Donne a caccia: apparenza o sostanza?

L’esaltazione della donna fa male alla parità? A mio parere sì, in ogni ambito, e quello venatorio non fa eccezione. Perché è nelle pieghe degli stereotipi che  il sessismo si affaccia in modi inaspettati, anche tra coloro che lo condannano, o fingono di farlo. Il diavolo, cioè – come è noto – si nasconde nei dettagli. La donna in generale raccoglie molte più reazioni positive rispetto agli uomini, sia che il giudizio venga dai maschi,che  dalle donne stesse. Questo perché in genere i gruppi minoritari che sentono di non godere di molta considerazione tendono a sopperire creandosi un angolo riservato in piena luce. La conseguenza è la convinzione che ” le donne sono meglio, sono il top”… ma – ecco il ma decisivo – fintanto che rispettano i ruoli tradizionali. Che applicato al mondo venatorio, significa grosso modo “stare in vetrina”, fare le testimonial o le donne immagine, sfiancare i cacciatori di cacciatrici a colpi di selfie più o meno provocanti. Una specie di rivisitazione del mitico concorso 5000 Lire per un sorriso che innescò quello più nazionalpopolare di Miss Italia, e che oggi si potrebbe ribattezzare “5000 like per un selfie”.

Del resto, si sa che pulchritudo, ancor più che fortuna, imperatrix mundi, cioè la bellezza domina il mondo, ma la schiva dea Diana avrebbe disapprovato; d’altronde, se non partecipò alla gara di bellezza tra dee che scatenò la luttuosa guerra di Troia, avrà pure avuto i suoi buoni motivi, ma non che mancasse certo dei requisiti. Lo svantaggio femminile sta nell’inferiorità di competenza, vera o percepita, in ambiti tradizionalmente riservati agli uomini. Nel nostro caso la caccia è da tempo  immemore considerata appannaggio maschile, se non altro per il carico di sangue e violenza che porterebbe con sé nell’immaginario collettivo. Ecco che allora la figura stereotipata della donna – peggio ancora se madre – “che va in giro con un fucile ad ammazzare animali” ( ho sentito questa definizione testuale! Come se il fucile fosse un accessorio must al pari di borsetta ed ombrello) risulta ancora più negativa e spregevole rispetto a quella maschile, che si presume meno sensibile e più rude.

Di solito il sessismo è a due facce o ambivalente, cioè ha una faccia bonaria ed un’altra ostile, che coesistono al medesimo scopo. Quella ostile non ha bisogno di spiegazioni, e trova sfogo in ogni battutaccia, in ogni ghignata allusiva che si può leggere sui social o sui gruppi Whatsapp, nuovi capannelli di webeti, o ascoltare al bar. Quella bonaria invece è più subdola, si esprime in gesti e giudizi all’apparenza premurosi, ma che in fondo nutrono pregiudizi radicati e radicali. Ricordo nitidamente la frase che mi rivolse una volta una collega cacciatrice, parlando del far parte di una squadra di braccata al cinghiale,non senza una punta di soddisfazione per l’amara verità svelata:” Guarda che in squadra fanno finta di essere contenti che tu ci sei, ma in realtà dai fastidio, perché donna”. Cioè,tradotto: perché non sei capace, perché padelli, perché non capisci niente di cani.

Se il sessismo bonario, insieme all’esaltazione delle donne tout court, sono direttamente proporzionali alla diseguaglianza di genere, dovremmo forse rivalutare gli inviti da parte dei maschi a svolgere operazioni come pulire i fucili od eviscerare le prede, in nome della parità voluta. Perlomeno si riconoscono alle destinatarie queste abilità, o quantomeno la capacità di impararle. Ma il fenomeno è molto più ampio e sociale: oggi in Occidente attribuire inferiorità alle donne suscita indignazione,mentre  esaltarne la superiorità raccoglie approvazione ed ovazioni, dalla politica al costume. Si pensi alle celebrazioni di rito  ad ogni 8 marzo, alle frasi fatte e – da noi – ai gruppi Facebook di caccia al femminile che nascono come funghi, corredati di pose plastiche delle protagoniste, e rigorosamente riservati al gentil sesso, guai alla contaminazione.

Ho però il legittimo sospetto che certe premure sottintendano una tecnica ruffiana per accattivarsi le cacciatrici: tanto non costa niente, non si beccano critiche ma elogi, ci si fa ben volere e si stuzzica la vanità della cacciatrice di turno. Un gioco fin troppo semplice, tanto da essere entrato in uso anche in politica con l’inserimento obbligatorio delle quote rosa, che mi pare più una forma di tutela per categorie deboli, o comunque minus habentes.Il femminismo sempliciotto e di facciata è una strategia propagandistica anche in politica venatoria, come qualche associazione ha dimostrato anche di recente sponsorizzando la costituzione al suo interno di sodalizi al femminile promotori di iniziative benefiche e veicoli di un’immagine positiva per l’opinione pubblica esterna; circoli ristretti e ad impronta settaria, dove il potere decisionale concesso alle donne è nullo, e dove chi tenta un approccio critico viene di norma messo alla porta, bannato e tacciato di essere alla ricerca di visibilità personale.

Promuovere l’idea delle donne migliori a tutti i costi a forza di sessismo bonario ha dei risvolti, tanto più se si intende sminuire gli uomini per affermarsi in positivo per contrasto. Il femminismo virale e propagandistico mi pare che porti vantaggi solo ai pochi che lo sfruttano. Per contro, la risposta negativa ne è il sessismo ostile e crudo che ho già descritto , con tutta la spazzatura di link e commenti che propina, col rischio di intensificazione e propagazione connesso alla viralità di internet. Si sa quanto coraggio ispiri uno schermo, quante barriere di educazione e di rispetto riduca miseramente in polvere.

In definitiva, come ho già avuto modo di affermare in passato, la caccia a mio avviso non ha bisogno di idealizzare una categoria a scapito di un’altra, tantomeno quella femminile, che pure è una componente in crescita e sicuramente positiva per molti aspetti, non ultimo la tendenza ad imparare con umiltà ed a rispettare le regole; il che rafforza l’idea che non necessiti di “corsie preferenziali”.La caccia ha bisogno piuttosto di figure preparate ed ineccepibili,animate da passione disinteressata, uomini o donne che siano. La vera parità è l’attribuzione imparziale dei meriti a coloro ai quali questi spettano.

aC | Monica Sergelli

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  • Purtroppo é tutto vero.Dovreste andare nei boschi conciate alla Lara Croft.Furi dai canoni può andare,a patto che troviate comunque il modo di ricordare il vostro ruolo di donna.