La non gestione faunistica

La gestione faunistica è un tema che, a mio modesto avviso, non è mai trattato abbastanza ne da parte dei cacciatori, che spesso e volentieri lo considerano un aspetto marginale e nebuloso di cui lasciare che si occupino gli “addetti ai lavori”, ne da parte dei così detti ambientalisti che, al pari dei cacciatori, spesso e volentieri di gestione faunistica non hanno le cognizioni minime. Quelle basi tecnico scientifiche che permettono all’appassionato di caccia o all’appassionato di ambiente di trattare e comprendere le tematiche più semplici in tema di gestione del patrimonio ambientale.

Fino ad ora questa testata ha più ripetutamente trattato a diverso titolo tematiche inerenti la gestione ambientale: i miglioramenti ambientali, la gestione delle colture agricole ai fini faunistici, gli interventi mirati per le specie, le esperienze tecnico – gestionali rispetto a particolari condizioni ambientali, le zone umide. Insomma tutti aspetti legati ad interventi pratici di miglioramento faunistico e ambientale.

Alcuni movimenti ambientalisti e buona parte del panorama animalista ignora completamente che gestione faunistica non si traduce in caccia. Leggo gestione faunistica e devo interiorizzare il concetto di conduzione economico e amministrativa di quello che è l’insieme complesso di condizioni che garantiscono al vita. Concetto che non può prescindere dal fatto che l’ambiente è quello spazio necessario ad un individuo di una qualsiasi specie per sopravvivere.

Gli ignoranti ambientali parlano e scrivono di bestialità quando tentano di far passare la gestione ambientale come un mero aspetto di convivenza tra uomo e altri animali. Questo perché dobbiamo considerare che il nostro è un ambiente chiuso, che soffre del massiccio intervento umano in termini di sfruttamento e urbanizzazione. Fatto assolutamente deplorevole, ma che gli ambientalisti se ne facciano una ragione, è un dato di fatto.

I cacciatori hanno quindi l’obbligo di far presente che in un sistema come il nostro, possiamo sicuramente discutere di gestione faunistico ambientale in ottica conservativa o futuristica, ma ciò che conta è che gli interventi mirino a garantire un sostanziale equilibrio. Aspetto non semplice da perseguire e attuare, me ne rendo conto, ma se vogliamo garantire la biodiversità è necessario comprendere che la gestione si basa sul trend della popolazione: qualora una specie sia in calo andrà necessariamente tutelata con interventi mirati (innanzi tutto il divieto di prelievo), dove la popolazione sia stabile andranno condotti studi approfonditi ed interventi di gestione (che possono prevedere interventi mirati di prelievo) e, invece, qualora la popolazione di una detta specie sia in crescita con parametri che superano i modelli di portanza dell’ambiente in cui vivono andrà necessariamente contenuta con l’attività venatoria.

Che piaccia o no ad ambientalisti da tastiera e animalisti ignoranti questa è la gestione del patrimonio ambientale. E se si facessero le cose seriamente innanzitutto si guarderebbe alla gestione patrimoniale della risorsa ambientale, esattamente come una azienda che produce utili. Invece in Italia si preferisce far finire 70.000 cinghiali prelevati dagli ex forestali negli inceneritori e attuare politiche di repressione allo sviluppo delle attività di investimento delle comunità rurali.

aC | Enzo Sartori

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