Il perfetto cane da cinghiale

Quando si tratta di cani da cinghiale è inevitabile porre l’appassionato di fronte ad una scelta iniziale, che coinvolge l’approccio con cui il segugista vuole trattare la materia: tradizione o innovazione ? Personalmente dopo un iniziale entusiasmo sono mestamente tornato sui miei passi lasciandomi affascinare da quel percorso storico – pratico che ha reso punto di riferimento nel mondo la caccia alla seguita con le razze francesi, testimoni della tradizione e della tecnica cinofila d’avanguardia. Cioè l’innovazione.

Mi perdoneranno i più giovani se guardo con nostalgia ai cani di sangue Artesiano, formidabili inseguitori nella declinazione ormai estinta del Saintongeois, sapiente prodotto della cultura cinegetica del Barone di Virelade e formidabili accostatori, ormai molto rari, nella razza Briquet d’Artois, diretta discendente dagli antichi cani di Sant Uberto, magnificamente descritta nel 1902 dal Conte Lecouteulx de Canteleu e, ancora prima, nei manoscritti del regno di Enrico IV (1533 – 1610) e di Luigi XIII (1601 – 1643).

Ciò che è facile desumere, oltre a quanto abbiamo già avuto modo di evidenziare nel mio precedente articolo in tema di finezza di fiuto collegata all’intelligenza (Leggilo qui), leggendo gli antichi maestri è che il cane da cinghiale, molto più rispetto a quello da lepre, segue la perfetta equazione che vuole la struttura morfologica del cane e la dedizione alla voce adattarsi all’ambiente in cui opera la muta.

Questo per un motivo semplicissimo: il cinghiale popola e colonizza un buon numero di ambienti diversi: le macchie di bosco dell’aperta campagna, i boschi di latifoglie delle zone collinari, i gineprai e gli spinai della macchia mediterranea, le ampie zone a sottobosco fitto. Pensare di avere un cane che svolga proficuamente il lavoro in tutti questi ambienti, molto diversi tra loro, forse è caccia ma di certo non è segugismo.

Più che la struttura morfologica del cane, analizzando il posteriore e il pelo, vorrei soffermarmi sulla qualità della voce, dote strettamente correlata al temperamento della razza. Seguendo il principio prima enunciato avremo, in linea teorica, cani di temperamento vivace e ottima voce nel caso di ambienti molto chiusi (sottobosco ad ampio roveto e macchia mediterranea) mentre cani di buon temperamento e buona o scarsa voce in tutti gli altri ambienti.

Nello specifico è possibile asserire che la lunghezza del posteriore è direttamente proporzionale alla velocità con cui vogliamo far spostare i cinghiali. Questo perché molte delle razze che oggi vengono impiegate, con profitto soprattutto in ambiente collinare, derivano dalla nobile caccia a correre. Ma si tratta di una scelta giusta ?

Mi spiego meglio… Nella ricerca, per ora solo virtuale, del perfetto cane da cinghiale, avete tenuto conto del fatto che una muta composta da cani a gamba corta o media (che non significa lenti) e che danno voce solo dove strettamente necessario fanno spostare i cinghiali verso le poste con minor impeto rispetto a razze a gamba lunga e voce persistente, producendo i primi un numero finale di abbattimenti molto maggiore rispetto ai secondi ? Quindi maggiore soddisfazione per i canettieri e per le poste.

Mi credereste se vi dicessi che per la bestia nera nel folto del sottobosco non vi sarà mai Ariegeois che possa competere con un Basset Fauve ? Fareste fatica ad immaginare che qualsiasi cacciatore di Francia, che si dedichi con passione e reale competenza al cinghiale, mai prenderebbe in considerazione di cacciare con un cane Guascone rispetto ad un bassetto della Vandea?

Il purista contesterà che si tratta di razze dedicate alla piccola caccia, soprattutto nei confronti della Lepre. Ecco riproporsi il bivio, la scelta. Seguire la tradizione o l’innovazione. Il segugista più esperto ed attento, invece, nel leggermi accennerà un sorriso consapevole del fatto che, spero con parole semplici e comprensibili a tutti, ho provato a descrivere una affascinante storia, iniziata più di 500 anni fa: quella che è l’evoluzione cinegetica del segugismo moderno, il rapporto uomo – cane da Enrico IV al tempo delle testate on-line.

aC | Jean Francois Avesnes

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