La via per il futuro

Un detto popolare vorrebbe che, più o meno nella testa di ogni italiano, vi siano lo schema giusto per vincere le partite di calcio decisive per la nazionale o per la squadra del cuore. Ed è ciò che più o meno accade anche nel bistrattato mondo della caccia.

Se, ipotizziamo, vi sono 700.000 cacciatori, come minimo vi saranno almeno 600.000 diverse “ricette” per risollevare le sorti di un mondo che sembra, inesorabilmente, destinato a ridursi al lumicino. Per due motivi: è ormai sempre più vicino un cambio epocale in termini di gestione faunistica e prelievo, poiché la riforma dell’articolo 842 e della 157/92 appare sempre più necessaria ed imminente. E poi perché, purtroppo, siamo giunti a quello che personalmente definisco come – il punto di non ritorno -.

Ovvero quel valore quantificabile in termini di tempo dove il numero di possessori di porto d’armi ad uso caccia diminuirà esponenzialmente nel corso del prossimo decennio. Dal 2018 al 2028 i cacciatori italiani subiranno una diminuzione di almeno quaranta punti percentuale. Per essere ottimisti. Ciò significa, in termini numerici, che se i cacciatori italiani sono 700.000 in dieci anni non supereranno le 400.000 doppiette. A stare larghi. Perché sono in molti a prevedere un calo superiore a cinquanta punti percentuale. Ciò significherebbe che 35.000 colleghi all’anno rinuncerebbero ad esercitare la loro passione. Poco meno di 2000 doppiette in meno per ogni regione. Ogni anno.

Tutto ciò per molteplici motivi che ben conosciamo. Ed in questo quadretto per nulla edificante e confortante assisto, da spettatore incuriosito, alla nascita auspicata a gran voce, di nuove realtà associative. E’ difatti di pochi giorni fa la notizia di una potenziale nascita di una nuova associazione. Di un nuovo ente, che dovrebbe unire i cacciatori della Sicilia. Una nuova realtà associativa, che a conti fatti, sarebbe la numero diciotto ad operare sull’isola del sole.

Di fatto l’ennesima divisione tra i cacciatori, organizzata a tavolino da chi, magari un domani, voglia andare a bussare alla porta di qualche “stanza dei bottoni”, portando in dote la possibilità di avere dei seguaci alla cabina elettorale. L’ennesima realtà, miope, cioè incapace di proiettare lo sguardo al futuro, al 2028, quando i cacciatori, divisi in mille realtà e fazioni, non avranno alcun potere.

Chi invece alla caccia guarda con sguardo attento e capace, investe: è notizia di pochi giorni fa che un noto imprenditore emiliano ha acquistato un’isola in laguna di Grado; un altro noto imprenditore veneto impiegato da decenni nel campo della valigeria ha recentemente investito in 5000 ettari di palude alle foci del Danubio, in Romania. Da poche settimane una nota tenuta di caccia del Delta del Po ha cambiato proprietà.

Chissà quand’è che i cacciatori, da nord a sud, impareranno dagli “imprenditori della caccia” e anziché fare inutili convegni proferendo vagoni di parole vuote piene di retorica, si impegneranno attivamente nella gestione e nella conduzione di tenute di caccia. Da dove nessuna legge potrà mai cacciarli ed impedirgli di esercitare la loro passione. Quando inizieranno sarà già troppo tardi.

aC | Enzo Sartori

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