Sergio Sorrentino: la caccia che verrà

Proseguiamo la rassegna delle interviste ai maggiori rappresentanti del mondo venatorio, vale a dire i Presidenti Nazionali delle Associazioni dei cacciatori; dopo Gianluca Dall’Olio e Paolo Sparvoli, rispettivamente di Fidc ed ANLC, siamo andati a bussare alla porta di Sergio Sorrentino, Presidente di Arci Caccia Nazionale. Con grande garbo e disponibilità il Dr. Sorrentino ha accettato con slancio di rispondere alle nostre domande, toccando alcuni punti cruciali del dibattito che oggi investe la caccia in rapporto all’agricoltura, alla gestione della fauna selvatica ed alla percezione che del mondo venatorio ha la pubblica opinione.

Buongiorno Dr. Sorrentino, cominciamo col parlare dell’ultima stagione venatoria, giunta ormai al termine: quali sono le sue considerazioni generali nel merito?

Amarezza e grande preoccupazione. A parte qualche eccezione c’è un’assenza diffusa di selvaggina stanziale e migratoria. Tutte le speranze vengono riposte nell’“ungulato”, soprattutto nel cinghiale. Questa situazione è insostenibile. Non mi soffermo sulle cause: clima, ambiente, agricoltura. E’ cambiato tutto. Ma gli ATC, in particolare gli stessi tecnici faunistici che ne supportano l’attività, si sono chiesti, anche loro, dove e quanto hanno sbagliato.

Di recente sono usciti alcuni dati non molto confortanti sul numero attuale dei cacciatori praticanti, che si aggirerebbe intorno alle 400.000 unità: come interpreta questa flessione?

La flessione dei cacciatori ha molte cause: gli italiani sono anziani, c’è un deficit di nascite che incide anche sui cacciatori e sulla caccia, storicamente ed antropologicamente considerata come una attività da “maschi”,purtroppo, quando invece l’impegno delle donne avrebbe avuto un alto valore culturale. Ci sono inoltre, accanto agli alti costi ,le cause di defezione per un carniere sempre più povero, quando non vuoto, strettamente connesso al degrado ambientale ed al consumo di suolo crescente, oltre che ad un aumento esponenziale della superficie boscata, fuori controllo e non adeguatamente gestita, che sottrae territorio agli habitat naturali necessari per la piccola selvaggina amplificando una incontrollata crescita della specie cinghiale . Infine, ma non certo ultima causa, ad oggi abbiamo rinunciato a parlare alle nuove generazioni.

La cronaca sta purtroppo registrando da un lato una serie di spiacevoli ed a volte tragici incidenti di caccia, dall’altro numerose operazioni antibracconaggio un po’ in tutta Italia. Che idea si è fatto sulla questione?

La sicurezza a caccia non è mai troppa e lo spostamento di interesse verso quella al cinghiale, anche in tutte quelle zone dove questa specie in passato non c’era, alza notevolmente il rischio di incidenti per mancata conoscenza della specie, delle armi e del munizionamento utilizzato. Quanto al bracconaggio, è una piaga che va sconfitta con la prevenzione e con la repressione. Tocca alle Associazioni Venatorie essere protagoniste con la vigilanza venatoria e con gli stessi associati. Occorre realizzare una forte collaborazione del volontariato con i Carabinieri Forestali e ripristinare nelle Regioni omogenei e sinergici comportamenti d’intervento con la Polizia Provinciale laddove essa si trovi ancora impegnata nelle campagne e nei territori di competenza.

Animalisti: un tema sempre più caldo ed attuale, e che non investe soltanto il mondo venatorio, tanto da avere fatto capolino anche nella politica. Quale sarà il ruolo delle AAVV nel contrastare l’affermarsi di quella che si configura come una vera e propria ideologia anticaccia?Voi come associazione avete messo in campo azioni di contrasto agli attacchi da parte delle frange animaliste estremiste? Siete pronti a perseguire legalmente le loro aggressioni, sia verbali che fisiche, nei confronti dei cacciatori?

L’ideologia anticaccia si contrasta intanto con un’attività di comunicazione che porti consenso all’attività venatoria. La caccia è indispensabile alla gestione della fauna selvatica, al presidio delle colture agricole ed all’equilibrio tra le specie. La cultura anticaccia è figlia della cultura urbana. Dobbiamo sapere che una campagna ed un’economia rurale più floride servono al Paese, anzi, gli sono indispensabili. Noi vinceremo se saremo al servizio dell’agricoltura. Pregiudiziali etiche, ideologiche “anti” vengono fin dagli antichi greci, ma la caccia c’è in tutto il mondo e non per questo i suoi detrattori sono riusciti ad annientarla. E’ evidente che quando le aggressioni sono fuori legge si querela, quando invece sono politiche, strumentali, ideologiche e false, si attacca la politica senza differenza di colori. Mi pare che gli italiani non siano molto disponibili alle provocazioni del Partito Animalista e la stessa stampa nazionale dà qualche segnale di reazione avversa ai talebani dell’animalismo.

Da più parti e da diverso tempo si invoca una profonda revisione della Legge 157/92. Lei cosa ne pensa, e quali sono le sue proposte? Qual è la sua posizione rispetto ad un’eventuale abolizione dell’art. 842, altro tema oggetto di aspre discussioni?

La critica all’art. 842 viene dal mondo animalista e dagli agricoltori. Personalmente sono convinto che In Italia un’eventuale “privatizzazione” affosserebbe la caccia, ne annullerebbe la funzione sociale. L’ambiente e la fauna selvatica che ne è parte non possono essere subordinati al mercato. Ridurre il cacciatore ad un consumatore e la caccia ad uno spettacolo la indebolisce.

ATC: un sistema di gestione territoriale ancora valido, oppure da rivedere in chiave più attuale?

Le Associazioni Venatorie si sono difese in modo corporativo, non hanno potuto spendere l’importanza del lavoro degli ATC e dei CA ai quali la legge vigente affida il compito di conservare ed arricchire la biodiversità del Paese. Gli ATC si sono limitati a vecchie ed equivoche logiche di “pronta caccia”, di non gestione delle specie selvatiche critiche perché troppi interessi “altri” sono maturati intorno agli ATC e tra questi, il più diffuso, è la caccia alla tessera, un po’ come il voto di scambio. La critica viene perché gli ATC sono stati boicottati in molte realtà nella loro funzione come ho detto e non sono state riconosciute agli agricoltori risorse a sostegno, nella produzione di Fauna e Ambiente. Vogliamo parlare di Piani di Sviluppo Rurale e di che cosa non abbiamo fatto per far riconoscere agli agricoltori progetti mirati in tal senso? Siamo solo, troppo spesso, equiparati alle specie che fanno danni. L’ATC, sulla carta, è valido, può essere attivato e migliorato facendolo funzionare. Qualche responsabilità, anche grave, è negli uomini che sono stati negli ATC, questa sì. Quanti di loro hanno  auspicato il fallimento del sistema ATC pensando che la gestione faunistica, poi, sarebbe stata assegnata alla loro associazione? Si blatera strumentalmente di modelli europei per interessi caserecci. Se “disinquiniamo” gli ATC e coniughiamo le finalità dell’impresa agricola con l’arricchimento del patrimonio faunistico –  ora però, non domani, servono interventi urgenti – se taluni tecnici passano da un’idea di scientifica conservazione parassita all’idea di interventi per creare habitat che accolgono animali che in questi stessi habitat vivono, crescono finalmente le competenze e si possono raggiungere veri risultati.

La caccia e i giovani: perché il ricambio generazionale stenta ad affermarsi tra le file dei cacciatori? Come si possono convincere i giovani ad avvicinarsi alla caccia? Che cosa non va a suo avviso nella caccia di oggi? E come è possibile porvi rimedio?

Il confronto tra chi esprime e rappresenta il mondo venatorio e le altre categorie interessate, cioè agricoltori ed ambientalisti, è indispensabile e deve coinvolgere contestualmente tutte le rappresentanze in modo trasversale alle generazioni, se vuole produrre risultati concreti. Ai giovani si parla con i fatti. Se si fa un’attività positiva per l’ambiente, e la buona caccia lo è senza ombra di dubbio, allora possiamo essere compresi perché parliamo la lingua del futuro.

Per questo confronto occorrono cacciatori più informati e più preparati, aspetto sicuramente da migliorare anche per il necessario rinnovamento generazionale dei gruppi dirigenti di tutte le Associazioni. Lo diciamo senza ipocrisia, noi stiamo “correndo” più degli altri: noi siamo ,ad oggi, l’Associazione venatoria che ha portato le nuove generazioni al governo molto ma molto di più rispetto a tutte le altre.

Stati generali della caccia, con l’obiettivo di riunire tutte le Associazioni Venatorie sotto un unico ombrello: utopia o possibilità concreta?

Gli Stati generali, col coinvolgimento della base su contenuti operativi pratici dove le Associazioni si sperimentano quali coprotagoniste della vita e dell’ economia della compagine italiana, sono un percorso indispensabile purché si sappia che la finalità è quella di recuperare più selvatici che rappresentano le tradizioni della caccia italiana. Non serve burocrazia, non servono più impiegati, serve invece andare nelle campagne a sporcarsi gli stivali. Senza metafore di ombrelli, di case, si faccia una Federazione a sostegno della gestione faunistica che operi nei territori dove devono nascere e riprodursi gli animali,che permetta di lavorare assieme su obiettivi venatori strategici,mantenendo tuttavia l’identità di ogni singola associazione . Per la caccia oggi questa è una vera e propria emergenza. Nel futuro chissà, forse tutte le compagini riusciranno a sciogliersi,prima la Fidc e contestualmente tutte le altre,per dar vita ad un nuovo soggetto. Noi aspettiamo fiduciosi.

Cacciatori e ambientalisti: sono davvero due facce della stessa medaglia? E possono dialogare in modo serio e costruttivo?

Le barriere ideologiche sollevate in particolare dagli ambientalisti più estremisti e vicini agli animalisti sono sintomatiche di una loro debolezza culturale. La “medaglia” comune di tutti i cittadini è la natura. Chi non riconosce questo è un alieno che si preoccupa solo di interessi altri da quelli dell’ambiente, interessi che usa di fatto solo per finalità personali  o per miseri interessi di parte o di partito.

Comunicare la caccia. Il settore cartaceo sta attraversando una crisi profonda, che ha investito in parte anche alcuni format televisivi. In questo contesto a suo avviso che importanza riveste la rete, con le sue infinite e gratuite possibilità? Può assumere un ruolo chiave nella comunicazione venatoria?

Credo che il cartaceo conferisca ancora più “appartenenza”, considerando anche il numero di tutti quei cacciatori che non hanno accesso alla rete. C’è da riconoscere che i social, internet, i video che circolano in rete stanno acquisendo già un ruolo chiave che non possiamo sottovalutare, ma non dobbiamo mai dimenticare che, per un’attività come la nostra, la formazione si fa principalmente sul campo. Come per ogni buon contadino, così vale anche per il cacciatore, che imparerà prima di tutto direttamente dall’esperienza e dalla pratica venatoria.

Monica Sergelli

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