Sergio Leonardi: segugismo & segugisti

Sergio Leonardi, livornese, è un personaggio molto noto non solo in Toscana, ma in tutto il mondo del segugismo su cinghiale. Da sempre cacciatore e cinofilo, è Giudice Fidc, FIDASC e ProSegugio, delegato ENCI per Prove per cani da seguita e da ferma e nominato dalla SIPS Nazionale nella Commissione di supporto ai Giudici ENCI per i riconoscimenti. E’ cofondatore del Club Segugio Maremmano, razza della quale è portavoce indiscusso ed autorevole, ed alla quale ha dedicato due importanti volumi che ad oggi rappresentano le uniche monografie su “quel cane rustico, coraggioso che sapeva cacciare il cinghiale”, come ebbe a definirlo Giacomo Puccini, che se ne avvaleva, come anche Eugenio Niccolini ed altri grandi, per le mitiche “Giornate di caccia” nella Maremma amara,terra selvaggia di cacciatori girovaghi e di briganti, di randagi coraggiosi, di posti buoni per la caccia, e spesso cattivi per gli uomini.

Buongiorno Sergio, parlare con te è respirare l’aria della Maremma, tra il salmastro e la macchia, in quella terra dai confini sfumati tra Toscana e Lazio, dalla fortissima vocazione venatoria. Una terra che è la culla di quella razza di cui tu sei tra i portavoce principali, il Segugio Maremmano, per l’appunto. Una razza “giovane”, riconosciuta solo nel 2009, ma costruitasi molto più lontano nel tempo, e ora alla ribalta nel segugismo su cinghiale un po’ in tutta Italia. Puoi farcene una breve storia, e valutarne lo stato attuale?

Ringrazio per i tuoi complimenti, sono uno  dei tanti che vivono in questo lembo di terra di cui Dante Alighieri ha voluto delimitare i confini, distinguendo “le Maremme “ Tosco/Laziali in alta, centrale e bassa, perché non dimentichiamoci che il solo termine Maremma generalizza. Il  cane Maremmano  nasce al tempo dei mezzadri, non come razza, (dove per razza si deve intendere omogeneità dei soggetti  sia morfologicamente, che per doti venatorie), ma come linee di sangue, varie linee di sangue che si scambiavano geograficamente, e che gli stessi cercavano sempre di migliorare; una selezione spontanea, mirata soltanto alle qualità venatorie, perché per queste persone un buon cane era una forma d’introito nel bilancio familiare. Lo scambio di soggetti o monte avveniva nelle più disparate circostanze: la transumanza, le conoscenze paesane, ma anche per tramite di quei preti cacciatori che, animati a loro volta dalla passione, smesso l’abito talare, sovente fuori della canonica scambiavano opinioni, anche nella Lunigiana. Nel mio libro ultimo edito  Il Segugio Maremmano, seppur limitandomi nello spazio, ho dedicato un capitolo a quest’aspetto per me fondamentale, perché queste sono le origini. Una nota dolente è parlare dello stato attuale, anche se ci sono persone e linee di sangue che hanno mantenuto i criteri, ma soprattutto la cultura del segugio maremmano. Il tanto agognato traguardo del riconoscimento di razza si è inquinato quando ha manifestato la possibilità di profitti, purtroppo un percorso comune ad altre razze in rapida espansione. Dai primi riconoscimenti voluti dall’allora SIPS ed  i cui principali fautori furono Mario Quadri e Sestilio Tonini, sono trascorsi 18/19 anni per avere uno standard, oggi in parte vanificato da criteri e concetti che, oltre a non tenere  conto della cultura venatoria del maremmano, ribaltano verità cinofile e cinotecniche.

In questi ultimi anni il Segugio Maremmano è letteralmente esploso come “fenomeno”, tanto che diversi cinghialai prima fruitori di altre razze si sono convertiti al suo utilizzo. Questo perché, a tuo avviso? Vale la regola “ad ogni territorio la sua razza”, oppure il Maremmano può adattarsi anche ad altri ambienti che gli sono meno congeniti? Perché tanti cacciatori “si innamorano” del lavoro di questo ausiliare, che ha saputo riscattarsi dalle sue umili origini e nobilitarsi?

Le prestazioni venatorie di un soggetto, indipendentemente dalla razza di appartenenza, si ottengono selezionando nelle monte i soggetti che hanno e mantengano le caratteristiche che la razza esige, impone. È un dato statisticamente provato, in qualsiasi campo si applichi, che nei grandi numeri si possa lavorare (sempre se con cognizione) per ottenere lo scopo, è una regola pressoché matematica. L’espansione demografica del Maremmano a mio avviso è dovuta a due fattori ben distinti: uno, il sapersi far apprezzare da parte dei soggetti che ,provenienti dalla cultura maremmana, si sono imposti dimostrando doti e capacità venatorie; l’altro, dalla difficoltà che possessori di soggetti di razze diverse hanno incontrato (per scarsità numerica di ricambio generazionale) nel ricercare, nel trovare la giusta linea di sangue che potesse mantenere le qualità di quella razza. Non ultimo, da non dimenticare, la diversa tipologia di caccia voluta dalla legislazione Italiana.

E’in atto una polemica, dai toni piuttosto accesi, circa la volontà di ricondurre il Segugio dell’Appennino o Lepraiolo Italiano ad una varietà del Segugio Maremmano, sottraendogli di fatto la dignità di razza a sé stante. Tu cosa pensi nel merito?

Credo che questo dimostri i limiti della gestione delle razze da seguita in Italia . La dignità di una razza si riconosce per come è emersa nel tempo ripercorrendone gli usi ,le tradizioni . Sono state fatte delle forzature, e chi legge ed è addetto ai lavori non può smentirmi . In Lunigiana presso Mommio fu fatto un raduno (ne ho testimonianze fotografiche) di Segugi dell’Appennino, perché allora si chiamava così ed erano presenti soggetti di cani provenienti da gran parte della catena montuosa: Piemonte, Liguria, Toscana, Emilia Romagna, e ciascuna di queste Regioni  presentò i propri soggetti. Seguirono prove pratiche su lepre e un dibattito,presenti dirigenti e Giudici dell’attuale Sips. In seguito, quelli che la tradizione popolare aveva nominato Cravin, can brac, can léver, o semplicemente restone , cambiarono nome  in“ Il Piccolo Lepraiolo Italiano”, e fu fatto uno standard nel quale molti dei sopra citati soggetti non rientravano né per manto, né per altezza al garrese… ed altro . Si pensi a cosa avrebbe detto il buon Don Nando Armani , vedendo che molti dei suoi cani non rispondevano a quello standard. Lui che si è sempre battuto per i “ suoi Canetti”, come soleva definirli. Inutile continuare a chiamarli Segugi dell’Appennino, ora non lo sono più, almeno quelli iscritti. Per il riconoscimento di una razza è necessario quantificare i numeri dei soggetti riconosciuti. Il segugio di cui parliamo non li ha mai avuti ed è stato riconosciuto sulla scia del riconoscimento del Maremmano , questa è la realtà. Si intenda bene che io ho pieno rispetto per le qualità venatorie del Segugio dell’Appennino, l’ho apprezzato e lo apprezzo indipendentemente dal nome che porta , ma “si è voluto fare di tutta l’erba un fascio”, come si dice da me!

Come valuti la situazione generale del segugismo italiano su cinghiale? Qual è il livello dei cani che riscontri nelle numerose prove cinofile che hai modo di vedere e giudicare?

Le forme di caccia al cinghiale hanno subito una radicale trasformazione, vuoi perché questa caccia si è generalizzata su tutto il territorio Italiano, adattandosi ad esigenze ambientali e personalizzate da luogo a luogo, sia nei modi di caccia sia nell’uso dei cani, vuoi per le diverse tecniche di caccia applicate. Le zone assegnate alle squadre, per lo più ripetitive se non addirittura fisse, hanno sviluppato nei soggetti l’uso della memoria a discapito dell’olfatto : tanti di questi vanno sulle rimesse o “i governi” mnemonicamente , vanificando doti e concetti cinofili. Globalmente oggi abbiamo un numero maggiore di cani per singola battuta, che, salvo oculati casi, vengono tutti  sciolti dando adito a canizze che muovono i selvatici , ma di fatto non producono cinofilia. Si raggiunge lo scopo ma non l’arte, qualora ci fosse. In una recente prova di lavoro dove sono state presentate ben ventiquattro mute di cani di razze assortite , ben ventidue non hanno riportato qualifica per scissione . Una dimostrazione di quanto sopra.

La nuova legge Parchi ha posto ulteriori e pesanti limitazioni all’utilizzo del territorio con i cani da seguita. Il futuro stesso della tradizionale caccia al cinghiale in braccata sembra per certi versi in discussione. Quali le possibili soluzioni?

La nuova legge Parchi ha posto delle condizioni sull’uso del cane negli stessi, in parte giustificata in parte no, a mio avviso. Gli ambientalisti hanno avanzato alcune obiezioni circa l’eventuale stress subito dai selvatici. Certo per l’attività di contenimento di alcune specie si rende necessaria un’educazione venatoria e comportamentale dei soggetti, in particolare l’obbedienza. Come si dice, c’è sempre il rovescio della medaglia . E’ ovvio e evidente che i Parchi sono un serbatoio naturale per la riproduzione di tutte le specie, alcune sono meno dannose, magari nidificano e migrano, altre invece più stanziali causano danni e pericolo alle comunità, questo non si vuole ed è allora che si crea un falso , ideologico e d’intento, per porre loro un freno. L’uso di alcune razze che rispondono alle necessità – vale a dire per la girata – è molto limitato numericamente, perché poco diffuse nell’uso pratico della caccia , ed allora è qui che viene il bello ! In gran parte delle province è partita la corsa alle prove per  “ Limiere” o per cane “ Singolo”, abilitando cani che di fatto non hanno geneticamente le qualità richieste . Come al solito ecco l’uso “ del Bastone e della Carota”, ma quale sarà l’effetto ? E’ presto per dirlo. Sarà forse l’abolizione stessa della braccata, tanto idealizzata e anche auspicata (vedi in Toscana la legge Remaschi)? Affidandosi ai soli selettori, però, non credo possa realizzarsi , anche se di certo ci sarà una riduzione degli ungulati , anche perché tutti quelli amanti del tiro e della “ciccia” si sono fatti in quattro per essere abilitati, ma allo stesso tempo un contenimento numerico favorisce la cinofilia: allora il cane dovrà impegnarsi di più nella braccata, e nel frattempo si elevano le qualità cinegetiche.

La tendenza futura tra singolo, coppia e muta. Quale sarà l’evoluzione della tradizionale caccia alla seguita? In quale di queste categorie il Segugio Maremmano si esprime meglio a tuo avviso?

Geneticamente il Segugio Maremmano è portato meglio ad esprimersi in singolo anche per tradizione: sono circa cinquanta anni che viene fatto un trofeo intitolato al fiorentino ,ma grossetano di adozione, Eugenio Niccolini, grande cacciatore e cinofilo, e scrittore;un ambito trofeo al migliore punteggio per cani in singolo aperto a tutte le razze , ma che salvo eccezioni è appannaggio del Maremmano . La coppia,seppur ridotta, è già una muta, con le stesse prerogative di quella tradizionale riconosciuta da Enci, in particolar modo la coesione . Con facilità si riscontrano anche coppie di Maremmani che hanno doti d’insieme e di lavoro comune, riuscendo ad ottenere buoni risultati. Meno invece con la muta, per i motivi già dichiarati di eredità genetica e per abitudine di caccia , e perché essendo una razza nata nel 2009, ancora non ha la mentalità d’insieme propria ad esempio delle razze francesi, che vuoi per carattere, vuoi per secoli di utilizzo in questa specializzazione hanno sviluppato .

I giovani e la caccia con i segugi: è sempre sola questione di vocazione naturale, o la passione si può “contagiare”anche con i buoni esempi? La caccia al cinghiale ha a tuo parere un buon seguito e futuro tra i cacciatori più giovani?

Cacciatori giovani! Una parola “magica” dove l’aspetto magico è proprio il giovane . I cacciatori sono una categoria con età media molto alta. Il giovane è la magia uscita dalla lampada di Aladino, ma se escludiamo quelli che amano lo sparo, ne troviamo diversi cinofili,bravi e desiderosi di apprendere,  e che dedicano molte ore e risorse ai loro cani. Tanti di questi li ho trovati in prove ufficiali sia di associazione ,sia Enci, e veramente vedi in loro quell’entusiasmo già vissuto che nello stesso tempo ti rattrista, pensando al tempo che passa .

Di recente è scomparso il grande Mario Quadri, col quale tu hai avuto modo di collaborare da vicino. Quali sono i ricordi più emozionanti che ti ha lasciato? Secondo te come può oggi il segugismo italiano raccogliere e portare avanti la sua eredità tecnica e culturale?

Mario Quadri ,il Maestro di tanti di noi, anche di chi non lo vuole ammettere e lo ha ingiustamente ignorato, ci ha dato l’essenza della cinofilia, del sapere, di non essere superficiali ma di valutare con attenzione i cani, la loro morfologia, il loro lavoro. I miei incontri con il Maestro sono stati purtroppo sempre pochi rispetto a quelli che avrei desiderato , e si sono svolti in prove di lavoro dove assieme a lui ho avuto l’opportunità di conoscere e stringere amicizie con Esperti Giudici che oggi sono la sapienza della cinofilia -quella con la”C” maiuscola- mai clientelare, dove il cane è al centro dell’attenzione,e non chi lo porta. Mario Quadri lascia un vuoto, ma come tutti i grandi lascia anche delle opere che sono veri capolavori di narrativa , di cinotecnica, nozioni di zoognostica , che per i posteri saranno linee da seguire . Inutile fare un profilo di Mario , lo si può leggere ovunque, mentre per chi lo ha conosciuto, sentito parlare di cani, di esperienze vissute di caccia pratica , resta indelebile la sua presenza, la sua umiltà che ti poneva suo pari, mentre di pari niente c’era. Queste sono le qualità dei grandi, e non le altezzose dichiarazioni di aver fatto questo o quello che poi sono fallimenti, imposizioni ottenute con i numeri e mai con la sapienza, dote questa che pochi dopo Mario Quadri sapranno dimostrare in cinofilia. Altri ci sono stati e non voglio fare i loro nomi , alcuni dei quali anche messi in discussione, ma Mario è stato e resta il Maestro indiscusso del segugismo italiano.

aC | Monica Sergelli

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