Arco e cacciatore: emozioni impagabili

Andare a caccia è difficile, e non sto parlando solo dell’azione venatoria, che comunque presenta molte problematiche, bensì mi riferisco all’infinito iter che bisogna affrontare per essere autorizzati a trovarsi nel bosco con un’arma in mano. Un percorso accidentato, lungo il quale bisogna districarsi fra leggi nazionali e norme regionali, corsi di abilitazione e attività formative, prove pratiche e conoscenza del territorio… il tutto condito da abbondanti versamenti su vari conti correnti, per avere solo pochi giorni all’anno a disposizione per esercitare l’attività.

A questo punto, perché un cacciatore dovrebbe trovarsi nella condizione di rinunciare al tiro, con un animale ad 80 metri? Una distanza assolutamente sicura con una carabina, ma improponibile con arco e frecce. Perché inventarsi un ulteriore intralcio dopo aver risolto tutti i problemi cui ho accennato?

Indubbiamente la caccia con l’arco pone notevoli limiti al cacciatore, che si trova costretto ad ulteriori sforzi per arrivare a pochi metri dal selvatico oggetto di caccia. Quante volte uno di noi non ha potuto fare altro che osservare, impotente, il capriolo passare nel prato, ma fuori dal nostro range di tiro? Un abbattimento certo con la carabina  diventa invece a volte un’occasione persa con l’arco.

Eppure, sempre più cacciatori prendono in considerazione questa forma di caccia, e la cosa “strana” è che, una volta provata questa emozione, tutto il resto passa in secondo piano.

Chi ha già cacciato con la carabina si guarda indietro e si chiede come ha fatto ad emozionarsi ad insidiare un animale così lontano da permettere al cacciatore di bisbigliare con l’accompagnatore, quando con l’arco il selvatico è capace di “volare via” solo perché ha percepito il fruscio della nostra giacca mentre alziamo l’arco per preparaci al tiro.

A caccia con l’arco si scoprono nuove emozioni e tutto quello a cui ci si era abituati prende nuova forma. Cambiano tutti i parametri, si scoprono nuovi riferimenti tecnici ed etici, si rinnova l’approccio alla natura. Si viene letteralmente risucchiati in un mondo selvatico, che rivela i suoi aspetti più intimi a chi è tenuto ad immergersi totalmente per entrare a stretto contatto con gli abitanti del bosco.

Quella volpe che arriva furtiva e ti passa ignara proprio sotto i piedi mentre sei appostato, quel tasso che compare all’imbrunire e del quale puoi sentire il suo sgranocchiare il cibo, il capriolo che non puoi abbattere e ti si ferma a 5 metri per molti minuti, il falco che si è posato sul ramo sopra la tua testa, per poi riprendere il volo…

Questa convivenza diventa pian piano usuale ma sempre emozionante, fino a quando hai il contatto ravvicinato con il “tuo” capo. Lo senti arrivare, percepisci chiaramente i suoi passi delicati, riesci ad ascoltare il suo respiro quando prende l’aria per cercarti, a quella distanza vedi chiaramente il movimento degli occhi e delle orecchie, i fremiti del suo mantello…

E quando giunge il momento l’emozione è a mille… Quando la situazione è favorevole, calibrando al millimetro ogni movimento per armare l’arco stando attento al respiro, perché lui lo sente… ma stando attento anche a gestire l’emozione perché, noi arcieri cacciatori ne siamo convinti, “sente” anche quella… ecco, in questo insieme di azioni, sentimenti e vibrazioni… il caricamento dell’arco ­ — un gesto così elegante, antico e violento – diventa quella magica azione prettamente fisica che usa la forza fisica del cacciatore direttamente a ghermire la preda. Un’azione potente e cruenta, che conclude un percorso difficile e impegnativo, sicché quando la freccia impatta sul selvatico, ogni altra cosa perde importanza e ti rendi conto che nessun fucile, nemmeno il più sofisticato, prestigioso e preciso, potrà mai darti un’emozione neppure lontanamente paragonabile.

Ecco perché alcuni cacciatori preferiscono queste difficoltà all’asettico tiro a lunga distanza, dove cacciatore e preda non sono, e mai saranno, una cosa sola nella natura selvaggia.

Luca Marchi

 

 

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