Velocità esasperata, la risposta è il Breton

Siamo in un’epoca caratterizzata dal “fast”, dove vogliamo che tutto sia veloce e la tendenza ha contagiato anche la cinofilia venatoria delle prove di lavoro. La velocità è sempre stata prerogativa delle razze da ferma “inglesi”, utilizzate in terreni molto ampi dove la velocità per loro diventa funzionale, come condizione di una cerca necessariamente molto spaziosa. Ed infatti la “grande cerca” – e la conseguente grande velocità – è peculiarità di quelle razze.

Ciò non toglie che anche per gli “inglesi” si verificano esasperazioni di cani che corrono come forsennati in una cerca che li porta a divenire un puntino all’orizzonte con prestazioni avulse dal significato originario della caccia a cui le prove devono (o dovrebbero) ispirarsi. I terreni per accogliere questi tipi prove sono pressoché introvabili in Italia e spinge i cultori di questa cinofilia a continue trasferte all’estero alla ricerca di palestre adatte alle prestazioni dei loro cani.

Direi che forse anche per gli “inglesi” è venuto il momento di fare qualche riflessione sull’esasperazione a cui si è oggi arrivati. Forse per emulazione degli “inglesi”, questa tendenza al “fast” ha però contaminato anche i “Continentali”, stravolgendone il loro lavoro.

La distinzione operata dai nostri predecessori fra razze “inglesi” e razze “continentali” non era unicamente legata alle origini geografiche, ma rifletteva il diverso modo con cui i due gruppi di razze interpretavano l’azione di caccia, che trae origine dalle differenze geomorfologiche dei rispettivi Paesi d’origine: si pensi cioè alla grande differenza fra i terreni della Scozia e dell’Inghilterra rispetto a quelli dell’Italia o della Bretagna.

È quindi impensabile che un Breton abbia lo stesso comportamento di un Setter. Eppure oggi c’è chi pretenderebbe dai Breton una velocità che – tra l’altro – non è consona alla loro costruzione morfologica. I Breton sono stati selezionati per cacciare in terreno “rotti”, boscosi, dove il reperimento della selvaggina portava il cane ad esplorare ogni angolo utile con una cerca minuziosa tale da non trascurare ogni possibile ricettacolo della fauna selvatica oggetto della caccia.

Nelle odierne prove assistiamo invece a prestazioni esagerate che vanno ben oltre i limiti descritti dallo standard con conseguente esasperazione della velocità, pen- sando che il soggetto più veloce copre più terreno ed ha quindi maggiori possibilità di incontro. Ma non è così, perché nei nostri terreni ci vuole una cerca più riflessiva, coerente con una velocità più contenuta.

Nell’attuale modo di interpretare il lavoro delle razze Continentali anche la classe giudicante ha le sue responsabilità perché se un soggetto di queste razze non ha prestazioni esasperate in termini di velocità, viene declassato. Evidentemente alcuni Esperti hanno negli occhi le prestazioni degli “inglesi”, tanto che in alcuni casi disdegnano di giudicare le nostre prove. Ed invece il giudizio di tutte le razze non può prescindere dal relativo standard che dovrebbe essere ben chiaro nella mente di chi è chiamato a svolgere il delicato compito di valutare le prove di lavoro.

Quale conseguenza di simili deformazioni assistiamo al diffondersi fra i Breton di soggetti sempre più piccoli – al limite del nanismo – con ossatura troppo leggera nella falsa convinzione che, più piccoli sono, più veloci corrono. Parimenti vediamo galoppi allungati che nulla hanno a che vedere con l’andatura saltellata del Breton, così tipica e tanto diversa dal galoppo delle altre razze. Di conseguenza si stanno modificando le costruzioni, creando soggetti magari vincitori in prove ma che si scostano dalla tipicità morfologica della nostra razza.

È sempre stato per noi motivo d’orgoglio avere soggetti contemporaneamente belli e bravi: ora invece assistiamo alla tendenza di creare correnti di Breton da lavoro distinte da correnti di Breton da bellezza ed alla conseguente perdita di quelle prerogative che hanno fatto del nostro cane una delle più apprezzate razze nel panorama venatorio europeo.

Il nostro ruolo consiste nella selezione del cane finalizzato “per la caccia”, non “per la corsa”. Non snaturiamo il nostro Breton per un mero sogno di competizione con altre razze: i miglioramenti vanno sempre ricercati, ma non a scapito della tipicità, ovvero del marchio distintivo della razza.

Nella ultime Coppe Europee abbiamo visto soggetti messi fuori non perché avessero commesso errori, bensì perché non rispondenti alla tipicità di cerca. I successi ottenuti in questi ultimi anni ci debbono riempire d’orgoglio, ma devono nel contempo stimolarci a migliorare sempre, però nell’ambito della tipicità.

E ricordiamoci che non siamo “inglesi” e tanto meno “cani da corsa”, lasciando certe caratteristiche alle razze che le hanno nel loro DNA. Così come in certi settori la contrapposizione al “fast” è lo “slow”, inteso come “genuino”, in cinofilia la contrapposizione al “fast” deve essere la irrinunciabile “tipicità”.

Luca Pasqualetti

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