Diari di caccia: Sant’Antonio abate

Gli autunni e gli inverni della mia infanzia di bambino erano scanditi da alcune date che, ad ogni stagione, attendevo ansioso. E che, solo oggi me ne rendo conto, hanno contribuito a formare quella che si può definire una memoria elegiaca.

Tutto iniziava con il 28 ottobre. San Giuda e Simone. Che coincideva con i giorni in cui mio nonno mi permetteva di saltare i miei doveri scolastici per accompagnarlo, assieme agli amici più cari, a caccia di allodole approntando i tradizionali capanni nei prati erbosi o nei campi in cui si era già provveduto a raccogliere la soia. E che venivano opportunamente battuti con il rullo.

Poi vi era l’11 novembre. San Martino. La data in cui tutto aveva davvero inizio. Le nebbie intense abbracciavano le campagne e le lagune, che frequentavo grazie all’affetto di mio nonno. L’aria si faceva pungente. L’autunno mostrava il lato più romantico e nostalgico. Aveva inizio la caccia ai fagiani con i cani da ferma e in laguna si realizzavano i migliori carnieri sfruttando le giornate di nebbia. Era in questa data che si concludeva la caccia alla lepre.

L’8 dicembre. La festa della Madonna. Data in cui si sospendeva la caccia alla femmina di fagiano, alle starne ed alle pernici. Le prime gelate, le caldarroste mangiate scottandosi le dita, coperte parzialmente dai guanti con le moppole.

Il 25 novembre. Santa Caterina. Dove, come vuole il proverbio: – una canocia val più di una gallina -. Ed  era il momento in cui coincidevano, nelle cacciate in laguna, i carnieri più numerosi e vari di specie, soprattutto per l’abbondanza di fischioni.

Vi era poi il 5 gennaio. San Giovanni. Data in cui, durante la notte si accendevano le foghère e dove il saggio del paese pronosticava l’andamento della buona sorte durante l’anno nuovo guardando il fumo. Mentre i cacciatori sparavano in direzione del fuoco per evitare che gli spiriti uscissero. Era la data in cui si sospendeva di cacciare il maschio di fagiano con i cani.

Ed infine arrivava ogni anno il 17 gennaio. Sant’Antonio abate. L’ultima data, l’ultima occasione per la caccia in campagna. Gli ultimi fagiani e gli ultimi merli ma, soprattutto, era la data in cui coincideva l’uccisione del maiale. Animali alimentati, come si faceva un tempo, con gli scarti delle cucine di campagna, con i resti delle trasformazioni agricole e con il pastone, una miscela di frutta, ortaggi e coltivi arricchiti dalla presenza del siero del latte.

E per anni, finché ero solo un bambino, ad ogni ricorrenza mi trovavo proiettato in un panorama di profumi, odori, colori e suoni simili a quelli descritti nel film L’albero degli zoccoli, del genio del realismo italiano Ermanno Olmi.

Ed era proprio così. Le pignatte di acqua bollente fumante, lasciate sul fuoco mentre fuori vi erano ancora le stelle e la luna. I banchi in acciaio, i ganci e le corde, i coltelli, i tegami in cui raccogliere il sangue.

Gli amici di mio nonno, quelle facce buone che avevo imparato a conoscere ed apprezzare. Il veterinario. Il Sindaco del paese. E, immancabilmente, il prete. Raramente assistevamo a quel grido straziante di trapasso. Alle primissime luci dell’alba, nel chiarore dell’aurora, eravamo già ai margini delle zone alberate, appostati in silenzio, in attesa di merli, tordi, storni, qualche raro colombaccio e ghiandaie che si rimettevano nella prima pastura della giornata.

Spesso capitava che qualcuno avesse un richiamo a bocca e lo usasse per convincere il merlo più restio. La prima fucilata che squarciava il silenzio, mente il sole non era ancora sorto, aveva il poter di bloccarmi. Di lasciarmi abbandonare ai miei pensieri. A quel sentimento pieno di nostalgia per una stagione di caccia, che per me equivaleva a incredibili avventure, ormai arrivata alla conclusione.

Si rientrava così a mezza mattina, chiacchierando tra le capezzagne erbate, mentre nella corte di campagna ribolliva la vita. La consacrazione di un gesto antichissimo che vedeva il sacrificio del maiale contrapposto alla possibilità di trascorrere giorni lieti, con del buon cibo, per i contadini.

Immancabilmente veniva offerto il sanguinaccio che impregnava e sporcava le labbra. Le prime salsicce cotte sulle braci. I testicoli e il naso bolliti con abbondante radice di rafano grattuggiata, le orecchie, le ossa.

La lingua veniva usata per realizzare quello straordinario insaccato della tradizionale agricola veneta che, non a caso, prende il nome di lingùal.   Non si sprecava nulla in una cultura rurale emblema del più schietto e rispettoso rapporto tra uomo e animale.

Si concludeva così la mia stagione di caccia, tra le urla del maiale e l’odore pungente di polvere da sparo. In un tempo andato e che rivivo rivangando tra i ricordi di un’epoca felice ad ogni diciassette gennaio, quando, prima dell’alba, rivivo quelle intense emozioni.

V.T.A

Canocia | crostaceo marina (Squilla mantis) molto pescato in alto Adriatico e conosciuto in altre parti d’Italia con il nome di cicala di mare o pannocchia;
Foghèra | un grande fuoco realizzato all’aperto, retaggio della cultura celtica, durante il quale il saggio pronosticava il buon esito dei raccolti in base alla direzione del fumo;
Capezzagna | strada di campagna erbata a margine delle coltivazioni, raramente percorribile da mezzi non agricoli;
Lingùal | insaccato tipico delle campagne dell’alto veneziano, delle dimensioni di una soppressa, leggermente schiacciato ai lati e macinato fine al cui interno è contenuta la lingua del maiale marinata, bollita e poi insaccata;

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