La caccia che non attrae i giovani

Sono pochissimi i giovani che vanno a caccia. La maggior parte di coloro che ancora praticano questa passione hanno superato i sessant’anni: si riconoscono dalle rughe,  dalla canizie e dai malanni di cui sono affetti. Da un milione e settecentomila unità censite trent’anni fa ora siamo a molto meno della metà. Inutile persare ad un futuro roseo. D’accordo che il saggio ripete che finchè c’è vita c’è speranza ma questo potrebbe valere anche per gli anticaccia animati dall’unico desiderio di annientarci.

Perché è successo tutto questo? Vediamo di analizzare il problema d’accordo con l’altro saggio che afferma sempre che non vi può essere futuro senza la disamina del passato. Partiamo dal dopoguerra, anni duri e difficili che dagli anni 40 hanno contraddistinto la voglia di rivalsa sul periodo bellico. Ci si rimboccava le maniche e ci si avviava verso l’era del miracolo economico. Erano anni duri mortificati da miseria e rancori a stento repressi. La situazione economica aveva segnato le famiglie, la fame aveva indotto a far sacrifici di ogni sorta e, far figli, meglio se maschi, era procacciamento di manodopera da spendere nei campi, nelle stalle di campagna, nelle prime fabbriche.

Non vi erano diversivi se non famiglia e lavoro. Si andava la domenica all’oratorio come i pulcini in cerca di svago sotto gli occhi attenti del prete- chioccia, si giocava con palline di terracotta e di vetro, bastava poco per ridere e divertirsi, non si attingeva alla propria autonomia, questa non sarebbe bastata per la sopravvivenza, ma si era animali gregari, come le starne presenti in  quantità sulle colline amiche che a primavera, come tutti gli altri uccelli, facevano quanto era nel loro Dna per sopravvivere. Un bambino nato e cresciuto in campagna a quei tempi fraternizzava con gli animali, col proprio cane, con le mucche o le capre che gli davano il latte, con le pecore che lo avrebbero riscaldato con la lana, con le galline da cui accettava le uova, col maiale che le famiglie più abbienti allevavano per l’inverno in cui sarebbe stato vittima predestinata di un rito che ancora oggi è tramandato ma in modo diverso da allora.

Tutti coloro che hanno vissuto quel periodo ricordano  il rito cruento dell’uccisione del maiale, lo specialista chiamato per l’occasione, il punteruolo infisso nel cuore, le grida e la lunga agonia del grosso bestione abbattuto da un colpo che solo veri cultori sapevano assestare. Si andava per campi alla ricerca di tutto, dalle more dei gelsi ai funghi, dai pesci rintanati nelle grotte e nel fango alle lumache, dalle rane alle punte degli asparagi selvatici, i luppoli, ornamento delle siepi allora come oggi. Si carpivano i piccoli di merlo dal nido, si insidiavano in inverno i passeri attirati da chicchi di granturco posti sotto ceste capovolte da tramutare in trappole mortali a tempo debito.

Si impugnava il tirasassi di legno a forcella coi tiranti in strisce di camera d’aria di bicicletta o, chi poteva il flobert a pallini, e con l’aiuto delle tenebre e di un faro a carburo si facevano le prime vittime. Ci si riuniva al desco coi genitori gustando le prede  cucinate col contorno di  polenta fumante. Ci si sentiva compenetrati nella natura in una osmosi unica ed inebriante. La maggior parte degli uomini se appena poteva andava a caccia. Questa era vista spesso come necessità di reperimento di proteine nobili. Le cartucce scarseggiavano e i bossoli si ricaricavano. Più che a una brigata di starne poteva essere più interessante sparare a una lepre da barattare alla macelleria con un pezzo di manzo più appetito dalla famiglia.

Per un giovane figlio di un padre cacciatore era impossibile non aspirare a seguire l’impronta paterna. Non si avevano diversivi più appassionanti in era preindustriale e pretelevisiva. L’assenza di stimoli alternativi oltre che la conoscenza del mondo rurale  è stata determinante nella formazione venatoria dei giovani. Fiorisce una importante letteratura in proposito. Fucini, Barisoni, Bocchiola, Ugolini e tanti altri scrivono pagine memorabili. Iniziano a diffondersi i primi numeri di Diana e del Cacciatore italiano. Questo fenomeno è ascrivibile sino agli anni 60 quando  una nuova era bussava alle porte e tanti giovani  erano vogliosi di rendersi protagonisti della storia. Non è questa la sede per discutere dei cambiamenti epocali, ma certo l’impostazione culturale ha la sua importanza per discriminare i percorsi.

La caccia continuava ad essere esercitata con lusinghieri risultati in tutto il paese pur con le differenze ambientali e regionali ma chi la esercitava  e ne sentiva il fascino erano i figli delle generazioni del dopoguerra.  Dal sessant’otto in poi vi è un ribaltamento sostanziale che prende una piega ben diversa legata al cambio di indirizzo socioeconomico e culturale di riscrittura dei valori. Inizia un cammino legato ad indagini introspettive vogliose di rinnegare il passato visto come zavorra e retaggio da  sostituire con un’era foriera di nuove aspettative e motivazioni. La caccia in quanto prodotto del tempo andato sarebbe stata ben presto tacciata di anacronismo.

Inizia la sottile propaganda antivenatoria animalista e ambientalista che nelle sedi nevralgiche della nazione e settori compiacenti dei media telecomanda personaggi televisivi e stimola gli insegnanti delle scuole inferiori a descrivere il povero animale inerme vittima del cacciatore sporco, brutto e cattivo. E noi? Nessuna resistenza ma boriosa difesa di uno status quo sempre più asfittico e indifendibile anche per il comportamento scorretto e provocatorio di tanti di noi. Atteggiamenti che conosciamo bene  che  non vengono mai  puniti con la necessaria fermezza.

Come si può uscire da questo pantano? Penso sia molto difficile oggi che i buoi sono usciti dalle stalle. Non credo avvicinando i giovani impasticcati alla lettura dei classici venatori e nemmeno costringendoli alle passeggiate in una natura completamente sovvertita da colture intensive sature di anticrittogamici. Parafrasando una partita di calcio, nella impossibilità di avere a disposizione attaccanti validi, mi arroccherei in difesa nel tentativo di non subire altri goal.

Cercherei di far emergere tutto ciò che c’è di buono nel nostro mondo, e credetemi c’è più di quello che si pensa. Valorizzerei il cacciatore con la C maiuscola, emarginerei  gli indisciplinati al motto meglio pochi ma buoni o singoli che mal accompagnati. Non sta a me porre correttivi ma credo che a questo punto, se non si vuol soccombere, si debba  agire sui comportamenti dei singoli perfezionandone anche gli aspetti culturali. Solo così si potrebbe tentare di resistere nel nostro mondo, un mondo che abbiamo fatto di tutto per annichilire.

aC | Pietro Cortellini

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  • Articolo da applausi. Complimenti

  • Si però bisogna anche dire che se un giovane cacciatore deve pagate 1000€ per entrare in riserva e altri 500/600 di annuale….. senza aver calcolare tutta l’attrezzatura….. Un giovane con gli stessi soldi prende una moto o va a fare alpinismo o altro. Secondo me andrebbero riviste certe spese di ammissione o l’annuale così alta…. Sicuramente darebbe più probabilità che un giovane si iscriva.