Diari di caccia: l’ultimo solengo con Moretta

Se amate entrare nel bosco il mattino presto ed uscirne quasi a notte fradici di sudore, assaporare il silenzio e la solitudine della macchia,prestare l’orecchio ad ogni piccolo rumore,sentirvi animale tra gli animali,uomo lontano dagli uomini, fiume, albero od ogni altra essenza che anima il bosco, allora riuscirete a comprendere che la caccia a singolo, al solengo, è un’arte. Iniziai a praticarla  in Maremma, quando da giovane universitario dovetti abbandonare per motivi di studio le mie montagne ed i miei compagni.

Fin dal primo anno, nelle domeniche in cui non mi era possibile tornare a casa, seguendo gli insegnamenti  di un vecchio toscano di Maremma,diedi principio ad un vagabondaggio solitario tra gli scopeti e le macchie di cerro e farnetto,armato di un vecchio fucile con le “canne a tortiglione” che il mio amico era solito affidarmi; accompagnato solo da Moretta, incrocio tra un “nostrano mezzo pelo”  ed un “trequarti” hannoveriano.

Raggiungevo Marcello la domenica mattina ed ogni volta che gli impegni di studio me lo consentivano. Lo trovavo quasi sempre seduto dinanzi casa, al sole,  o accanto al fuoco se faceva brutto e freddo. Mi aspettava. La sua età ed i segni di un lavoro duro non gli consentivano altro e così il mio racconto, al  rientro dalla caccia, era  prodigo di particolari,  mentre il borbottio della caffettiera nera di  fuliggine faceva capire che stava aspettando da un po’, con impazienza. Se il solengo aveva avuto la meglio,le sue deduzioni ed i suoi consigli si rivelavano quelli di un uomo che sapeva il fatto suo, mentre, se c’era da recuperare, il suo sguardo si illuminava ed i suoi movimenti diventavano più rapidi,concisi;raddoppiava la ciotola di Moretta, l’accarezzava con tenerezza, armava di basto il vecchio ciuco e calzava gli scarponi. Trascorsero così alcuni anni,stagioni di emozioni indimenticabili, di amicizia sincera, di rispetto assoluto tra un giovane “studente di caccia al cinghiale a singolo” ed un incredibile maestro.

Una  mattina, che non dimenticherò mai, lo raggiunsi sul tardi. L’indomani sarei tornato definitivamente a casa. Avevo terminato gli studi e forse non ci saremmo più rivisti.  Questa era la realtà anche se, nel cuore, ciascuno di noi due serbava una  speranza diversa. Quando varcai l’uscio stava in  silenzio, seduto accanto al camino spento. Poi ruppe il ticchettio della sveglia dicendo: – Stamattina è arrivato il sostituto. Ha attraversato l’orto delle Due Sorelle ed ha tirato  dritto  verso lo stagno. Ha segnato la querciola di Matteo dietro il recinto. Ha fatto tardi stanotte, per far baldoria, e deve essere sciapo di sonno.-

Tacque,  mentre il suo sguardo si perdeva tra la cenere aspettando  una mia reazione. – Marcello! –  risposi dopo un po’ – Tu lo sai che  seguir le tracce per me è dura da quel lato, con quest’arsura poi… – Moretta ti ci porta per mano come un bambino. Dalle fiducia. Col vento giusto  non ti sentirà fino a che non gli sarai sopra. Sarà allestrato giù di là dal  Nero. – Non sapevo come comportarmi. La tentazione era forte, ma mi pareva indelicato andare proprio la vigilia del nostro addio. Fu lui a rompere l’indugio. Tagliò il pane, tagliò un pezzo di formaggio,   riempì la bottiglia ed infilò il tutto  nella mia cacciatora appesa dietro l’uscio. – Va’! –  disse – Ti aspetto per pranzo.

Come aveva detto lui, sopra il margine dell’orto la traccia era evidente: il fango dello scivolo aveva imbrattato l’attraversamento allo stagno, ma poco più in là, sul trottoio che attraverso le scope si snodava fin giù in direzione del Nero, nessun segno. Controllai accuratamente la querciola dietro il recinto di Matteo: il segno era alto a significare che il “compare” non era cosa da poco. Moretta annusò alcuni rami tra la bassa vegetazione e, dando di coda, lo agganciò immediatamente. Il verro, infilata la prima macchia, aveva abbandonato quasi subito lo stradello, passando dietro lo stagno, tra le scope, sotto  i quercioli e poi giù di nuovo verso il fosso.

La cagna procedeva adagio, precisa ed ostinata, aspettando con pazienza che aggirassi ora una roccia, ora un fitto, mentre mi  tornava in mente la saggezza di mio padre e le sue prime raccomandazioni, quando iniziai a seguirlo con le mie ginocchia sbucciate da piccolo monello:– Ricordati sempre che la formula migliore è: cane cieco e cacciatore zoppo –  ed aveva ragione. Allo schiocco, flebile segno di intesa, Moretta riprendeva ad accostare segnando sempre di coda. Tra le piante alte, dove la vegetazione più rada liberava  finalmente l’orizzonte verso il Nero, il cipresso davanti al casolare mi apparve all’improvviso svettante, impassibile. Sulla destra, sotto alcuni rovi, un insoglio recente. – Hai fatto tardi! –  pensai.  – Se dormi ti dò la sveglia. – Con un salto Moretta attraversò il rivolo quasi asciutto  e sull’altro lato  prese attraverso la tagliata nuova.  In cima,  attese che le fossi nuovamente accanto.

Come avrei voluto che Marcello la vedesse  al lavoro ora che aveva sei anni,ed era diventata di mestiere.  Ottimamente collegata, solida e seria, muta in accostamento ma discreta e prudente nell’abbaio a fermo, era in grado di seguire la traccia in qualsiasi condizione. Lavorava di cervello e non d’istinto. Ti guardava, aspettava il tuo cenno ed eseguiva prontamente. Con l’animale davanti poi era insuperabile: lo segnalava  una volta, perché sapeva che non eri lontano,  e te la vedevi subito al piede. Ti lasciava il tempo di riflettere: il vento, la distanza, la posizione giusta. Una volta che eri a posto, bastava un  cenno del capo e ripartiva. Il suo abbaio era cadenzato, insistente, un  sonar per individuare la posizione dell’animale con   una tolleranza di pochissimi metri. E tu fermo ad aspettare, con l’adrenalina che ti ubriacava ed il cuore che ti saltava in gola. Marcello l’aveva avuta cucciola da suo cugino Andrea; un accoppiamento indesiderato. Le era venuta subito in simpatia e poi Arno era ormai vecchio, difficilmente avrebbe superato l’inverno.  Aveva iniziato a lavorarla quasi  subito, con un entusiasmo nuovo. Il  vecchio cane, con la testa tra le zampe, li guardava fare, sopportando  pazientemente la nuova arrivata.

Quella mattina la canina volle farmi un ultimo regalo.  Attraversato lo “spuntone della civetta”, contrariamente a come immaginavo, “l’amico” aveva deciso di cambiare direzione ed invece di andare oltre, verso il recinto delle vacche,aveva ripreso inaspettatamente a salire in direzione della “Rimessa del Carlino”: quattro scope in croce tra alcune rocce, in alto, per dominare chi veniva da basso a disturbare il suo sonno. Non era una zona impossibile. Proseguiva diretto, aveva sonno l’amico.  Con un gesto del braccio consentii a Moretta di allungare. Il silenzio mi sembrò eterno. L’abbaio rivelatore mi fece trasalire, ancora una volta come la prima volta.

Non fu necessario richiamare la cagna, sapeva bene quel che andava fatto. Con lei al piede iniziai l’aggiramento per prendere il vento buono. Un passo dietro l’altro,  stando attento a non fare il minimo rumore. Arrivai  ad  una ventina di metri dalle scope. Se avessi rilanciato la cagna da lì potevo anche tentare.- Chissà se mi ha già sentito? – Pensai. Scrutavo a distanza  il punto dove poteva essere allestrato,  cercando di immaginare la sua mole, le sue difese, i suoi occhi. Mossi ancora un passo in avanti ed attesi. La cagna al piede non “esisteva”. Scrutai ancora, analizzai  l’eventuale via di fuga e la condizione  migliore per il tiro.

Un piccolo masso davanti a me, a circa quattro metri,  era  una  posizione eccellente, ma era una distanza infinita. Ad attraversarla impiegai un tempo interminabile, con il cuore che sembrava mi uscisse dal petto, stando attento a che neanche l’erba sotto i miei scarponi si accorgesse del mio passaggio. Non dovevo assolutamente farmi sentire. Il vento era favorevole e lui probabilmente non aspettava nessuno da  quella parte. La sua traccia dal basso era sotto il suo controllo, se qualcuno fosse arrivato da lì l’avrebbe immediatamente allertato.

Erano ora quindici metri, un tiro giusto. Mi accovacciai appoggiando la spalla sinistra sul masso;  una gamba distesa contro un “querciolo” mi rendeva stabile sul terreno scosceso.  Non bisognava avere fretta. Rilanciata Moretta con un cenno,si era rimessa subito  a fermo. C’era solo da aspettare. La cagna si spostò di qualche metro sulla sinistra, segno che l’aria stava cambiando, ma io ero leggermente più alto,  potevo ancora attendere. Il ritmo dell’abbaio  era immutabile, cadenzato, tra le basse scope non molto fitte. La mia posizione non era scomoda,  nessun arto mi formicolava,la cagna era lì, sentivo il suo timbro costante, insistente, fastidioso. E l’animale doveva essere sotto quella scopa o sotto l’altra o addirittura dietro quello spuntone. La canna del fucile era in direzione e cercava il suo grugno. Da un momento all’altro si sarebbe alzato  proprio dinanzi a me, lo avrei finalmente guardato  negli occhi. Forse era nero come il demonio,o canuto come un vecchio stanco, ma i  suoi  giorni terminavano con la mia partenza e le sue difese mi avrebbero ricordato quel tempo,  per molti anni ancora,  con  poche  parole d’amicizia impresse dietro lo scudetto di legno.

Si  mise ritto all’improvviso, sbuffando verso la cagna.  Il  suo orecchio  era perfettamente in linea con il mirino del vecchio dodici, ma il suo occhio mi stregò e mi persi. Pochi interminabili istanti  in cui il mio respiro rimase sospeso,il mio sguardo fisso al suo occhio,il dito immobile.

Quando si accorse di  me, con uno strappo squarciò  le scope sotto di lui ed  il fragore mi risvegliò. Era troppo tardi per ogni ripensamento ed in fondo … Lo sentii rompere a lungo verso il basso. Meglio così, pensai, avrebbe segnato ancora la querciola di Matteo e Marcello,ogni volta,leggendo il segno si sarebbe ricordato dei nostri giorni.

Franco Serpentini

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