Collare elettrico e buon senso

E’ di qualche giorno fa la notizia che riguarda la sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale monocratico penale di Parma che ha assolto la proprietaria di un cane al quale era stato trovato montato un collare elettrico in regola con le normative CEE previste per il commercio di detto prodotto che gli sviluppatori indicano quale strumento correttivo.

Il difensore della signora, l’avvocato Antonio Bana, già Presidente di Assoarmieri ha commentato così il pronunciamento di assoluzione “per non aver commesso il fatto”: – è consentito per legge sia a livello nazionale sia europeo e numerosi studi scientifici a livello mondiale hanno evidenziato e dimostrato come l’utilizzo di questi collari non comporti alcun maltrattamento e alcun danno al sistema biologico e complesso dell’animale e che, anzi costituisce un miglioramento nel sistema di addestramento contrariamente a molte pratiche ben più violente e lesive. Un altro processo contro presunti maltrattamenti inesistenti che è costato alla Stato e a noi cittadini inutili spese che si sarebbero potute sfruttare, diversamente ,diversamente a tutela degli amici a quattro zampe abbandonati in questi periodi sulle nostre strade -.

Da alcuni esponenti del mondo della caccia italiana si è levato un coro di applausi. Ma… C’è un ma…
Anzitutto invito i colleghi ad attendere per sprecarsi in parole di elogio per il magistrato giudicante dato che della sentenza pronunciata il 17 luglio 2017, al momento della stesura di questo mio articolo, non sono ancora state depositate le motivazioni.

Bisognerà attendere il deposito e leggere con grande attenzione le motivazioni che hanno spinto il magistrato ad emettere sentenza di assoluzione. E valutare quanto gli studi portati a suffragio delle tesi difensive abbiano realmente e concretamente convinto il magistrato.

Ed ha ragione il collega Antonio Bana a porre l’accento sul costo della giustizia italiana ma, per dovere di cronaca, bisognerebbe dire anche che, in una situazione normale, l’unico a trarne vantaggi economici da una fase dibattimentale articolata e prolungata… è l’avvocato difensore dell’imputato. Dato che il magistrato giudicante e il Pubblico Ministero sono stipendiati dalla collettività.

E la domanda che mi sorge spontanea è: le tesi dell’avvocato difensore avranno convinto, oltre al giudice, anche il rappresentante della magistratura inquirente ? Perché gli amici cacciatori mi permettano di evidenziare che la Procura della Repubblica, trattandosi di procedimento penale, esaminate le motivazioni di assoluzione, proporrà con altissima probabilità ricorso in Corte d’Appello. Ciò significa che la ex imputata, ora assolta, dovrà a malincuore sostenere un nuovo processo avanti una corte giudicante. Con un aggravio notevolissimo di costi che andranno ad incidere direttamente sul suo portafoglio. E non su quello della collettività.

Abbiano cautela coloro i quali esultano per l’assoluzione: la sentenza in oggetto non è in alcun modo vincolante verso altri pareri poiché non è stata emessa dalla Suprema Corte di Cassazione, con il vincolo delle sezioni unite. La valutazione che mi permetto di fare ai nostri più attenti lettori è davvero molto semplice: sostenere le spese per un processo penale di primo grado, cioè avanti ad un giudice monocratico, costa diverse migliaia di euro. Senza contare, poi, se debbono intervenire dei consulenti di parte. Con  una altissima probabilità che in caso di assoluzione la Procura proponga ricorso. Con una certa duplicazione di costi per l’imputato. Superando di gran lunga la decina di migliaia di euro ed esponendosi alla possibilità di un ricorso in Cassazione.

Ma non solo… ad una possibile condanna dato che il tema su cui si è giudicati ha una profonda influenza emotiva sul principio di obiettività che dovrebbe tenere ogni magistrato giudicante. Pertanto un alto rischio di pagare profumatamente i legali per vedersi condannati. Vale davvero la pena rischiare e spendere tutti quei quattrini ?

aC | Gian Luca Nannetti

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