Fotografare gli animali abbattuti

Se da ragazzo mi avessero detto che col telefono, oltre che a telefonare, avrei potuto fotografare, spedire le foto, fare i calcoli, vedere i miei cari e parlare loro in diretta da due capi opposti del mondo, inviare mail, ascoltare la musica, guardare un film e fare luce la sera, forse non ci avrei creduto. Non so se tutto ciò è un bene o un male, ma so per certo che è alla portata di tutti e tale è stata la velocità di propagazione di questa tecnologia che il tempo per pianificarne le regole etico/comportamentali è mancato. Non esiste per cui un “galateo” dell’utilizzo del cellulare e di conseguenza delle funzioni ad esso correlate.

Tra i tanti ambiti sopraccitati vorrei concentrare l’attenzione sullo scattare foto, inviarle e renderle pubbliche sui social. Navigando sui vari siti di cacciatori in Facebook noto spesso orribili fotografie di prede straziate, sanguinanti, appese per le zampe o per il collo, a volte mutilate o indecorosamente adagiate in pose innaturali.

Non parliamo poi delle fotografie delle mattanze di uccelli che avvengono in paesi sottosviluppati dove anche i nostri cari colleghi cacciatori italiani trascorrono giornate a fare il tiro al bersaglio utilizzando esseri viventi e che spesso, specialmente alle anatre in Sud America, dopo le foto di “rito” vengono buttati in qualche canale in quanto ritenuti dai residenti non buoni da mangiare.

Ripeto, non essendoci una specifica regolamentazione chiunque può rendere pubblico il proprio operato che, se non guidato dal buon senso va ad intaccare negativamente la buona immagine di noi cacciatori. Non credo sia una forma di ipocrisia presentare una preda nella giusta maniera in foto, credo altresì con fermezza che sia una forma di rispetto per l’animale e per chi, non essendo avvezzo a vederli uccisi, potrebbe sentirsi in imbarazzo, se non addirittura oltraggiato nei propri sentimenti. Non è certo un obbligo ma il cacciatore che volesse farlo sarebbe opportuno dedichi, a fine cacciata, dieci minuti per fotografare la o le proprie prede nel giusto modo.

Quale sia il giusto modo e chi lo può sancire non sono io a stabilirlo, ma pur non essendo fotografi professionisti, con un po’ di buon senso possiamo provare ad immaginarlo. Innanzi tutto la foto deve suggellare un momento piacevole, da ricordare nel tempo come qualcosa di speciale. Le prede a mio parere dovrebbero essere presentate nel loro ambiente e non a casa appena giunti in cortile, magari in un contenitore di plastica o nel cofano del fuoristrada, gonfie o eviscerate, in fase di rigor mortis o appese in macelleria grondanti di sangue.

Per quanto riguarda gli ungulati è giusto comporli in una posizione il più naturale possibile e coprendo eventuali ferite sanguinanti. Se la tradizione del luogo o del cacciatore lo richiedono si può mettere l’ultimo pasto in bocca al selvatico e a seconda dei gusti affiancare zaino e carabina.

Io ad esempio ogni tanto, se ho qualche amico con me, ho piacere di essere fotografato assieme alla mia preda, specialmente da quest’anno con il mio piccolo nuovo ausiliare da recupero. Per quanto riguarda invece gli uccelli i parametri sono un po’ diversi in quanto è difficile, una volta abbattuti comporli in modo naturale, perché essi vivono in una dimensione troppo diversa dalla nostra.

In genere ritengo corretto inserirli in un contesto generale, in un bel paesaggio, davanti a una casa di caccia, adagiati tra l’erba o appoggiati in caso di anatidi sulla prua di un barchino, con o senza i fucili ed eventualmente assieme ai cacciatori e ai propri cani da riporto.

L’importante è non fotografarne un mucchio o una distesa, ostentandone la quantità e rappresentando una carneficina. Per concludere vorrei sottolineare, come ho fatto in altri contesti, che noi cacciatori uccidiamo esseri viventi, ne abbiamo sì la facoltà ma anche la responsabilità di farlo correttamente cercando di ledere il meno possibile la sensibilità altrui.

Gli animali non sono solo nostri, sono anche di chi li studia o si accontenta di osservarli, di fotografarli o di sapere solo che esistono, cerchiamo per cui di essere accorti fruitori di questa meravigliosa offerta, proiettando con belle fotografie la nostra corretta immagine al mondo che ci osserva.

aC | Enrico Tucci

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