Diari di caccia: l’ultima Beccaccia di Gaia

Era l’ultimo sabato di novembre, a Catania pioveva e faceva un freddo gelido, così insolito per quel periodo dalle nostre parti. In Sicilia gli inverni sono sempre miti. Nebbia quasi mai, neve mai, pioggia solo un poco, a volte, a novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spunta il giorno e spunta il sole; cade il giorno e se ne va giù il sole. Ma quella era una giornata diversa da tutte le altre

. Con l’amico Giuseppe decidemmo di andare verso la zona di Enna, dove le previsioni meteo davano bel tempo. Andai a prendere i miei cani per partire a beccacce, ma appena in canile la vecchia Gaia, la setter di mio padre, che l’anno prima proprio a novembre ci aveva lasciati per un male terribile, prese stranamente ad abbaiare e a saltare su e giù nel suo box. Lei da quando era morto mio padre non era più uscita a caccia, e non per una mia crudeltà, ma perché Gaia era molto legata a mio padre, e non cacciava con altri all’infuori del suo padrone, tanto  che io non mi azzardavo a portarla con me, perché temevo di smarrirla. Ma di fronte a quella smania non ebbi cuore di lasciarla a casa, e la caricai in macchina insieme a Jeff e alla vecchia Lilly .

Giunti sul posto di caccia, il tempo volse a nostro favore: il cielo era limpido ed il freddo pungente, sulle montagne dei Nebrodi aveva nevicato, e in lontananza si vedevano pure le Madonie coperte di neve. Eppure, anche in montagna, in Sicilia si sente sempre il mare, a cento e più chilometri dalle coste, che riempie l’aria da ogni lato. È una vera isola, la Sicilia, fuori il suo mare e dentro il suo splendore e le sue tempeste. E il sentore di salmastro sale anche su in alto a mille metri. Guardai Giuseppe e gli dissi,  -“ Oggi è la giornata perfetta” -, perché qualche anno prima,  con quelle stesse condizioni meteo e nello stesso posto, avevo incontrato un buon numero di regine.

Stavamo imboccando il sentiero per il bosco, dopo aver messo i beeper ai nostri cani, quando Gaia, scesa dall’auto, cominciò a correre su e giù per la montagna, ed io la chiamavo ma lei non ne voleva sapere di tornare. Solo dopo un buon quarto d’ora rientrò con lo sguardo smarrito e la bava alla bocca, ma riuscii comunque a legarla ed a tranquillizzarla.  Ci inoltrammo finalmente nel bosco, ad un tratto mi fermai a guardare Gaia, lei mi ricambiò con quei suoi occhi neri e scintillanti, l’accarezzai e le sussurrai all’orecchio in dialetto “Gaia, no circare chiù  a Giovanni, iddu non c’è chiù cu nuattri  ”  – [Gaia, non cercare più Giovanni, lui non c’è più tra noi.]

Ed alzai le mani, in un istintivo gesto d’angoscia, come a mimare il senso di vuoto che mi desolava l’anima. E sentivo che quel vuoto non veniva solo dalla morte che aveva cancellato lui, mio padre Giovanni ,e che era invece un vuoto più antico, che mi avrebbe afferrato sempre appena mi fossi trovato fuori nei miei boschi. Era il vuoto di un insegnamento che mi era stato donato e che ogni volta avevo creduto di riempire con la mia esperienza : il vuoto di un maestro perduto, e del bene che non avevo detto mai abbastanza. E sentii smuoversi in me i ricordi dei miei anni sulle montagne in Sicilia, e una scura nostalgia mi prese, come di riaverli e di riavere lui. Ma forse le mie parole non dicevano nulla di vero a Gaia, visto ciò che accadde appena dopo.

A quel punto mi decisi a slegare la cagna, dopo avere levato lo sguardo al cielo e mormorato una preghiera a colui che mi fissava da lassù. Come per magia Gaia prese a cacciare vicino a me, senza allontanarsi troppo. Io la guardavo attonito, come se avesse capito quel che le avevo detto. Ad un tratto sentii il beeper di Jeff suonare a circa 100 metri, io e Giuseppe ci precipitammo a servire i cani,  trovando Jeff in ferma e Gaia e Lilly in consenso; nel frattempo giunse pure Kid, arrestandosi in ferma ad una ventina di metri da noi su un’altra beccaccia. Ci guardammo in faccia, stravolti, nell’assoluto silenzio del bosco rotto a tratti solo dal suono dei beeper. Con un gesto gli feci capire di andare a servire il suo Kid, mentre io restai su Jeff.

Appena Giuseppe si fu posizionato per servire Kid, una regina si palesò a candela, lui sparò una botta, e la vidi cadere giù leggera. Nello stesso istante davanti a Jeff si levarono due beccacce, una riuscii ad abbatterla, mentre l’altra la padellai di brutto, anche perché sinceramente non mi aspettavo la coppiola. Increduli, io e l’amico Giuseppe tornammo a guardarci e, recuperando le beccacce, ci accorgemmo che Gaia era rimasta in ferma; a quel punto ,un po’ dubbiosi ci accostammo al diavolo nero – era così che la chiamava mio padre, eppure quel giorno era come un angelo luminoso – e vidi la vecchia in ferma di autorità annusare nevrile il vento. Pensammo, facendole torto, che Gaia fosse ancora in ferma sull’usta della coppiola, ma ci sbagliavamo.

Al mio “Vai, Gaia” non si alzava niente, allora esclamai con impeto “Vaiii vecchia, daaai!”, e a quel punto si levò una regina indiavolata, che cominciò a zigzagare tra le querce e dopo averci rubato 4 fucilate si dileguò nella macchia. Era la giornata perfetta, una giornata di passo che resterà scolpita per sempre nella mia memoria di cacciatore di maliarde. Io e Gaia seguitammo a cacciare fino al tramonto; tornati in auto mi guardò dal fondo della notte dei suoi occhi come se volesse svelarmi qualcosa,io l’accarezzai e una lacrima solcò lenta il mio viso. Quella era la sua ultima beccaccia.

Rincasammo stremati a tarda sera, e Gaia tremava e zoppicava per lo sforzo e l’eccitazione. Da quel giorno non mi riuscì più di farmi seguire a caccia, lei se ne stava tranquilla nella sua cuccia aspettando una chiamata nel vento. Il vento, gli odori. Forse l’eco di una voce lontana. Oppure i miei passi sul selciato fino al canile. Nel buio io non so bene come, ma so che quella sera tornammo tutti a casa, tutti di nuovo insieme. L’anno dopo Gaia morì e raggiunse il suo amato padrone. Che era mio padre, Giovanni Pappalardo.

Domenico Pappalardo

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  • Dino De Fabrizio

    Bellissima storia, genuina e commovente…si avverte forte, il “profumo” della ns. amatissima e bellissima, struggente passione! Complimenti Domenico!!! Con rispetto ed amicizia
    Dino De Fabrizio