Diari di caccia: le folaghe del Trasimeno

Enzo: che “omino”! Era il nostro barcaiolo di Panicarola sul Trasimeno. Il mio primo bagno l’ho fatto là, ma non in costume. Ero vestito da caccia, stivali compresi! Il primo di una lunga serie ma, come l’amore, il primo non si scorda mai. In questo caso perché fu accompagnato da un bel ceffone che mi arrivò come una locomotiva in faccia da parte di Enzo..

Enzo al posto delle mani aveva due remi di legno, forse è per questo che mi ripresi solo dopo 20 minuti. Quel sabato pomeriggio rientravamo pian piano con la barca. La caccia era stata scarsa: un paio di alzavole e una canapiglia. Enzo come al solito era stato prima alle reti, portando a bordo un po’ di persici reali, un secchio di anguille, un bel luccio e i soliti pesciolini che poi la sera ci avrebbe fritto, tassativamente prima di andare a letto.

Infatti, mangiavamo a casa sua ed il rituale era ormai consolidato. Non facevamo a tempo a mangiare l’ultimo pesciolino fritto e bere subito dopo mezzo bicchiere di vino, che ci spegneva la luce dandoci la buonanotte. Ma quella sera, in barca, era silenzioso e pensieroso.

Eravamo già pronti ad alzarci essendo rimasta l’ultima manciata di fritto nel vassoio, che improvvisamente ci disse: “Stasera si va a letto tardi, c’è da finir di sistemare il barchino da folaghe per domattina; il lago sarà piatto come una tavola e nel mezzo ho visto più di mille folaghe imbrancate!”

Il barchino da folaghe? Il sangue iniziò a ribollirmi solo al pensiero di uscire con il vecchio e mitico barchino da folaghe, oggi ormai proibitissimo, vietatissimo in quel del Trasimeno, fatto ormai di oasi, vincoli, divieti e regolamenti restrittivi. Entrammo nella piccola rimessa ed era là, bellissimo, piccolissimo e… pericolosissimo! Non trovavo parole per esprimermi, così presi un bel respiro e pensai: “Domani le guardie non ci prenderanno! Affoghiamo prima!”

Ma non ebbi coraggio di dirlo a Pippo perché per lui era la prima volta… Il barchino sarà stato lungo al massimo 3 metri, largo quel tanto da riuscire a sedersi su una piccola tavola di traverso con i ginocchi quasi in bocca. Una volta in acqua se mettevi le mani sul bordo ti bagnavi le dita. Pippo gli girò intorno, lo guardò per bene e poi mi disse: “Domani le guardie non ci prendono… Perchè si affoga prima!”

Non avevo mai dubitato della sua intelligenza e questa ne era la dimostrazione. Mettemmo il famigerato barchino sulla vecchia Ape di Enzo e tre ore prima di giorno eravamo già pronti a partire. Per prima cosa tagliammo le nappe dei cannucci. Il barchino aveva sul bordo una piattina di rame che presentava un buco ogni dieci centimetri e dentro quel buco si mettevano le punte delle cannucce con le nappe, cosi che il barchino diventava un vero e proprio nascondiglio galleggiante.

Legato dietro la barca a motore uscimmo al largo. Era buio pesto. Giunti sul posto, io e Pippo ci togliemmo gli stivali e con i soli calzettoni salimmo con attenzione su quel giocattolo di legno per bambini. Io davanti e Pippo dietro… Enzo ci passò i fucili e un bel po’ di cartucce, ci disse di mettere le nappe al loro posto e lentamente si allontanò con il remo. Ci sussurrò che sarebbe andato prima a preparare il cesto, calando stampe e richiami… Solo dopo capimmo!

Prima però ci avrebbe ancorato, poi con attenzione avrebbe calato una decina di stampe di folaga per poi allontanarsi aspettando l’alba. Ma all’alba mancava almeno un’ora mezza… Sentivo Pippo ingollare in continuazione la saliva. Lui probabilmente sentiva lo stesso rumore provenire dalla mia gola. Feci per prendere il fazzoletto di tasca e già quel piccolo movimento ci fece capire che il bagno sarebbe stato assicurato se non ci fossimo coordinati alla perfezione nei movimenti.

Provammo a spiegarci a vicenda come fare, poi ci prese la ridarella… inarrestabile! Ridevamo come scemi senza riuscire a riprendere fiato. Più ridevamo e più il barchino dondolava. Fino al punto che prendemmo la nostra prima imbarcata d’acqua gelata che ci inzuppò i calzini facendoci capire che ci sarebbe stato poco da ridere. Dopo un’ora iniziarono i veri problemi: ci faceva male il sedere, le gambe, la schiena. Non avendo la minima possibilità di sgranchirci senza rischiare di affogare, allungavamo una gamba ciascun

Se io allungavo la destra, lui allungava la sinistra e viceversa. Ma tutto con una sincronia che doveva essere olimpionica, come dal trampolino in coppia. Ci chiarimmo bene come avremo dovuto fare per sparare. Avevamo la sola possibilità di sparare stando seduti con i ginocchi “in bocca”, quindi solo davanti e sopra, senza mai farsi prendere dalla tentazione di voltarsi e fare movimenti bruschi.

Vietatissimo riempirsi le tasche di cartucce, troppo pericoloso in caso di caduta in acqua, per cui scatole aperte tra i piedi e fucili “stra-carichi “. Enzo finalmente era tornato, l’alba era arrivata… Con un lento movimento mi voltai, lo vidi allontanarsi nel chiarore e dirigersi ancora più a largo dove il branco delle folaghe se ne stava tranquillo.

Avrebbe pian piano avvicinato il branco girandogli attorno per poi puntarlo con cautela in un punto ben preciso, perché tutto avrebbe funzionato solo se alzate poche alla volta e indotte a prendere la nostra direzione. A dirlo sembra facile, ma credetemi è una cosa difficilissima, da mestieranti.

Le prime partirono… Noi non ci eravamo ancora accorti di nulla quando uno schiaffo in acqua sotto la barca ci fece capire che la prima folaga era già arrivata ed aveva confuso il nostro nascondiglio come fosse una piccola isola di canne. Alzammo gli occhi e le avevamo sopra. Nel giro di mezz’ora tutto era già finito, comprese le nostre cartucce che diligentemente, tutte in fila per benino, galleggiavano ciondolanti verso l’ignoto, formando una scia che si perdeva a vista d’occhio.

Intorno folaghe… folaghe e folaghe… a pancia all’aria. Il rombo della barca ci annunciava l’arrivo di Enzo. Velocemente ci raggiunse, ci abbordò e ci disse di salire sulla sua imbarcazione. Legammo il barchino, salpammo l’ancora e via come il vento! Ci dirigemmo volando dritti alla prima riva che distava oltre 500 metri, entrammo dentro al canneto e lasciammo là il barchino. Ci disse di infilare gli stivali. In pochi minuti ci portò al cesto, ci saltammo sopra e lui ripartì con la barca a recuperare le folaghe uccise.

Lo vedemmo rientrare con la barca dentro l’Anguillara, poi uscire di nuovo dopo circa mezz’ora. Venne da noi dicendoci che erano tante… Non le aveva contate ma ad occhio e croce circa 200.

aC | Francesco Bini

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