Beccaccia: perchè dire no alla caccia alla posta

Per qualificarmi dico di aver all’attivo ormai cinquanta licenze di caccia, di aver sempre amato la caccia col cane da ferma, di aver posseduto una ventina di ausiliari che ho tenuto con me anche coi  piccoli o, più spesso, grandi difetti, di avere buona esperienza di cacce all’estero dove ho collezionato più delusioni che momenti esaltanti, di amare la beccaccia di cui non posso ritenermi un indomito persecutore forse per la troppa … ammirazione nei suoi confronti. Ho scritto articoli sul modo anacronistico con cui il nostro amato uccello beccuto troppo sovente si caccia, e mi sono espresso in modo critico anche nei confronti dei tanti cacciatori che  rivendicano, in quanto beccacciai,  l’appartenenza ad una sorta di rotary  di unti del Signore depositari di verità.

Mettiamo al bando considerazioni che porterebbero lontano sulle quali non voglio dilungarmi, e addentriamoci in ciò che voglio dire ai lettori di questa testata, divenuta organo di riferimento anche di cacciatori di beccacce. Lo spunto per questa chiacchierata mi viene dato dall’aver appreso come in talune zone dell’est europeo, Bosnia in testa, sia regola corrente la posta alla beccaccia che si protrae anche in primavera in fase di “croule”. Questo per ottemperare alle ordinazioni di beccacce da parte di ristoranti del nostro nord- est ma ho buoni motivi per pensare che le commissioni possano derivare anche da altri contesti. Oltre tutto è pratica ancor oggi seguita nei parchi del nostro Sud come anche questa rivista ha avuto modo di denunciare. E’ penoso come  si debba ancor oggi disquisire sulla non liceità di questo atto di bracconaggio  e sul perché sia da censurare dopo cinquant’anni dagli antesignani che l’avevano condannato.

Sarebbe come dissertare per perorare  condanne nelle efferatezze delittuose, pratiche incestuose, violenze senza freni a donne e bambini. Che si  debba continuare a discuterne per il fatto che in altre nazioni si pratica ancora? Forse perché vi sono luoghi della nostra disastrata penisola nella quale la prassi è abituale? Non sarebbe più semplice la proibizione di questa usanza disdicevole ed intraprendere iniziative locali, regionali o nazionali ricorrendo ad  atti sanzionatori non solo pecuniari ma con valenza penale come avviene in Francia?  E’ impossibile imporre orari di inizio e fine della pratica venatoria incompatibili con la caccia all’aspetto della beccaccia come suggerito saggiamente dai cacciatori d’oltralpe che iniziano questa caccia in orari incompatibili con l’agguato?

Dobbiamo ancor oggi pensare a questo banale e stupido provvedimento per l’impossibilità di contrastare in altro modo questa infame abitudine nella assoluta complicità degli altri cacciatori e dei preposti ai controlli? Io modestamente credo che tutto questo si possa fare a condizione che lo si voglia.  Parlare di caccia all’aspetto alla beccaccia mi  riempie di tristezza ma anche di stizza nei confronti di noi cacciatori incapaci di mantenere, non tanto il prestigio antico, ma neppure un sufficiente decoro per contrastare le bordate anticaccia. Oggi del nostro scolopacide si sa tutto, abitudini diurne e notturne, mattutine e vespertine, alimentazione, cova e cura dei piccoli, aspetti fisiologici e patologici. Forse qualche dato in più sul problema migratorio  lo forniranno gli esperimenti con le radiotrasmittenti sulle quali gli studiosi investono risorse e aspettative.

Speriamo di veder svelati anche quei pochi misteri che ancora affascinano i naturalisti e quelli di noi che amano gli aspetti più nobili della passione. Ma poi, per il resto, possibile che ci si debba sempre ritenere fuori da ogni responsabilità e che non si debba fare qualche piccolo sacrificio per l’oggetto della nostra caccia? Siamo certi che non si debba far nulla per la salvaguardia della specie se non demandare, secondo un censurabile vizio italico, sempre agli altri, alla natura, ai santi del paradiso e dell’inferno o persino al Padreterno le cause  di incontri  rarefatti  non conformi alle aspettative dell’annata? Siamo proprio convinti che dare un contributo alla specie sia il pubblicizzare viaggi venatori all’estero con promesse di carnieri di beccacce nel mese di aprile?

Già mezzo secolo fa, all’atto della fondazione del Club della beccaccia, veri appassionati del calibro di Ettore Garavini, Giorgio Gramignani, Vincenzo Celano e Silvio Spanò  dettarono alcune regole etiche di riferimento che nella loro, come nella mia logica, dovevano essere rispettate dagli adepti. Altri tentativi si sono succeduti sempre su questo tema ma non mi sembra che le iniziative siano state foriere di entusiasmi. Anzi, si è avuto lo smembramento dell’originaria associazione tanto da annoverarne poi ben tre, di cui due oggi in recente sintonia ed una autarchica. Poco tempo fa l’ entusiasmo di Celano ha partorito un codice etico, un cartello con poche e semplici regole  proponibilissime per una seria disamina facendo scoppiare il pandemonio.

Concordavo col lui che qualcosa si doveva pur promuovere per valorizzare  la correttezza in una azione di caccia rispetto alle sordide mattanze di uccelli effettuate al di fuori delle regole. Sarebbe stato utile anche per fronteggiare il talebanismo anticaccia sempre più prorompente. Cosa è capitato poi dopo il ripudio del  “cartello Celano”?  Nelle riviste di settore continuavano gli stucchevoli concetti sulle armi e munizioni più consone a questa caccia, la pubblicità delle esasperazioni tecnologiche, le disquisizioni filosofiche sulle migliori razze idonee al reperimento del selvatico e le considerazioni tecnico-tattiche di strategia venatoria. Nelle Associazioni specifiche la cronica disamina delle ali, dell’age ratio e sex ratio, la necessità di valorizzare i nostri ausiliari in tenzoni cinofile e l’urgenza di procacciare  iscrizioni a soci di provata moralità.

Bene, ma proprio a tal proposito, come si può misurare il grado di moralità di un cacciatore in assenza di uno straccio di regolamento scritto, condiviso, fatto recepire  dalle Associazioni venatorie più rappresentative? Perché non ritenere che un vademecum comportamentale non possa fungere da utile riferimento e svincolare il beccacciaio dalla sola propria coscienza? Perché non basta oggi la moralità, pur importante. Oggi è tempo di sottostare a regole da noi messe e da noi difese. Non possiamo più demandare ad altre cause la nostra caduta di stile e di immagine. Oggi il mondo ci spia e l’unico tentativo di riabilitazione concesso dipende esclusivamente da noi, pena il ludibrio, pena la fine di una passione che ritenevamo e ci ostiniamo a ritenere, con colpevole presunzione, diversa dalle altre.

aC | Pietro Cortellini

RIPRODUZIONE VIETATA anche parziale senza il consenso scritto dell'editore   -   © acaccia.com   -   Tutti i diritti riservati. All rights reserved.

Leggi anche gli altri articoli di Beccaccia

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Regole di comportamento per i commenti. Vengono cestinati commenti fuori tema, provocatori, privi del dovuto rispetto per le opinioni altrui, con contenuti maleducati o offensivi e non in linea con il tenore della discussione, insieme a tutti i messaggi provenienti da indirizzi irregolari. Non è consentito pubblicare link terzi e scrivere testi in stampatello. L'attività dei moderatori è insindacabile e inappellabile compresa la chiusura dei commenti e il blocco di un utente. La pubblicazione di un commento implica l'automatica accettazione di queste regole e delle norme "Nota legale" del giornale.
Per inserire un'immagine personale, registrarsi con lo stesso indirizzo email al sito: http://it.gravatar.com