Nuovi autori per il futuro della caccia

Lo spunto per buttar giù queste poche righe me l’ha offerto un recente commento di una segugista toscana che ha voluto commentare negativamente le mie considerazioni sull’utilizzo del collare elettrico.

Confermando involontariamente che detta pratica, resa illegale da diverse sentenze dei diversi gradi di giudizio e recentemente, anche, dalla Suprema Corte di Cassazione interessa da vicino proprio una parte del mondo dei segugisti, che hanno l’ardire di definirsi cinofili, che necessitano di “fare” cani in fretta, da inserire nelle mute decimate dai cinghiali, senza perdere tempo con soggetti che inseguano il capriolo piuttosto che il braccato cinghiale. Ma l’arroganza e il pressapochismo di una parte del mondo segugista italiano non è il tema che voglio affrontare oggi.

Desidero porre l’attenzione sul significato di quel commento: “Ma questa Costanza qualcuno la conosce?” comparso su un noto gruppo di Facebook. Cinque parole buttate li, forse a casaccio, più probabilmente con l’intento di denigrare l’altrui operato dall’alto di una prosopopea tipicamente toscana. Tipica di chi, di concreto, ha fatto molto poco.

Ci tengo a chiarirlo senza mezzi termini: pieno e ampio diritto alla critica, purché sia costruttiva e produca confronti interessanti e, possibilmente, che siano fonte di accrescimento reciproco. Anzi, sulla critica ho da tempo fatto mie le parole di un grande della storia moderna, Sir Winston Churchill che affermò “La critica può non essere piacevole, ma è necessaria. Compie la stessa funzione del dolore nel corpo umano. Richiama l’attenzione su uno stato malsano delle cose. Se è ascoltata in tempo, il pericolo può essere evitato; se viene messa da parte, si può sviluppare un morbo fatale”.

Lo spunto del commento mi ha fatto riflettere sulla qualità delle nuove firme che stanno interessando la caccia raccontata, all’epoca dei social network dove quasi tutti possono dire la propria, confermando la profezia del mai dimenticato Umberto Eco: “ I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli. Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. E’ un dramma perché lo scemo del villaggio viene promosso a detentore della verità”.

E né abbiamo riprova quasi quotidianamente, grazie a molte discussioni che si sviluppano grazie al preciso taglio critico che questa testata spesso conferisce ad alcune notizie o, più semplicemente, alla linea editoriale tenuta nei confronti di alcune tematiche. Interminabili discussioni, di centinaia di commenti, volti per lo più a screditare la figura dell’interlocutore piuttosto che a confutare le altrui tesi.

Ed accade cos ancheì per le nuove firme o per chi cerca, con grande disponibilità e pazienza, di dire la propria con il preciso compito di mettersi in piazza a discutere delle proprie idee. Un momento, credo, di condivisione e accrescimento reciproco, in un panorama, quello della caccia italiana, che da un lato è aggrappato a figure storiche che hanno superato da molto tempo la soglia degli “anta” e dall’altro, a fargli da bilanciere, è condizionato da pseudo uomini immagine dagli stivali troppo corti, che ci bombardano quasi giornalmente con messaggi o articoli ridicoli, che dovrebbero sviluppare discussioni tecniche ed invece si concludono con la solita marchetta al collare o al fucile dello sponsor.

Credo sia sotto gli occhi di tutti, o almeno dei cacciatori culturalmente più attenti, che il mondo della divulgazione venatoria sta attraversando un periodo molto buio: le firme in grado di emozionare sono pochissime tanto che si possono contare sulle dita di una mano, le linee editoriali mancano di spessore e coraggio, i numeri della carta stampata sono in crollo vertiginoso, la TV di settore non se la passa meglio.

I nuovi autori sono sempre meno, sintomo del fatto che la caccia è pressoché ovunque incapace di attrarre i giovani e, di conseguenza, mancano quelle figure in grado di raccontare le loro esperienze e di formarsi, con il tempo, fino a rappresentare il tanto inneggiato ricambio generazionale. Se poi una buona parte dei cacciatori non comprende che scrivere, raccontare, mettersi in gioco, non è un diritto ma un privilegio, che non ci rende migliori degli altri, il futuro della caccia non è dei più rosei.

Ognuno di noi ha qualcosa da raccontare ed è per questo che esorto tutti voi a prendere contatti con la Redazione della testata ed ha proporre vostre riflessioni, idee, pensieri. Mettetevi in gioco, perché la caccia ha bisogno di essere raccontata.

E soprattutto, in un clima di avversione generale all’arte venatoria, la nostra passione necessita sempre di più di sensibilità in grado di coinvolgere l’opinione pubblica, di penne o tastiere in grado di far digerire la nostra comune passione anche a chi, per ignoranza o moda, si professa apparentemente contrario seppur non necessariamente anticaccia.

Per poi leggere parole come quelle recentemente scritte dal nostro editore ed aprire il cuore ai sentimenti ed alle emozioni che caratterizzano la caccia. Emozionandosi a sua volta. Quasi inconsapevolmente. Una fortuna che in pochi riescono a vivere e che dobbiamo necessariamente tramandare alle generazioni future.

aC | Costanza Bernardis

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