Il Tarassaco, l’erba del fegato

Esiste una spiegazione per tutti i diversi e fantasiosi nomi attribuiti alla pianta. In particolare viene chiamata dente di leone a causa della forma dentata delle sue foglioline, soffione per via della palla lanosa con cui si presenta ad un certo punto del suo ciclo biologico, piscialetto, o il nome con il quale è conosciuta soprattutto in Francia, un nomignolo che la dice lunga sulle sue proprietà diuretiche, propagandate a dismisura intorno al Seicento.

Taraxacum  officinale Weber,  Gemeiner Lőwenzahn (ted), navadni regrat (slo), ljekoviti maslačak (cro), radict (S), pisse-cian, tala, talate (F) arba righessa (C), modac (V.N), regrat (A.C), radicio selvadigo, cicoria mata (Is). Tarassaco comune, dente di leone, piscialetto, piscia cane, soffione.

Il nome ufficiale tarassaco invece proviene dal greco taraké, che significa “scompiglio” e àkos, “rimedio”: dunque pianta capace di riportare ordine nell’organismo in subbuglio. La pianta è un’erba comunissima: la si trova in tutti i prati, di preferenza regolarmente falciati e concimati, ma anche nei terreni incolti, sui bordi delle strade, lungo i sentieri

Aspetti botanici
E’ una composita perenne, molto polimorfa, non si tratta di una specie unitaria, ma di un complesso formato da numerosissime stirpi apogame, che si riproducono cioè anche per via non sessuata, e che per l’Italia sono ancora incompletamente note. Apportatrice di linfa lattea, la pianta presenta delle foglie con nervature reticolate, generalmente dentate o lobate, dei fiori disposti in grossi capolini a corolla gialla tipica, in cima ad uno stame privo di foglie. Dopo maturazione i fiori si trasformano in curiosi palloncini piumosi: basta un soffio per staccarli completamente dal gambo. Il tarassaco fiorisce da febbraio a maggio e il fenomeno si verifica di solito con caratteristiche ondate.

Parti utilizzate a scopo terapeutico
Radici,  foglie e fiori. Le radici carnose, o meglio dei robusti fittoni, dopo essere state pulite dalle impurità e dalle radichette vanno essiccate al sole; conservate in un ambiente asciutto ed al buio possono essere impiegate nel corso di tutto un anno. Le foglie si consumano fresche o si essiccano in sottili strati all’ombra, in luogo ventilato. I  fiori si usano freschi. Chi raccoglie la pianta si ricordi bene di farlo lontano da possibili fonti d’inquinamento; inoltre di prestare attenzione se esce, spezzando il gambo dell’infiorescenza, un liquido lattiginoso che macchia la cute: è bene in quel caso non avvicinare le mani alla bocca perché il lattice contiene sostanze velenose.

 Aspetti fitochimici e farmacologici
I principali componenti sono alquanto complessi, soprattutto i principi amari, chiamati un tempo genericamente con il nome di tarassicina; oggi sono state identificate numerose sostanze nuove dai nomi impronunciabili per i non addetti ai lavori. La pianta contiene però un mix di tantissimi principi attivi, anche a seconda della stagione; per esempio la radice in primavera presenta un alto contenuto di zuccheri (fruttosio), in autunno un’elevatissima concentrazione di inulina e tutto l’anno un elevato contenuto di sali di potassio, vale a dire è sempre presente una sostanza responsabile dell’azione diuretica.

Proprietà medicamentose
E’ una straordinaria pianta epatica e biliare, che – ricordando Jéan Brel – assicura il lavaggio del filtro renale e l’asciugarsi della spugna epatica. E’ un tonico amaro, eupeptico, colagogo e colecistocinetico, depurativo sanguigno e diuretico azoturico. L’azione depurativa – sempre più disattesa e poco praticata – è conosciuta fin dal Medioevo, grazie agli Arabi, anche se l’antica medicina cinese aveva impiegato il tarassaco già da millenni, come cura di bellezza per la cute.

Indicazioni
Il tarassaco viene impiegato come coadiuvante nel trattamento di epatopatie ed epatosteatosi, colecistopatie e disturbi digestivi, in particolare nelle difficoltà di digestione dei grassi (intolleranza ai “fritti”), ma anche in turbe dispeptiche caratterizzate da lingua saburrale, anoressia, aerofagia, meterorismo e cefalea post-prandiale; nella tendenza alla ritenzione idrica, alla cellulite, all’obesità, come pure nelle tendenze alla stipsi ed alle emorroidi, nell’ipercolesterolemia e nelle dermatosi croniche.

Modo d’impiego
Infuso: un pugno di radici o di foglie tagliate per un litro d’acqua. Bollire due minuti, tenere in infusione altri dieci: 3 tazze al giorno, prima dei pasti. Succo di radice fresca: due fialoidi al dì, o due cucchiai da minestra, ambedue sempre prima dei pasti. Tintura madre: 20-40 gocce, 3 volte al dì.

Omeopatia
Il tarassaco (come tintura madre) è uno dei cardini della terapia drenante secondo il protocollo omeopatico. Questo termine è stato usato per la prima volta da Nebel, un medico svizzero, anche se è la scuola francese che ha codificato l’uso dei rimedi drenanti. Ho conosciuto personalmente a lezione alcuni mostri sacri della fitoterapia francese, come Jéan Valnet e Henry Lernout: erano concordi sull’impiego del drenante, prima dell’intervento omeopatico. Fondamentalmente per due ragioni: sostegno e rinforzo per l’organo sofferente e limitazione eventuale di effetti troppo violenti in corso di terapia omeopatica.

Medicina popolare
In Istria il succo dei fiori di tarassaco (20-100 g) veniva usato un tempo al mattino a digiuno come depurativo; in Friuli ancora oggi le foglie vengono lessate e condite sia a scopo depurativo e sia come stimolanti dell’appetito.

Curiosità e ricette
Chi si vuole curare mangiando, però, convinto che la prima medicina dell’uomo sia il cibo, ha con il tarassaco ampie possibilità di farlo. Oltre a costituire un ingrediente ideale per insalate primaverili e zuppe, la pianta trova in cucina un largo impiego con preferenza nella preparazione di ravioli e torte salate. Così l’insalata selvatica, l’insalata matta, costituisce un gradevole antipasto: sulle foglie fresche si grattino delle mandorle dolci e si aggiunga dell’olio di noci: si otterrà una signora insalata! Ovviamente anche da sola, con un filo d’olio d’oliva: un ottimo piatto…proletario! Qualcuno potrebbe dire: “Troppo amara”. Risposta: “Più è amara, meglio fa”.  Le gemme prossime a sbocciare possono essere messe in aceto come si fa con i capperi. Dopo aver cotto le foglie, le si riduca in purea: sarà un piatto…cordialmente amaro, ma particolarmente adatto per artritici e per coloro le cui funzioni renali ed epatiche…lasciano a desiderare.

Dott. Franco Fornasaro
Farmacista & Erborista

RIPRODUZIONE VIETATA anche parziale senza il consenso scritto dell'editore   -   © acaccia.com   -   Tutti i diritti riservati. All rights reserved.

Leggi anche gli altri articoli di Erbe & Funghi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Regole di comportamento per i commenti. Vengono cestinati commenti fuori tema, provocatori, privi del dovuto rispetto per le opinioni altrui, con contenuti maleducati o offensivi e non in linea con il tenore della discussione, insieme a tutti i messaggi provenienti da indirizzi irregolari. Non è consentito pubblicare link terzi e scrivere testi in stampatello. L'attività dei moderatori è insindacabile e inappellabile compresa la chiusura dei commenti e il blocco di un utente. La pubblicazione di un commento implica l'automatica accettazione di queste regole e delle norme "Nota legale" del giornale.
Per inserire un'immagine personale, registrarsi con lo stesso indirizzo email al sito: http://it.gravatar.com