Diari di caccia: la prima starna di settembre

È settembre. Un uggioso pomeriggio di settembre. Dalla finestra della camera alta in cui mi sono isolato per studiare, vedo le nuvole trasportate dal vento che a tratti coprono la cima del monte di Surano. Entra da una fessura della finestra uno spiffero d’aria dall’intenso profumo di foglie.

C’è sempre qualcosa di magico in un temporale che si acquieta. I residui rigagnoli che solcavano prima la strada ora si stanno esaurendo a poco a poco. Nella pacata contemplazione che mi distrae dagli studi sono richiamato da uno strombazzare di clacson che viene dalla strada. Mi affaccio alla finestra. Le ultime gocce sparse nel vento mi pungono il viso debolmente.

Mi chiamano a viva voce e non vedo nessuno. Accedo ad un’altra finestra dalla quale vedo Dimo che appresso al suo camioncino per il trasporto del latte mi fa cenno di scendere.

«Alla svelta» mi dice. Scendo in strada in un attimo e, quando sono al suo cospetto, in dialetto mi chiede: «Le conosce le pernici quel cagnetto?» e indica il mio pointer alla catena sotto il portico del fienile. «Certo che le conosce! Perché?» gli chiedo. «Allora sbrigati! Prendi il fucile e il cane che ti porto in un posto!» Mi fa.

Il mio Spif già dall’anno scorso e cioè da quando lo portammo una settimana prima dell’apertura sul branco delle vigne, le starne le conosce eccome. Claudio, con il mio cal. 36 che si piegava come un rasoio, ne uccise una e Spif la riportò magistralmente. Io me la facevo sotto a fare il bracconiere, ma Claudio, che ha fatto la guerra e mastica la paura come una foglia di cipolla, ci gode un mondo a sparare prima che vengano su quelli della pianura a distruggere i branchi in una settimana.

Salgo sui furgone di Dimo che a tutta birra imbocca la strada per Cadignano. Nel cassone dietro, i bidoni del latte vuoti ad ogni scossone fanno salti, producendo un rumore intenso e fastidioso.

Alla seconda curva, sotto il poggio della chiesa, ci fermiamo e scendiamo. Dimo mi fa: «cinque minuti fa c’era un branco di pernici che salivano per la scarpata in fila come i pellegrini». Mi indica il punto esatto in cui le ha vedute e se ne va in fretta, senza lasciarmi il tempo di ringraziarlo.

Provo una strana sensazione di sgomento e l’eccitazione mi produce vampate di calore al viso. Non so bene cos’è meglio fare. Un branco di starne sono una cosa troppo grande per un ragazzotto borioso che spara con un cal. 20 perché si sente d’esser Buffalo Bill.

Intanto Spif ne ha intercettata la passata e frulla la coda con la velocità di un’elica. Si muove a piccoli passi battendo i denti con gusto. Ogni po’ accenna una breve ferma, alza il capo e cerca vento, tuffando il muso lungo il sentierino appena abbozzato che costeggia la siepe di un’antica scorciatoia.

 

Il mio cuore batte più forte d’un tamburo e con la mano destra sudata cerco costantemente la sicura peraccertarmi che sia disinserita. Tra le poche cose che ho imparato, so bene che le starne “in piedi” salgono e che una volta involatesi si gettano verso valle come sassi lanciati.

Intanto Spif è scomparso dietro la siepe ed io attendo, nella speranza che prendano la direzione del fiume. Emetto un lieve sibilo soffiando aria tra i denti ed il labbro inferiore per chiamare il cane e per farmi coraggio. Anche le ragazze bisognerebbe sempre incontrarle all’improvviso. Gli appuntamenti scombussolano perché non ci si può tirare indietro.

Odo il fragore del branco che s’invola e ne scorgo appena una scollinare verso la buca delle vigne. È una fucilata lesta, istintiva, che mi libera dalla tensione che attanaglia muscoli e pensieri.

Ho la netta sensazione di averla colpita ma, come è capitato già altre volte, potrebbe essere più un desiderio recondito che un fatto. Corro lungo la strada verso il viottolo che dalla curva conduce alle vigne. È un vecchio sentiero impervio che da tempo nessuno pratica più. Ci si cammina tenendo i piedi di sghimbescio tanto è la pendenza del primo tratto, ricavato sulla sponda del monte privo di vegetazione per via del vento e di quell’infame ghiaino sul quale da bambino sdrusciavo i calzoni giocando alla “scivola”. Spif è accorso alla fucilata e lavora alacremente, tessendo intrepide trame in ogni anfratto.

Lo sparo ha scaricato la mia tensione nervosa ed ora mi sento molto più a mio agio di prima non avendo più nulla da decidere se non cercare quel benedetto fantasma. Ogni minuto che passa si acuisce il timore d’averla mancata. È sbucata alla mezza altezza d’un cerro ed è scomparsa dietro la curva. Ora potrebbe essere in qualunque luogo di questa costa erosa dal vento e ripida come le scale dei solai. Godo il frenetico andirivieni del pointer e, lentamente, scendo la scarpata lungo la mulattiera.

Ora, tutt’attorno il paesaggio è lucido di pioggia e grandi nuvoloni si rincorrono sopra i monti. Sono un piccolo uomo ma mi sento padrone del mondo. Pare che la valle si sia assopita e il lento e lontano gorgogliare del torrente che ha assunto color di cioccolato ha il suono d’una litania.

Spif si spinge oltre i miei passi e in un rientro nervoso al limitare d’un roveto grande come un ombrello incoccia in un refolo di vento e si irrigidisce, proteso verso il cratere del vuoto. Mi sporgo appena, né stupore né meraviglia, solo una soave e dolce visione, come alla vista d’un sarcofago d’oro. Sul chiaro contrasto della ghiaia un grigio fagotto si prospetta alla mia vista. La starna è inerte. Spif ancora immobile: immagine d’un furibondo piacere e, dentro di me, una ridda di sensazioni.

Mi muovo e Spif rompe la ferma e si avventa sulla starna morta. Vuole sentirne il gusto e nel riporto la strizza di nuovo. Mi piego sulle ginocchia e raccolgo dalla bocca del mio cane questo premio. Sono pago di tutto. Per oggi il branco può tirar fiato. Lentamente mi incammino verso casa.

Intorno, ogni cosa sorride. Questo vecchio mio mondo così immobile ed immutabile s’è compenetrato nella mia gioia. Questa prima starna di settembre mi ha procurato lo stordimento del primo bacio. Era il settembre 1966.

aC | Gianni Lugari

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