Cinghiale in Sardegna: caccia e cultura

“ […] La Sardegna è un’altra cosa: più ampia, molto più consueta, nient’affatto irregolare, ma che svanisce in lontananza. Creste di colline come brughiera, irrilevanti, che si vanno perdendo, forse, verso un gruppetto di cime… Incantevole spazio intorno e distanza da viaggiare, nulla di finito, nulla di definitivo. È come la libertà stessa […]”

Mi piace iniziare questo mio scritto, dedicato alla caccia al cinghiale in Sardegna, citando Lawrence che nel suo “Mare e Sardegna”, descriveva così questa terra che ancora mantiene intatto il suo fascino selvaggio, inciso dal sole nei graniti e negli sguardi di ogni Amico che qui ho incontrato.

In Sardegna il cinghiale (in sardo sirboni, sirbone, sibròne, porcapru, sirvone a seconda delle zone) è presente con una sottospecie endemica, il cinghiale sardo Sus scrofa meridionalis. La popolazione ebbe probabilmente origine nel Neolitico e viene fatta risalire al rinselvatichimento di popolazioni allevate per la carne dall’uomo primitivo. L’isolamento li ha portati a divergere dalle popolazioni continentali, sia morfologicamente (il cinghiale sardo è più piccolo, ha una lunghezza totale di 100-120 cm e raggiunge un peso massimo di 70 -80 kg), che geneticamente. Oggi il cinghiale sardo è ancora diffuso sull’isola, frequenta diversi habitat tra cui boschi, bassa macchia mediterranea, gariga, terreni non coltivati, pascoli e aree coltivate. La principale minaccia per la conservazione della sottospecie è rappresentata dall’incrocio con cinghiali continentali, introdotti illegalmente, e con i suini domestici.

La sensazione che si ha parlando con un cacciatore sardo, anche se le cose sono cambiate e si stanno ulteriormente modificando, è che la caccia sia “solo” la caccia grossa “sa cassa manna”. Un tempo interessava praticamente tutte le specie di ungulati presenti sull’isola, oggi si identifica con il solo cinghiale. Questo attaccamento alla caccia grossa lo possiamo evincere anche nella prefazione a “il Cinghiale del Diavolo” di Emilio Lussu:

“[…]Il primo fucile da caricare con pallini, calibro sedici, l’ha avuto mio padre, che è stato il primo a cacciare la lepre e la pernice, alla quale i vecchi non davano mai la caccia. Essi, sulla lepre, tiravano solo col fucile a palla asciutta, ed era una esercitazione di tiro e non una caccia vera e propria. Perciò, la lepre, prima, la si prendeva solo con il laccio, e la pernice con una trappola semplicissima, costituita da una lastra calcarea, adoperata, in genere, solo dai ragazzi […]”

Il calendario venatorio sardo permette la caccia nei soli giorni di giovedì e domenica (più eventuali festivi) e mentre fino a qualche anno fa il giovedì era dedicato esclusivamente alla caccia “minuta” o “cassixedda” attualmente è consentito cacciare il cinghiale in entrambe le giornate.

Io, frequentando la Sardegna per motivi sentimentali, ho avuto la fortuna di essere accolto in una compagnia di caccia, per l’esattezza in “Sa squadra ‘e Gennaeua” di Gairo Taquisara, con la quale ho trascorso bellissime giornate di caccia tra i Tacchi d’Ogliastra:  paesaggi mozzafiato con fitti ed intricati labirinti di macchia mediterranea, profumi e colori ad appagare i sensi e convivialità a riempire lo spirito.

La caccia viene condotta in una classica braccata: nei giorni antecedenti e al mattino si “traccia” per verificare  se c’è stato “movimento” di cinghiali, “su maniggiu”, e si decide dove effettuare la cacciata. Il territorio è vasto, e nel corso della giornata si riesce a fare più di una battuta. In ognuna il capocaccia indica le poste, ciascun cacciatore sa esattamente dove sono gli altri ed in ogni fase viene garantita la massima sicurezza per tutti. Il capocaccia è una figura che tutti rispettano, poco sembra cambiato da quanto scriveva lo stesso Lussu:

”…doveva essere non solo tra i migliori tiratori, ma il conoscitore perfetto della contrada, delle abitudini della selvaggina, e delle sue tracce. E doveva, al disopra di ogni altro, possedere uno stile di vita che imponesse rispetto a tutti. Solo così, poteva esercitare la sua autorità. L’ultima parola era la sua, e aveva valore di legge.”

Altro compito fondamentale è svolto dai canai, “is canargiusu”, capaci di districarsi nel fitto della macchia, e conoscitori attenti di ogni palmo del territorio in cui si svolge la battuta. Il tempo che dedicano agli ausiliari non si limita alla sola stagione venatoria, l’allenamento é condotto per tutto l’anno in diverse ZAC e in gare dedicate.

A supportare i cani non mancano i battitori, “is scrancadoris”, che con le loro urla contribuiscono a “chiudere” i punti dove non sono previste poste ed indirizzare i cinghiali verso queste ultime. Quando tutti hanno preso posizione e sono pronti, all’urlo “scappiai” (sciogliete i cani),  si può iniziare. A pranzo dal nulla appaiono tavole imbandite con ogni ben di Dio, e alla sera tutti alla casa di caccia, dove si procede ai prelievi previsti per legge da inviare agli organi preposti e atti a scongiurare la trichinellosi e la peste suina africana (endemica in Sardegna).

La Sardegna è una terra antica, ricca di storia e cultura ed ogni gesto è colmo di evocazioni. Nella macellazione della preda ci sono dei rituali che affondano le loro radici nella notte dei tempi, riti ancestrali e di buon auspicio per le future cacciate. Ad esempio quando viene separata la bile dal fegato si soffia su di essa prima di buttarla e, al momento della divisione della carcassa in mezzene, si fa “sa spissa”: le due mezzene rette da  altrettanti cacciatori, subito dopo la separazione, vengono fatte battere tra di loro per tre volte, evitando accuratamente che tocchino altre cose oltre se stesse.

Ciò che emerge, e che molti ignorano, è l’importante ruolo sociale che ricopre la squadra di caccia al cinghiale in questi paesi, così come in molte altre zone d’Italia. Un ragazzo cresce in seno alla compagnia, ascoltando dapprima i racconti, partecipando poi alle prime cacciate da battitore. Fino a quando, al suo primo cinghiale abbattuto, verrà festeggiato portando in spalla l’ambita preda e ricevendo pacche sul posteriore dagli altri cacciatori. In altre zone il battesimo passa attraverso il più “classico” rito del sangue, e si consuma ricevendo segni sul viso tracciati col sangue del cinghiale. La squadra è dunque una famiglia dove vengono trasmessi sani valori di rispetto, di fratellanza, di conoscenza e tutela del proprio territorio (spesso molto vasto) e che aiuta a tenere i giovani legati alle tradizioni e alla cultura di un popolo. Infatti le squadre sono coinvolte appieno nella vita pubblica e tenute in considerazione da tutta la cittadinanza;  contribuiscono attivamente alla realizzazione di sagre e feste patronali, ragion per cui vi sarà difficile incontrare qualche vegano da queste parti:  “patologie” del genere sono tipicamente cittadine.

Giuliano Milana

 

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