La caccia ai giovani

“Tutto nella vita passa velocemente come gli uccelli”, scriveva senza nostalgia, ma come un’esortazione Eugenio Barisoni terminando i suoi racconti. E lui, – cacciatore nato – di passi e di passaggi ne aveva fatti veramente tanti, dal fiume al bosco, dal padule alla risaia, da una bevuta ai cani, e poi di nuovo per i sentieri del bosco, nella sua Bella vita vagabonda, che è anche il titolo di una sua raccolta di racconti, oltre che l’espressione reale del suo fortunato vissuto venatorio, il racconto epico di una gioventù, con la sua ansia di vivere e di bruciare esperienze, anche di caccia e di pesca.

Una caccia certamente molto più ricca di ora, vissuta in tutte le sue espressioni e con tutti i suoi selvatici, e dunque con le lepri, le starne e le quaglie, i fremiti dei cani, le volpi, le pernici e i beccaccini, e poi alzavole e codoni, fischioni e moriglioni, in una girandola di animali, paesaggi ed avventure impensabile al giorno d’oggi, tra i greti dei fiumi col fluire incessante della corrente, sempre in movimento, od improvvisamente stagnanti come in un chiaro, come succede in alcune fasi della vita di ciascuno.

Conoscere la narrativa venatoria forse non sta tanto nella sua poesia, pur sempre presente per chi la sappia cogliere, quanto piuttosto nella memoria del passato e dunque nel paragone al quale esso ci sprona: la certezza di non essere più gli stessi, di essere cambiati così come è cambiata la natura attorno a noi. Forse da questo tempo che si affretta senza sosta ci salva proprio la caccia, e le emozioni che essa ci restituisce intatte anche a distanza di mesi e di anni, da una stagione all’altra.

“Ma le emozioni sono quelle di allora, le stesse che mi causava il pettirosso quando restava nelle tagliole e che ora mi guarda curioso volando da un ramo in terra e di nuovo sul ramo per vedermi meglio e cercare di capire chi sia questo strano fantoccio avvolto in una giacca di velluto e sulla testa uno strano cappello a vaschetta calato sul volto, la sciarpa a quadretti, gli occhiali chiari come quest’acqua che scorre saltellando tra le pietre e sui miei stivali in fondo alla frana.” – scriveva Alfredo Lucifero, calabrese fortemente legato alla sua terra, ma trapiantato a Pisa dalla vita, a significare il filo sottile che lega le sue emozioni di giovane cacciatore bambino a quelle dell’adulto ormai maturo, ma ancora di passo per boschi e canaloni.

E’ difficile però pensare che un giovane di oggi possa davvero rivivere le stesse emozioni e le stesse esperienze di caccia di questi autori, se non altro perché la natura e la faccia rurale delle nostre campagne sono mutate profondamente, così come l’anima della gente e della società si è impoverita con la progressiva urbanizzazione e coi nuovi stili di vita che la hanno accompagnata.

Un sentimento diffuso di ostilità quando non di vero e proprio odio nei confronti della caccia pervade l’educazione delle nuove generazioni, a partire dai primi anni scolastici, con una carenza di fondo di conoscenza del mondo animale e vegetale ed un sostanziale e cieco pregiudizio verso quanto non si conosce. Di norma i nostri sabotatori non vivono in campagna, ma nelle metropoli o nelle loro tentacolari periferie, lontano dal contatto con la natura.

Qualche volta questi personaggi suscitano anche compassione, perlomeno quelli più imbarazzanti. Privi di mezzi realmente espressivi, i loro slogan vuoti e sogghigni sarcastici celano un profondo disagio che solo un solido retroterra culturale potrebbe colmare; ma gli insegnanti sembrano a volte insensibili ai bisogni di giovani e studenti. Non c’è niente di cui i giovani abbiano più bisogno che di arguzia e di stile, dovrebbero leggere poesia e critica letteraria, e quegli autori dotati di chiarezza e limpidezza di linguaggio. Invece, fra brani di immondizia musicale e serie televisive, sono alimentati con stupidaggini gergali di nuovi guru improvvisati.

Diceva il Presidente Pertini anche che i giovani non hanno bisogno di prediche, ma di buoni esempi; almeno questi possiamo ancora cercare di offrirli, se vogliamo tramandare le gesta ed i riti di un’arte millenaria, eppure ormai intrappolata in una palude stagnante da cui fatica a liberarsi. Quindi ai giovani che vogliono e sanno avvicinarsi alla caccia non solo corsi specialistici, che saranno ormai comunque imprescindibili nel futuro prossimo, che si avvia verso una caccia sempre più specialistica, ma anche più consapevole e più etica.

Occorre che la vecchia guardia dei cacciatori, quella buona e di buona volontà, sappia dare spazio alle nuove leve, mettendo da parte invidie e custodia gelosa di cariche e di prerogative nell’ambito della gestione e della politica venatoria. Perché, come diceva Don Bosco, paladino dei giovani, “l’educazione è cosa del cuore”, e per insegnare un’arte bisogna metterne in mano le chiavi ai propri alunni, senza il timore di venire defraudati, ma con la coscienza di consegnare una precisa eredità.

aC | Monica Sergelli

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