Diari di Caccia: Addio alla Beccaccia

La beccaccia conosceva quel cacciatore. Sapeva anche che sarebbe stato difficile beffarlo nuovamente. Ammetteva di aver avuto fortuna sino a quel momento ma era più forte di lei il desiderio di deriderlo e prendersi gioco di lui. Conosceva le sue abitudini , l’ora in cui si sarebbe presentato in quel bosco con quel suo cane peloso. Ben due volte aveva scansato i pallini del suo fucile e l’avrebbe fatto anche allora. Ma  sentiva che quello era un giorno particolare e c’era qualcosa nell’aria che la infastidiva, ma non era quello il momento di indagare sul perché. Si mise nel medesimo anfratto al riparo della ramaglia lasciando libera la visuale: da lì avrebbe spiccato quel volo acrobatico che le aveva sempre salvato la vita. Anche quella mattina sarebbe stato cosi.

Dopo circa mezz’ora si sentì a portata di tartufo di quello strano cane. Lo vedeva tutto protreso e immobile, stirato come una statua, teso come le corde di un violino. Il campano aveva cessato il lugubre scampanellìo. Il cacciatore  era accorso trafelato. Ora cane e cacciatore erano un tutt’uno in attesa di un evento atteso. L’involo improvviso e atipico parve sorprendere entrambi. La traettoria non era quella attesa da quei due. Due colpi rabbiosi quasi all’unisono ruppero il silenzio religioso di quel bosco. La beccaccia sentì i pallini sopra la testa; non avrebbe potuto schivarli se fossero stati indirizzati verso di lei, ma anche questa volta l’aveva beffato. Con volo rapido scansò vari fusti di abeti e acquistò maggior dinamismo  dopo un centinaio di metri.

Era tranquilla adesso che fra lo sparatore e lei c’era la distanza di sicurezza. Prese la direzione del solito fiume dalla acque imbronciate. Aveva dimunuito la velocità adattandola ad un volo di crociera. All’improvviso sentì uno sparo, poi un altro ed un altro ancora. Troppo tardi per rendersi conto che un altro cacciatore che girovagava in zona l’aveva messa sotto mira, questo non l’aveva previsto. Un dolore trafittivo le dava la consapevolezza di essere stata colpita da un maligno pallino da caccia staccatosi da una palla incandescente. Si era conficcato  nel dorso, forse nel rene destro o in una zona molto prossima a questo. Non aveva lacerato alcunchè di vitale, almeno fino a quel momento, ma gli stata procurando un insopportabile dolore. La comparsa di un gonfiore nel punto di penetrazione tradiva l’esistenza di un ematoma.

Il suo volo si era fatto a tratti più affannoso del solito quando arrivò a destinazione in uno splendidido boschetto di piante secolari. Le caratteristiche di quel forteto erano tanto uniche da consigliarne la preservazione ad ogni costo contro uomini sempre solerti nell’infierire danni irreparabili all’ambiente con interventi sconsiderati. L’unico inconveniente, e non da poco, era che quel boschetto confinava con una riserva di caccia anche se di modesta frequentazione. C’era molto freddo quella sera in quel luogo e, l’ora tarda, associata alla fatica, sembrarono stimolare la fame. Non gli fu difficile procurarsi i primi due grossi lombrichi.

Pensava di tragugiarli con appetito: dovette constatare il preoccupante disinteresse per quel cibo. Si preoccupò, sapendo che l’inappetenza era il primo segnale di malessere. Il dolore dorsale non l’abbandonava e questo accentuava il pessimismo e la poca fiducia nella guarigione. Non vi è dramma peggiore della percezione di uno stato di decadimento fisico per un problema irrisolvibile o gestibile soltanto dal destino, fallite tutte le altre soluzioni. Sentiva poco lontano i gorgheggi di quel fiume che doveva avere una corrente impetuosa che lambiva la zona cespugliosa a poche decine di metri. Ma cominciavano a non interessarlo più nemmeno il bosco, i suoi ipotetici inquilini, le cornacchie grige ciarliere e neppure il pettirosso che si era appostato vicino e che con aria compassionevole  sembrava offrirgli un aiuto non possibile da accettare.

Anche un airone solitario che volava deciso con battito d’ali possente fece sentire la sua voce roca a mò di saluto beffardo o solidale. Si mise in piedi ma una terribile fitta la fece desistere dal proposito di controllare il territorio. Sarebbe stato di vitale importanza conoscere le caratteristiche di quel luogo per motivi di difesa personale ma il fisico sembrava non in grado di sorreggerla. Sentiva di essere prossima  alla fine  decretata dal suo Dio che l’avrebbe voluta a sé.

Per un attimo si concentrò sul danno fisico procurato da quel pallino infernale. Provò a tastarsi con le ali e a tentare dei movimenti di flessione ed estensione del corpo e delle membra, ma ci riusciva in minima parte. Aveva dedotto che fossero coinvolti più organi, alcuni di questi essenziali ai fini del mantenimento della stazione eretta e dell’energia vitale. La “defaillance” fisica è potenziata dall’abbandono psichico, per certi versi più importante e vitale.

Per lei stava iniziando lo stato di rassegnazione preludio ad una prossima fine. Aveva racchiuso gli occhioni umettati di lacrime di sconforto. Per la seconda volta aveva temuto di non poterli più riaprire, ma ora, più che un timore, sarebbe stata una tenue speranza. Il sole era ormai alto ma non avvertiva alcun tepore. Nessun sollievo gli derivava da quei raggi che tante volte le avevano recato sensazioni di benessere.

Sapeva che percepire il freddo era pericoloso specie se questo proveniva dalle zone più interne del corpo e non dalla temperatura esterna per la quale bastavano le piume. Si rannicchiò in prossimità di un anfratto riparato dal vento creato da una grossa radice, infilò testa e becco sotto l’ala destra e si addormentò temendo di non potersi più svegliare. La beccaccia non si svegliò ma di lì a poco riaprì gli occhi in un altro mondo circondata da fiori,  praterie, boschi verdi e sorridenti come quelli da lei sempre amati, pronta per una nuova vita finalmente di maggior pace e serenità.

aC | Pietro Cortellini

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