Che fine faranno i cacciatori

Caro Direttore, consentimi alcune esternazioni autunnali per nulla mitigate dal clima estivo a proposito di quanto da te appreso sul declino della caccia. Poco più di 400.000 cacciatori avrebbero la licenza in tasca quest’anno. Due anni fa, se non vado errando,  eravamo  750.000, dieci anni fa più di un milione. Se la matematica non è opinione si assiste ad una defezione di poco meno di 200.000 cacciatori all’anno. In prospettiva, fra due anni potremmo essere  irrilevanti.

E’ la debacle auspicata dai nostri antagonisti e taciuta o forse ignorata dalle nostre benamate associazioni.  Se la caccia si trova in stato preagonico lo si deve a molteplici fattori molti dei quali sviscerati  su questa rivista. Non esistono medicine efficaci in campo medico quando la patologia ha fatto scempio biologico irreversibile.

Concordo pienamente nell’auspicio di una futura difesa ad oltranza da parte di uno zoccolo duro di adepti  difensori della loro passione  non barattabile con chicchessia,  favorevoli a sovvertimenti strutturali ed epocali. Non so se sono condivisibili, se saranno e quando mai messe in cantiere le proposte che tu fai e non conosco neppure quanti di questi 400.000  cacciatori odierni  saranno disponibili per la nuova era, ma credo che questo lo si debba fare al più presto. L’alternativa sarebbero la scomparsa della caccia e la bocciofila di paese.

Una delle osservazioni che vorrei condividere è questa. Nel dopoguerra  gran parte dell’esercito di doppiette non ha certo brillato per lungimiranza. Erano altri tempi, d’accordo: gli habitat vocati alla selvaggina c’erano, i selvatici pure ed ognuno faceva man bassa della risorsa faunistica  senza problemi e senza restrizioni. Non vi era la mentalità ostile, c’era la tutela della selvaggina gratificata da ambienti favorevoli e da azioni di contenimento dei predatori senza suscitare scandalo. Sino agli anni settanta la situazione appare idilliaca.

Poi iniziano i problemi legati alla modifica della realtà rurale, ai veleni agricoli, all’abbandono collinare con incuria boschiva, al sorgere di un sottobosco ostile prodromico all’avvento degli ungulati con conseguente sofferenza dell’avifauna autoctona. Si rendono necessarie le limitazioni delle giornate  venatorie e dei carnieri, la riduzione dei colpi dei semiautomatici e l’aumento delle aree di protezione. Ci si scontra verbalmente, si crea in seno al nostro mondo un clima da caccia alle streghe, ci si palleggia  responsabilità, emergono le gelosie territoriali, si affibbiano paternità di disinformazione e dilettantismo.

Si cerca di correre ai ripari senza vera convinzione ma con molta improvvisazione. Ci si atteggia a difensori del consolidato, si ostacolano i cambiamenti e le innovazioni, ci si erge a difensori di una  caccia anacronistica non più proponibile. Proprio per la mancanza di condivisione di intenti fioriscono come funghi le diverse associazioni col bel risultato di indebolire la forza contrattuale.

Si guardano con indifferenza e malcelato disprezzo i movimenti ambientalisti ed animalisti che alimentano  nei giovani l’ostilità nei confronti del mondo venatorio e dei cacciatori via via dipinti come sporchi, brutti e cattivi. Iniziano le restrizioni, le sanzioni, le  faraginose e astruse disposizioni, i farneticanti tentativi di salvare il salvabile.

Si importano e liberano lepri da tutta Europa e finanche dall’Argentina, si immettono fagiani senza un minimo di criterio scientifico col risulato di imbastardire ciò che invece era da salvaguardare. Inizia il declino che ci ha portato ai giorni nostri, contrassegnato da uno stato che da preagonico è approdato alla lenta agonia.

Ma con che faccia oggi possiamo proporre la salvaguardia della  lepre italica autoctona  o delle nostre starne e pernici rosse dopo decenni di inquinamento genetico e di immissioni selvagge senza regole?  Non voglio tediarvi oltre in questa mia veloce disamina del passato. Torniamo ai giorni nostri con la tenue e miserrima speranza che le  defezioni dei cacciatori concorrano alla rinascita generazionale favorendo l’ascesa di soggetti più consapevoli e determinati nei propositi del cambiamento. Penso che di questo ci sia assoluto bisogno.

aC | Pietro Cortellini

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