Caccia alla stanziale: un inesorabile declino

Parlare già di bilanci a stagione venatoria appena iniziata può sembrare prematuro, anche se nelle prime tre/quattro uscite, oltre a quelle spese in preapertura per chi l’ha sfruttata, probabilmente qualche idea molti cacciatori se la sono già fatta. Certo, dopo l’estate di siccità eccezionale che abbiamo appena vissuto, i timori sullo stato della selvaggina non erano pochi, corroborati da qualche avvisaglia: animali avvistati molto deboli, evidentemente in difficoltà per la penuria di acqua, alcuni focolai di aviaria registrati proprio a ridosso dell’inizio di stagione, e lo spettro degli incendi che hanno fatto da protagonisti in molte zone della penisola.

Personalmente ho un ricordo molto netto del mese di agosto, uno dei tanti pomeriggi torridi che mi trovavo a percorrere una strada provinciale in collina: procedevo piano, come faccio spesso in campagna per tenere d’occhio i “segnali”ai quali tutti i cacciatori sono attenti, quando all’improvviso ho visto sulla carreggiata una fagiana che si muoveva molto lentamente,quasi trascinandosi dietro le zampe; ma quello che mi è rimasto più impresso è stato lo sguardo appannato, l’occhio vitreo dove già la vita dava segni inconfutabili di abbandono. Sono riuscita a schivarla proprio perché andavo piano, ma non so se qualche altra automobile forse più compassionevole abbia poi “finito il lavoro” prima che se ne occupasse la natura.

Uno spettacolo davvero desolante, che mi ha spinto a riflettere ancora una volta sulle politiche dei ripopolamenti ancora purtroppo in atto in molti ATC; sull’efficacia presunta di immissioni di animali pronta caccia del tutto sprovveduti nel far fronte alle difficoltà ambientali e naturali in condizioni normali, figuriamoci poi in emergenze ostiche come quella di questa estate appena trascorsa; su quanto possano invece scaturire risultati ben diversi da una gestione faunistica appropriata ed oculata, e di certo non impossibile da attuare.

Questo per dire che la situazione attuale della selvaggina negli ATC che hanno aspettato i primi giorni di settembre per le immissioni è sicuramente migliore, anche se non da paragonare a quegli ambiti che hanno invece deciso di non investire sul pronta caccia, limitandosi a liberare solo gli animali di cattura a fine stagione e consentendo così il radicarsi di popolazioni davvero “selvatiche”.

Per me che ho la fortuna di cacciare in uno di questi ultimi ATC per così dire più “virtuosi”rispetto ad altri, sicuramente la situazione della selvaggina è più rosea, ed il bilancio in sostanziale pareggio rispetto alle ultime 3 o 4 stagioni precedenti: vale a dire, prede abbastanza sicure almeno per tutta la metà della stagione, con animali non imparentati coi polli, ma smaliziati e capaci di tenere testa anche ai cani più abili e navigati.

Quest’anno in più c’è poi un punto a favore segnato dal grande secco di questi mesi: le lepri in queste zone da dove scrivo, e cioè dal parmense, sono in crescita ed in buona salute: probabilmente i mancati sfalci della tarda primavera ne hanno preservato in buona parte le cucciolate, avvantaggiate anche da una stagione sempre bella e senza piogge torrenziali come successe invece qualche anno fa, quando per contro, dalle nostre parti, molti animali selvatici morirono letteralmente affogati dalle piene di canali, fossati e fiumi.

Queste sono però soltanto variabili climatiche,che non possono essere controllate e che investono ciclicamente l’ambiente naturale e la selvaggina che lo abita; da parte dell’uomo e soprattutto dei cacciatori molto di più si potrebbe però fare, dal punto di vista della tecnica e della gestione faunistica, in termini di miglioramenti dei territori per renderli più ospitali per gli animali.

Allora sì che il bilancio delle stagioni venatorie potrebbe davvero schizzare da un sostanziale pareggio ad uno strabiliante attivo, ed il pronta caccia sarebbe solo uno sgradevole e lontano ricordo.

aC | Monica Sergelli

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