Volpi & volpari

Ho voluto provocatoriamente intitolare questo pezzo “volpi e volpari” per porre l’accento su quella pratica controversa che è il contenimento selettivo degli animali opportunisti, nel caso specifico dell’elusivo canide dalla coda fulva.

Il periodo è quello giusto: la braccata al cinghiale ormai si è conclusa, della stanziale non si hanno più notizie ormai da mesi, la lepre nemmeno a parlarne, il passo della beccaccia si è ormai esaurito in gran parte della penisola, le cesene e le pavoncelle le cacciano solo pochi fortunati. Se non si abita in laguna o non ci si vuole attrezzare con carabine ad anima rigata, tocca per forza ripiegare sulla volpe o su gazze, cornacchie, ghiandaie e qualche merlo superstite da ingaggiare al salto.

Questo poco edificante quadretto è la precisa istantanea di quanto accade nella stragrande maggioranza dei comprensori e degli ATC italiani ai primi giorni di gennaio. E dovrebbe far capire che la gestione attuale, sia dal punto di vista territoriale sia dal punto di vista dell’interpretazione dei calendari: è da tempo che vado dicendo che la soluzione, coordinando una serie di interventi mirati alla gestione del territorio, è la posticipazione del calendario sulla stanziale, che deve essere la ciliegina sulla torta.

Ma torniamo alla volpe… un temibile avversario che incide, anche notevolmente, sulle covate di lepri e sui nidiacei di starne e fagiani. Gli Ambiti Territoriali di Caccia, senza un vero perché, obbligano squadre di cacciatori a destinare una serie di uscite a fine stagione per contenere l’intelligente opportunista.

Senza un vero perché, visto che studi universitari recentissimi, condotti da autorevoli atenei francesi, inglesi e tedeschi, dimostrano come gli interventi di contenimento di fine stagione non hanno pressoché motivo di esistere. Dato che esaurite le uscite a disposizione, la volpe non viene contenuta nel periodo in cui, invece, andrebbe pressata maggiormente: dal periodo degli amori a quando i giovani abbandonano la famiglia e divengono individui giovani in dispersione.

Il cacciatore che con convinzione si dedica a tale pratica tenga conto che, in base alle disponibilità di cibo, il territorio di una coppia di volpi varia dai 12 km quadrati a i 50 km quadrati. Cioè, nel caso più fortunato, un rettangolo ipotetico di 4 kilometri di lunghezza e 3 kilometri di ampiezza. Quando va bene. Altrimenti, nei casi peggiori, in ambienti a basso coefficiente ecotonale, il rettangolo potrebbe misurare 10 kilometri di lunghezza e 5 kilometri di ampiezza. Rendendo pressoché vane le ricerche con i cani.

Le ricerche sopracitate hanno dimostrato come la caccia alla volpe condotta con cani di tipo segugio incida sulla popolazione in modo altalenante offrendo una costante interpretativa: le catture incidono al 75% sulla popolazione divenuta localmente stabile in un determinato territorio mentre solo il 25% degli esemplari abbattuti è un individuo vagante.

Questo sta a dimostrare che le braccate alle volpi riducono sì il numero di volpi in un determinato territorio, ma solo temporaneamente, offrendo la possibilità ad individui in dispersione (i giovani che divengono autonomi dalla famiglia) di occupare il territorio lasciato libero dalle volpi precedentemente abbattute. Ma non solo: si aggiunga il fatto che la pressione sulla volpe con cani segugi porta il canide a preferire zone rifugio antropizzate, colonizzando cascinali, discariche, prefabbricati, capannoni, casolari diroccati, fienili. Tutte zone dove, a rigor di legge, è vietata la caccia.

La soluzione è quindi non affidarsi all’ipocrisia: debellare le predazioni da volpe con un paio di sgambate di segugi è semplicemente anacronistico. In contrasto alla volpe vanno adottate una serie di misure serissime che passano per la creazione di potenziali tane artificiali da cui poi stanarle con l’ausilio di appositi cani oltre che alla caccia in selezione da operare con cura nel periodo che precede il completo svezzamento dei giovani.

Concludo con una nota polemica: con tali misure non potranno mai esserci tante volpi da indebolire in modo significativo la popolazione di selvaggina stanziale. Soprattutto se l’ATC o il comprensorio investirà davvero nei miglioramenti ambientali tanto necessari per una caccia di qualità.

O.T. | Tecnico Agronomo

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