezione per quelle alla vaniglia, bianche, scartando opportunamente, se potevo, quelle alla fragola e al cioccolato. E perché quei gesti elegiaci sancivano, in modo inequivocabile, nel mio autunno di bambino, il mese più fruttuoso per la caccia alle anatre in valle, in particolare ciòssi e sarsegne.

Altro che Hallowen! Seguivo affascinato i discorsi sommessi degli adulti, in rigoroso silenzio, con il frequente intercalare in dialetto locale, al tepore della fuoco del camino, rannicchiato nell’angolo del caosfondro.

L’altro era un momento che vivevo sempre con una certa tristezza. Immediatamente dopo il Natale, difatti, nella tenuta di caccia di campagna, in un campo di terra battuta, si approntava la croce, cioè quel rudimentale impianto di pali in legno necessario ad ammucchiare e trattenere le ramaglie delle potature, ammassate in modo da creare un cumulo alto diversi metri.

Mio nonno mi svegliava presto, alla mattina, con una carezza: – Vestite, che ancùo i mète a croxe -. L’autoradio della Mercedes C 126 sputava fuori “La canzone del sole” di Lucio Battisti. Ed io ci misi poco a comprendere che quello era il momento in cui, purtroppo, finiva tutto.

In campagna ad attenderci vi erano i contadini della zona e il prete che benediva quei pali di legno. La mattina proseguiva con una lunga uscita di caccia, che coinvolgeva anche Don Diego, che aveva ereditato i parrocchiani di Don Remigio “Carneval”: un omone alto due metri, ex pugile, appassionatissimo di caccia e di belle donne, con il toscano sempre in bocca, le scarpe bucate e le maniche della tonaca rimboccate al gomito, che non si capì mai grazie a quale “Santo in paradiso” per oltre trent’anni riuscì a fare riformare i ragazzi della zona, al prezzo di quattro galline e qualche fiasco di vino, escludendoli dalla leva militare obbligatoria.

Si rientrava a pranzo, occasione in cui si assaggiava il salame del primo maiale dell’autunno, quello ucciso con la luna di novembre, accompagnato da abbondati bicchieri di Raboso. Nel frattempo i contadini avevano finito di ammassare le ramaglie per la casera, il grande fuoco che tradizionalmente nell’alto veneziano si accende nella notte del 05 gennaio. Tradizione vuole, difatti, che debbano passare almeno otto giorni dalla benedizione del prete e l’accensione del grande fuoco, reminescenza delle antiche origini celtiche, a cui per secoli erano affidate le speranze per le sorti del raccolto.

Già in quegli anni il nonno dava precise disposizioni: si potevano cacciare le starne, diffidenti e nervose alla presenza dei cani, i maschi di fagiano, le beccacce e gli ormai rari beccaccini, oltre alle specie migratrici seppur piuttosto sporadiche in quest’epoca. Qualche gallinella e qualche folaga nei numerosi canali e le elusive volpi. Assoluto divieto di sparare alla lepre e alle fagiane, la cui caccia veniva inderogabilmente sospesa il giorno di San Martino, l’11 novembre.

La mattina del 5 gennaio, assistevo all’ultima cacciata della stagione in campagna. Era un’uscita caratterizzata dalla presenza degli amici più intimi e da qualche sindaco della zona. Più raramente qualche esponente delle forze dell’ordine. Una cacciata dura, difficile, faticosa. Il terreno spesso presentava ampie zone allagate dalle piogge dei giorni precedenti, molto fango, animali molto difficili e freddo intenso. Trascorrevo la giornata in campagna, scaldandomi vicino al camino, finché con il calare delle tenebre, giungeva il momento: la famiglie della zona arrivavano con la tradizionale pinsa, il dolce tipico del periodo dell’epifania. Al parrocco veniva fornita la torcia di stracci imbevuti di benzina e si accendeva la casera o foghèra.

I vecchi della zona, raccolti in capannelli, con gli occhi rapiti dalle fiamme e le gote arrossate dal calore intenso, in attesa di guardare da che parte si levava il fumo, ripetevano: Fuive verso sera poenta pien caliera. Fuive verso matina poenta molesina. Fuive a meodì poenta tre olte al dì. Fun a bassa poenta pien cassa. (*)

I cacciatori sparavano dentro al fuoco – per evitare che gli spiriti escano – dicevano. La serata proseguiva nelle case di campagna, con una cena a base di minestra di fagioli e cipolla con la cotica del maiale, salame, formaggio, cotechino e ossa con il sale grosso oltre all’immancabile polenta, tagliata con il filo.

Si concludevano così le feste del mio essere bambino e, con rinnovata nostalgia, le stagioni di caccia in aperta campagna a fianco di mio nonno.

aC | V. T . A.

 

ciòssi e sarsegne: fischioni e alzavole
caosfondro: la parte di camino esterna al perimetro murale della casa, spesso di forma circolare, rettangolare o, più raramente esagonale
Vestite, che ancùo i mète a croxe: vestiti, che oggi mettono la croce
Carneval: per indicare un uomo vigoroso, forzuto
Raboso: vino rosso tipico del Veneto orientale, anche in varietà frizzante
Pinsa: dolce locale del periodo dell’Epifania
Casera o Foghèra: sinonimi, termine usato per indicare il fuoco che si accende nella notte del 05 gennaio
[1]: detto popolare, Faville verso ovest calderone pieno di polenta. Faville verso est polenta molliccia.
Faville verso sud polenta tre volte al giorno. Fumo verso sud cassa piena di polenta

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