Collare elettrico: nuove batoste

Durante l’anno appena passato si è fatto un gran parlare del collare elettrico, anche in virtù di numerosi fatti di cronaca che hanno visto protagonisti, in negativo, cacciatori e proprietari di cani che hanno ritenuto necessario il collare elettrico antiabbaio.

Non è mia intenzioni giudicare tale pratica, dato che in passato ho già espresso chiaramente la mia posizione sull’argomento, ma richiamare alla memoria dei cacciatori che ci leggono quanto è accaduto nel 2017.

In molti, virtualmente capitanati da Bruno Decca, esperto e stimato allevatore di bracchi tedeschi, lamentavano il fatto che l’uso del collare non poteva essere considerato un maltrattamento punibile ai sensi dell’articolo 727 del codice penale.

Tanto che, legali compresi, hanno immediatamente contestato le mie considerazioni richiamando le tesi espresse dalla Corte di Cassazione attraverso le argomentazioni contenute nella sentenza n. 30155/2017, che di fatto accoglieva l’impugnazione di un possessore di cani a cui aveva apposto il collare. Ribaltando così le sentenze di condanna del tribunale di Vasto.

Risposi, divertito, di attendere. Ben conscio delle dinamiche che regolano gli orientamenti della suprema corte. Tanto che i focosi contestatori non avevano di sicuro letto e o compreso le motivazioni che portarono i magistrati della Cassazione ad esprimersi positivamente, accogliendo il ricorso. La sentenza n. 30155/2017 è stata emessa, in maniera ineccepibile, poiché gli elementi che componevano il quadro probatorio erano molto labili, mancano un elemento fondante, cioè il mancato accertamento dell’avvenuto maltrattamento. Gioco facile per l’avvocato impugnare ed ottenere un esito positivo.

La Cassazione, quindi, anche in quel caso, non fece passare il messaggio (diversamente da come ebbe modo di voler sostenere qualcuno…) che usare il collare elettrico fosse tollerato o, peggio, legale, ma bensì che in mancanza di prove certe non si poteva procedere alla condanna. Un principio giuridico che vale per qualsiasi procedimento penale, anche di estrema gravità.

A conferma di quanto sottolineato, il 25 gennaio 2018 i giudici di Piazza Cavour hanno respinto il ricorso di un cittadino veronese che aveva impugnato le sentenze di condanna emesse dal Tribunale monocratico penale di Verona per l’analogo motivo (art. 727 c.p.). I giudici della Corte di Cassazione scrivono: – costituiscono maltrattamenti non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione -.

Nel caso in esame, diversamente dalla sentenza n. 30155/2017 la Cassazione sottolinea che: –  è stato accertato che i due cani si trovavano all’interno di un recinto presso un capannone, muniti di collare antiabbaio funzionante – .

Per funzionante la Corte di Cassazione non intende acceso, ma bensì in grado potenzialmente di produrre delle scosse elettriche. Quindi anche spento, ma potenzialmente utilizzabile nella sua funzione. Un comportamento punito ai sensi dell’ormai noto articolo 727 del codice penale con una multa di euro 800,00.

Analogo epilogo è facilmente prevedibile per le altre cause che vedono protagonisti proprietari di cani che hanno ben pensato di farsi ‘pizzicare’ con i loro amici a quattro zampe con apposto il collare elettrico.

Gian Luca Nannetti

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