Considerazioni sulla selvaggina

Trovo un capo di selvaggina morto sul ciglio della strada, mi fermo e accertata la morte, me ne impadronisco. E mi becco una denuncia a piede libero che mi porterà dritto dritto davanti ad un Pubblico Ministero. E’ tema di cronaca recente.

Poca importanza ha se si tratta di un fagiano, di un capriolo o di un grosso cinghiale. Nel caso la legge è chiarissima. Nessuno può, in alcun modo, impadronirsi di un capo di selvaggina morto per cause da accertare.

Questo perché, come ben sappiamo, qualsiasi animale selvatico per effetto della legge 157/92 è “proprietà indisponibile dello Stato”. Per effetto di tale chiarissima disposizione il personale di vigilanza, qualora fossimo pizzicati con un capo di selvaggina detenuto illegalmente procederanno con il sequestro del capo stesso e il deferimento d’ufficio all’autorità giudiziaria.

Le ipotesi di reato più chiare saranno due e l’interpretazione starà alla dinamica in cui si sviluppano i fatti e, soprattutto, alla preparazione tecnica dell’operatore che esegue gli accertamenti.

La prima, contestualizzata al caso di specie, sicuramente meno grave è la denuncia a piede libero per la violazione dell’articolo 646 del codice penale, cioè con l’ipotesi di reato di Appropriazione indebita, reato che si prescrive dopo sei anni.

L’articolo 646 del codice penale prevede la punizione di: – chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso -. Per possesso la Cassazione ha determinato, con sentenze Cass. n. 34851/2008 e n. 39909/2007 che si intende anche la detenzione.

Il reato viene punito con la condanna alla pena della reclusione per un massimo di 36 mesi (tre anni) e la multa fino ad un euro 1.032,00.

Più grave ed ostico dal punto di vista difensivo il quadro accusatorio qualora l’agente accertatore sia particolarmente preparato e suggerisca alla Procura della Repubblica di procedere per il reato di “Furto ai danni dello Stato”.

Molti cacciatori difatti non sanno che il reato di furto ai danni dello Stato nella dottrina giurisprudenziale viene applicato a fasi alterne e discontinue, perché spesso gli operatori di Polizia Giudiziaria non sono a conoscenza dell’esistenza di tale legge voluta, fortemente, fin dal 1982, da Maurizio Santoloci, oggi magistrato con qualifica di Cassazione e funzioni di GIP presso il Tribunale di Terni, e direttore dell’Ufficio Legale della LAV – fu uno dei protagonisti promotori della teoria del “furto venatorio”, quando era Pretore di Sorgono in provincia di Nuoro. Gli articoli di riferimento sono il 624 ed il 625 del codice penale.

Attenzione poi a quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 635 del codice penale in tema di “danneggiamento di fauna selvatica”, articolo in genere di difficile applicazione ma presente nel nostro ordinamento giuridico.

Concludo unendomi a chi lamenta una normativa assolutamente fuori luogo e fuori dal tempo, chiaramente sbagliata. E’ sì tempo di rinnovarla ma fino a quel momento attenzione a non incappare in spiacevoli conseguenze.

Gian Luca Nannetti

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