Braccata: una convivenza difficile

Dal 1987 pratico la caccia al cinghiale in braccata e dal 2003, negli stessi ambiti, sono anche cacciatore di selezione, mi sento per cui onestamente autorizzato a parlarne in senso critico prendendo una chiara posizione. Faccio un passo indietro e poi chiarirò con quali accorgimenti, se messi in pratica, non sono contrario alla braccata.

Nel novembre 1986, il mio primo anno di licenza di caccia, mentre aspettavo qualche tordo in piccolo valico del Pratomagno tra le Provincie di Firenze e di Arezzo, incontrai casualmente il mio amico Paolo. Assieme ad altri cacciatori stava mettendo le poste e una, considerato che loro erano in pochi, toccò a me. Non vidi cinghiali ma questo fu l’inizio, la mia esperienza di caccia in braccata al cinghiale cominciava così.

Erano passati una ventina di anni da quando alcuni cacciatori di zona avevano liberato alcune scrofe di cinghiale pregne, comprate chissà dove, nei boschi del Comune di Reggello. Queste, si erano riprodotte a sufficienza e i carnieri annuali delle prime inesperte squadre già cominciavano a contare qualche capo e, in questa zona della Toscana, iniziava una forma di caccia sulla base di regole collaudate per secoli in altri luoghi. Anche se in un anno si abbattevano tanti cinghiali quanti oggi spesso se ne abbattono in una giornata era sempre festa! Caprioli ce ne erano pochissimi e non erano cacciabili per cui il fattore disturbo non era contemplato.

Io divenni titolare della squadra di Cascia di Reggello nel 1987 e da quell’anno iniziai la mia avventura di “postaiolo”, padellai il primo cinghiale che vidi arrivare il giorno dell’apertura e venni soprannominato Padellino, molti in paese mi conoscono ancora con questo appellativo non più attuale, in quanto ora so sparare discretamente, ma tuttavia spiritoso.

Tante sono le accese discussioni che ultimamente regnano sui social e sulle testate giornalistiche, sia web che cartacee, riguardo la caccia al cinghiale in braccata in quanto spesso mal considerata sia da chi non la conosce che da chi poco l’ha praticata, a volte erroneamente confusa con la caccia “tradizionale” di alcune zone alpine esercitata con i segugi ai cervidi ma con la quale non ha nulla da spartire.

Non voglio argomentare questa antica attività in relazione alla sua tradizione ma, cercando di rimanere lucido nell’esposizione, descriverne i pregi e i difetti.  La caccia in braccata al cinghiale ritengo sia tra le caccie più emozionanti che esistano in Italia, la lunga attesa alla posta è spesso ripagata da un’azione finale forte, preannunciata da una o più canizze e conclusa con l’arrivo e l’abbattimento di una delle prede più intriganti del nostro panorama venatorio.

Si attua in luoghi spettacolari, spesso impervi e difficili da praticare, dalle coste mediterranee “vista mare” alle faggete dell’Appennino dell’Italia centrale ai boschi di conifere di alcune zone alpine e prealpine alle spinose macchie della rocciosa Sardegna.

È una caccia altamente aggregante in quanto permette di riunire uomini e donne di diverse estrazioni sociali mettendo tutti allo stesso pari e questo è a mio parere il maggior pregio che questa antica arte venatoria conserva. Va da sé che i vertici, dal Presidente al Capocaccia ai vari responsabili, debbano essere leader nel proprio ruolo per far sì che la squadra resti nel tempo coesa.

Negli ultimi venti anni però la braccata ha subito una serie di trasformazioni negative che l’hanno resa, agli occhi di chi non la pratica, poco gradita se non odiosa.

Nel tempo, anche se il sistema e le tecniche sono rimaste invariate, tanti fattori sono cambiati: alcune leggi regionali, per necessità politica, hanno aumentato il numero dei componenti delle squadre in continuazione, arrivando ai primi anni 2000, ad esempio in Toscana, ad obbligare a minimi elevati di iscritti e di partecipanti alle battute. Questo ha portato ad un inserimento poco selettivo di cacciatori idonei a questa pratica rovinandone l’immagine. Espellere un partecipante per condotta scorretta o pericolosa, poteva ad esempio, non fare raggiungere il numero minimo per effettuare una braccata o mantenere iscritta la squadra nell’albo.  Oggi questi minimi si sono abbassati ma le squadre, ormai composte, mantengono la stessa struttura.

Un altro fattore determinante che ha indirizzato molti cacciatori verso questa attività venatoria è la carenza se non la scomparsa di altre importanti prede cacciabili, dovuta sia alla cattiva gestione delle stesse che dal cambiamento del territorio non più coltivato e spesso abbandonato.

A seconda delle Regioni e delle rispettive regole imposte, questa antica forma di caccia nutre però diversi tipi di considerazione. È indubbio che nelle Regioni ad alta densità di cacciatori abbia nei confronti di chi non la pratica una cattiva reputazione. Purtroppo la braccata, per le sue caratteristiche intrinseche, provoca azioni di disturbo al resto della fauna in modo pesante, non esistono particolari regole per l’utilizzo dei cani, qualsiasi quadrupede abbaiante può essere inserito nelle mute e la mancata specializzazione porta spesso loro a insidiare altri animali, di norma cervidi, che avendo abitudini e cicli biologici non sovrapponibili a quelli del cinghiale ne traggono svantaggi. La braccata, poi, se non è disciplinata da regole ferree sulla sicurezza, è potenzialmente pericolosa e più di ogni altra forma di caccia può provocare gravi incidenti.

Destabilizza i branchi di cinghiali, privandoli spesso delle scrofe capobranco e dei soggetti migliori e più vigorosi, essendo in genere i primi che scappando arrivano alle poste. Se non ben ritualizzata, si concentra molto sulla parte cinofila e su quella umana e gli animali, considerati numeri e non prede pregiate, vengono ammucchiati a fine battuta e spesso i cacciatori faticano a riconoscere quello da loro abbattuto.

Le carni dei cinghiali prelevati in braccata, per effetto dell’adrenalina prodotta durante la fuga e del tipo di macellazione effettuata ore dopo l’abbattimento, seppur commestibili non sono poi di buona qualità.

Detto ciò ritengo ingiusto privare il mondo venatorio di tale pratica in quanto, oltre al fatto che in molti praticano da sempre con passione e correttezza questa attività, le popolazioni di cinghiali in costante aumento non possono essere contrastate se non in questo modo. La caccia di selezione o la girata con pochi cacciatori possono coadiuvare l’azione delle squadre, ma non sostituirla.

Ciò che però ritengo essenziale per far sì che la braccata riacquisti la giusta immagine che merita è favorire un’alta specializzazione dei componenti delle squadre sia ai dirigenti che ai partecipanti, con una sensibile attenzione al rispetto delle fasi biologiche della specie e in special modo delle cure parentali, è inammissibile uccidere scrofe in lattazione o cinghialotti di pochi chili di peso. Doverosa è poi una rigorosa selezione dei cani, nell’ottica di indirizzarli il più possibile con adeguato addestramento alla specie cinghiale, poi un attento studio per identificare, nei limiti della ragionevolezza, periodi di caccia non sovrapposti a quelli di altre specie di ungulati ne abbasserebbe i livelli di disturbo. In fine, chiari indirizzi rivolti alla macellazione alzerebbero sicuramente il livello di qualità delle carni.

Solo nel rispetto delle regole e dei princìpi che ho sopra espresso, la braccata al cinghiale può essere effettuata in armonia con le altre forma di caccia e solo in questo caso mi ritengo fondamentalmente a favore.

aC | Enrico Tucci

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