Storpiature venatorie: il cane elettronico

Il collegamento è dote naturale che il cane deve avere come espressione della sua spontanea collaborazione col capobranco; quindi l’ampiezza di cerca deve essere in funzione del terreno, non solo per esplorarlo tutto razionalmente, ma anche per mantenere il costante collegamento con il conduttore al quale deve offrire la possibilità di concludere l’azione motivata dal suo istinto predatorio. Quindi se il terreno ha degli avvallamenti che impediscono il controllo a vista, oppure la cerca è nel bosco – o comunque in terreno coperto – il cane deve restringere la sua azione così da spontaneamente consentire al conduttore il contatto visivo.

A questo proposito è opportuno sottolineare che l’impegno del cane è motivato dall’istinto predatorio di cui è dotato, finalizzato alla cattura della preda che – con il suo ausilio – verrà concretizzata dal capobranco: gli antenati lupi, infatti, inseguono le prede pur sapendo che le probabilità di raggiungerle direttamente sono molto ridotte, ma che il lupo alfa – al quale tutti sono sottoposti – si appostata là dove la preda inseguita transiterà, per quindi agevolmente catturarla. Ciò avviene ancora letteralmente per i cani segugi, i cui capibranco-uomo attendono dove passerà la lepre o l’ungulato inseguiti dalla muta.

Per il cane da ferma invece, selezionato per localizzare la selvaggina affinché il capobranco uomo la catturi sparando, il collegamento è l’indispensabile metodologia della predazione, perché se il cane va in ferma là dove il suo conduttore non lo vede, la probabilità della cattura della selvaggina fermata svanisce.

Il collegamento del cane da ferma è quindi un indispensabile comportamento fissato dalla selezione, che noi dobbiamo gelosamente conservare perché la sua perdita renderebbe inservibile il nostro collaboratore a quattro zampe. E se un cane non è collegato, inflessibili regole zootecniche ci impongono di eliminarlo dalla riproduzione.

Oggi invece questa elementare regola trova due aberranti alternative nell’uso della moderna tecnologia applicata alla caccia, e cioè:

  • Il beeper che ci segnala a distanza se il cane sta correndo o se è in ferma; in questo secondo caso il cacciatore – pur non vedendolo – ha la possibilità di accorrere a “servirlo” per abbattere con la fucilata la selvaggina localizzata dal cane.
  • Il gps, anch’esso applicato al cane, che segnala la sua ubicazione, e la strada da percorrere per il suo reperimento.

Con il che vien definitivamente meno la necessità del collegamento spontaneo del cane. A questo punto però mi chiedo: che senso ha tutto ciò? Oggigiorno la caccia non è più praticata per procurarci il cibo, ma come pratica in collaborazione con il cane. Ma se le qualità comportamentali del cane vengono sostituite da attrezzature elettroniche che ne svuotano le prerogative naturali … ha ancor senso andare a caccia?

Se è per fare un arrosto, il suo costo in termini di trasferte, tasse e tempo impiegato lo rendono assolutamente antieconomico. Se è per fare una salutare passeggiata nei campi e nei boschi, non si vede perché a ciò si deve fare col cane al seguito. Se è per godere del lavoro del cane, allora non si vede perché le sue qualità naturali debbano essere sostituite da strumentazioni elettroniche.

È vero che ci siamo ormai abituati ad usufruire del navigatore di bordo sulla nostra automobile e del sensore che ci aiuta a parcheggiare senza urtare gli ostacoli circostanti. Ma la nostra automobile non si chiama Tell, non ci fa festa quando torniamo a casa e – anche se super-attrezzata – non fa parte della nostra famiglia.

L’utilizzo del beeper e del gps nel contesto cinofilo non può che annientare le qualità venatorie indispensabili per un valido cane da ferma. Speriamo quindi ci sia un ravvedimeno (augurabilmente incoraggiato da chi ha il potere di legiferare in materia venatoria) che proibisca queste aberranti distorsioni che compromettono inevitabilmente il futuro dei cani da ferma.

Alfio Guarnieri

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