Dio strabenedica gli Inglesi

[Editoriale] Sono reduce da una breve gita in Inghilterra, precisamente nella zona di Salisbury, l’antica Sarum delle colonie romane in Britannia, dove mi sono recato per visitare il sito preistorico di Stonehenge.

Si tratta, come molti di voi sapranno, del luogo in cui 5.000 anni fa gli antichi abitanti di quei luoghi elevarono in cerchi concentrici una costruzione megalitica, formata da immensi pietroni sistemati in modo tale da formare qualcosa che sta fra il tempio e l’orologio astronomico.

L’impressione che si ha, percorrendo in auto le anguste strade inglesi, è di trovarsi davvero in un mondo diverso da quello che siamo abituati a vedere nel nostro paese.

La campagna inglese è giustamente celebrata proprio perché si tratta di vera campagna, dove rarissimamente si vedono tralicci o pali della corrente elettrica, che sono molto spesso interrati e dunque non vengono a turbare il paesaggio agreste, né si vedono costruzioni sparpagliate qua e là a casaccio come accade invece da noi, dove la situazione di disordine urbanistico è totale ed assoluta.

La campagna inglese si estende a perdita d’occhio interrotta solo dalle siepi che delimitano le proprietà, nonché da boschi dove troneggiano le grandi querce caratteristiche della Britannia e dove i pascoli sono punteggiati da greggi di pecore e da mandrie di vacche.

L’apparato industriale britannico esiste sì, ma si estende folto e aggregato nelle periferie delle città, mentre la campagna viene rispettata come tale. Inoltre gli inglesi non cercano di migliorare più di tanto la rete stradale.

Ci sono le autostrade, efficienti e gratuite come in Germania, ma gran parte delle strade, comprese quelle statali, è costituita da stretti nastri di asfalto a due corsie e nessuno si sogna di allargarle o di realizzarne di nuove consumando il territorio, di cui gli Inglesi hanno un sacro rispetto.

Ovvio che in questo contesto la fauna britannica sia numerosa e la caccia sia densa di soddisfazioni, come ben sanno coloro che dall’Italia vi si recano per gite venatorie da cui ritornano onusti di selvaggina e con gli occhi e la mente ricolmi di emozioni e di paesaggi incontaminati.

Non parliamo nemmeno dell’uniformità architettonica che caratterizza le costruzioni in Inghilterra dove si tende ad inserire gli edifici moderni nell’architettura vittoriana tipica, dove troneggia il mattone faccia a vista, i bow window – da noi italianizzati in “bovindo” – e le finestre a inglesina.

La medesima sensazione di rispetto nei confronti della campagna, sorvolandola a 10.000 metri durante il tragitto aereo da e verso gli aeroporti inglesi, lo si nota in terra di Francia, dove è evidente lo sforzo di non consumare territorio e di rispettare la campagna come bene economico primario, ma anche come elemento fondamentale del paesaggio.

Non appena scavalchi le Alpi e il velivolo sul quale ti trovi irrompe sulla pianura lombarda e veneta, ecco, invece, che all’osservatore cascano letteralmente le braccia nel vedere la distruzione paesaggistica assoluta che emerge palese dalla quota a cui si viaggia.

Gli spazi verdi sono ormai ridottissimi e sempre inframmezzati da costruzioni di ogni genere e dal “bordello” urbanistico che la letteralmente massacrato il paesaggio italiano per cui la Penisola andava celebre in tutto il mondo, almeno fino agli anni ‘60 del secolo scorso. Un paesaggio inutilmente tutelato dall’articolo 9 della Costituzione più disattesa della storia umana!

Ti chiedi, da cacciatore, dove sia ormai possibile praticare la nostra passione in certi contesti, nei quali corri sempre il rischio di sparare nei vetri delle finestre di qualche casa o di qualche capannone, oppure di finire ad ogni piè sospinto nell’area proibita compresa nei 50 metri a lato di ogni via di comunicazione, dalla cui rete capillare, enorme, assolutamente esagerata ed altrettanto inutile, la pianura italiana è stata devastata.

Una pianura che amministratori ignoranti, improvvidi e, come le inchieste della magistratura dimostrano, talvolta perfino corrotti, hanno trasformato in un’immensa periferia degradata avendo consumato il territorio in modo irreversibile e che ancora continua, con i residui scampoli di verde assediati dal cemento e dall’asfalto, in una sorta di maledizione ininterrotta. E i cacciatori italiani, mentre il loro territorio veniva distrutto, dov’erano?

Dov’erano le loro associazioni? Perché non hanno mai combattuto una battaglia ambientalista che fosse una, in difesa del territorio sul quale esercitare la loro passione? Certo, nemmeno gli agricoltori l’hanno combattuta, anzi, spesso molti di quanti non volevano più fare i contadini, hanno preferito rendere “produttiva” la loro terra consentendo che diventasse edificabile e dunque ricavando un reddito dal provvedimento amministrativo con cui veniva mutata la destinazione d’uso dei loro fondi agricoli.

Mi chiedo dunque se la caccia fosse stata una fonte di reddito aggiuntivo che avesse efficacemente affiancato quello derivante dalle produzioni agricole, così come avviene in Inghilterra ed in quasi tutti i Paesi europei, la situazione italiana sarebbe precipitata fino al punto in cui oggi si trova e dalla quale non esiste ritorno.

Mi chiedo, insomma, se in assenza del famoso (a questo punto mi vien da dire famigerato) articolo 842 del codice civile, il paesaggio agrario italiano si sarebbe conservato meglio. Ecco il motivo per cui, ribaltando ciò che diceva durante la guerra il commentatore radiofonico dell’EIAR, poi divenuta RAI, non posso che affermare: “Dio strabenedica gli Inglesi”!

Marco Buzziolo

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