Selezione Cinghiale: la preparazione della zona assegnata

Leggiamo quotidianamente pezzi sulla caccia praticata e ci appassionano come se fossimo noi stessi gli autori della cacciata. Pochi invece focalizzano il tema su un lavoro tanto oscuro quanto propedeutico e spesso stimolante: la preparazione della zona assegnata, le relazioni con il contesto rurale di riferimento.

E’ notizia degli ultimi mesi lo sforzo che molti enti regionali,insieme agli atc, stiano “spingendo” sulla costituzione di distretti di caccia di selezione e sulla formazione dei cacciatori interessati. Oggi stesso ad Eataly Roma possiamo trovare esposti ,tra birre e formaggi, porzioni di carne di cinghiale cacciato immesso nel circuito della grande distribuzione di qualità. Iniziamo ad appassionarci all’idea che la selvaggina stia diventando punta di diamante del Made in Italy,e  questa è una sfida importante che rappresenterà il miglior viatico per la salvaguardia e il consolidamento della nostra passione.

Torniamo velocemente e idealmente a calpestare le zolle di terra che circondano la nostra zona assegnata, la benzina costa e tempus fugit. Il miglior volano della passione è il risultato, e anche se nel risultato è prevista anche la possibile uscita a vuoto, una serie interminabile di uscite senza risultato scoraggerebbero chiunque.

Personalmente ho investito soldi in ottiche da tenere fisse in auto, un binocolo snello, faretti  a led e se necessario strumenti come termo camere che peraltro iniziano ad essere “quasi”abbordabili rispetto al costo di entrata sul mercato. Conoscere il territorio e censirlo adeguatamente è il segreto per una ottimale riuscita della selezione … utile sarebbe anche una foto trappola, ma attenzione all’utilizzo di strumentazione: è infatti di fondamentale importanza conoscere le “regole di ingaggio” ed assicurarsi che nel caso specifico siano autorizzate dall’ente competente e dalle normative previste. Spesso molto variabili da caso a caso.

Se la selezione poi non è la caccia principale e non si vuole investire un bel po’di soldi su di essa, è sufficiente utilizzare i vecchi metodi: buoni scarponi, qualche giorno di perlustrazione e tracciatura del territorio, l’individuazione delle probabili uscite del selvatico, la presenza di capi previsti dal piano di abbattimento e qualche trucchetto low cost (in assenza di foto trappole) come il trucco del filo da pesca con la sveglia “cinese”.

La sveglia cinese l’ho testata personalmente per individuare il passaggio e l’ora in una zona di caccia: è sufficiente investire pochi euro, comprare una sveglietta di plastica, se necessario nastrarla in modo da mimetizzarla il più possibile, e con un filo da pesca circondare il pacco delle batterie in modo che al minimo strappo il meccanismo non venga alimentato, e le lancette segnino l’ora esatta del passaggio del selvatico. Se ripetuto per due/tre volte, questo espediente sarà certamente indicativo per l’orario di appostamento (nei limiti dell’orario consentito dalla norma istituente).

Fondamentale è lavorare il meno possibile sul passaggio individuato, utilizzare guanti inodore e magari attendere qualche giorno; per il resto è necessario fissare il filo da pesca da parte a parte ad un’altezza sufficiente a non essere “ingaggiato”da selvatici di minor dimensione, come volpi e tassi.

Circoscrivere il “sacrificio” fisico collegato alla caccia è utile all’efficienza dell’azione vera e propria: un selettore stanco non offrirà il massimo di se stesso e “padelle” o abbattimenti “sporchi” sono un danno ecologico e spesso una sanzione nel punteggio del selettore a fine anno.

Ideale sarebbe altresì avere un rapporto buono con il proprietario del fondo, rispettare l’eventuale coltivazione in atto e rappresentare per il proprietario del fondo una sorta di “controllo remoto” del territorio, come fossimo noi stessi ideali guardiacaccia della zona assegnata. Non male è intraprendere un rapporto di amicizia e talvolta condividere parti della preda con chi ci ospita e a cui, comunque, offriamo già un servizio prezioso nell’ottica del contenimento dei danni agricoli.

Nulla di più appagante e stimolante che condividere qualche minuto di tempo, magari inumiditi dalla brina serale e stanchi, con una bevuta ed una fetta di cacio dopo le dovute misurazioni biometriche e la redazione di scheda e verbale. Queste cose rendono il selettore un tutt’uno con il territorio di riferimento.

Analogamente è indispensabile interfacciarsi con la locale squadra di caccia al cinghiale e letteralmente “scenderci a patti” per evitare piccoli dispetti, disturbi durante l’appostamento e parimenti di esser noi stessi i disturbatori di altre esigenze, ugualmente utili e legittime, di altri cacciatori come noi. Quest’ultima è una delle sfide  più impegnative, ma anche più strategiche, della nostra passione ancestrale, ed è bene non sottovalutarla perché l’unione d’intenti ci rende esponenzialmente più influenti nei tavoli che contano.

Poche parole le vorrei dedicare a Roma ed alle altre zone urbane dove recentemente hanno o stanno (nel caso romano) autorizzando l’istituzione di distretti e l’inizio della gestione e il contenimento della specie cinghiale; chi è abilitato in queste zone peri-urbane mi potrà ben capire.

Il rapporto con la zona limitrofa alla città ha delle peculiarità tutte sue, i distretti dovranno far “digerire” la caccia di selezione a persone magari di estrazione urbana e non rurale e contadina. La selezione al cinghiale aiuta più di altre: i rischi per la sicurezza, i crescenti incidenti stradali procurati e, udite udite, mi è capitato personalmente, lo sradicamento di piante, siepi o fiori vicino a ville e villini possono rappresentare una leva di consenso. Sta a noi selettori utilizzare i tasti giusti, e soprattutto rappresentare un esempio di civiltà che sia volano per la reputazione di tutti nei confronti di chi non apprezza la caccia e spesso anzi la avversa. Se non saranno amici, almeno che non siano nemici giurati.

Ora non ci resta che preparare lo zaino, leggero, e programmare l’uscita, una buona dormita e in bocca al lupo.

Andrea Severi

 

 

 

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