Diari di caccia: i merli e l’amore al bosco

E’ dal primo pomeriggio che chiamo i merli soffiando nel “chioccolo”, nascosto tra le frasche di un capanno improvvisato nel bosco, a pochi passi dalla strada. Fin d’ora ne ho avuti due, e una ghiandaia. Le gazze rispondono ad un lungo suono che ricorda il lamento dei gatti innamorati.

Un uomo e una donna salgono per il sentiero, sbuffando sotto il sole d’agosto. Si guardano attorno circospetti, lei ha una camiciola azzurra, una gonna a fiori, vistosa, il viso rubicondo e un rigo di peli sopra il labbro. I capelli castani le scendono crespi e lunghi sulle spalle. Lui è alto e massiccio, il viso quasi scolpito nella roccia, braccia possenti scoperte da maniche rivoltate, scarpe lucide e calzoni color beige con la piega: ha un panno sottobraccio. Scelto uno spiazzo erboso all’ombra, l’uomo distende il panno ed entrambi siedono voltandomi le spalle.

Li ho riconosciuti! La donna è moglie d’un minatore che lavora in Belgio e l’uomo, celibe, è il miglior cottimista della valle nel taglio dell’erba. Sono così vicini che sento il loro respiro. Se fiato, quello mi spacca con un cazzotto. Il “falciatore” s’avventa sulla donna che, senza far moine solleva la gonna interamente, e la possiede come i marinai arpionano i tonni. Convulsamente la strattona con le mani che cingono i fianchi e le sbava sul collo bestemmie terribili che gli escono da un grugnito prolungato. Lei squittisce come un ratto alla trappola e muove il capo, quasi che un’ape le ronzasse nell’orecchio. Affonda gli artigli nella schiena del maschio e lo trattiene a sé come fa chi sta annegando con il soccorritore. Non si sono scambiati nemmeno un bacio. Forse non han mai veduto Via col vento. A gioco fatto si ricompongono velocemente ed ognuno si allontana prendendo direzioni diverse.

Verso sera ancora qualche merlo si fa sparare prima che scenda il tramonto. Anche nel bosco s’alza una brezza leggera che reca l’odore di muschio e funghi. È l’ora di rientrare a casa. Le vedove bianche prendon merli nei boschi meglio che un ragazzo col fucile! Ma Venere è una stella capricciosa che fa capolino all’orizzonte dell’Alpe e scompare presto. La sera, alla festa da ballo sulla terrazza del trebbo, il “tagliatore” stringe la morosa ne la “cumparsita”, con la passione d’un Valentino e la signora dalla gonna a fiori, che fa la bada alla figlia, ha lo sguardo che brilla di compassata gelosia.

Fino in fondo al fiume è un richiamo di quaglie che fa venire la voglia di cacciare scalzi. Le ragazze mungono tenendo le gambe aperte per reggere il secchio e la coda delle vacche ferma nella piega interna del ginocchio. Se si spogliano in fretta, al buio, le riconosci dal profumo, come le mucche. L’amore è un gioco sottile che privilegia i fannulloni. Nel duro lavoro dei campi anche il cuore fa il callo.

I corpi nella notte, sui covoni del fieno, son umidi come le rugiade.

-“Godi fanciullo mio stato soave; stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vo’…”- -“Ritornerai?”- -“Certo”- Le bugie hanno il miele sulle labbra.

Una civetta ritta sul palo della vigna, sorveglia la notte e al minimo fruscio d’erba scompare sbattendo le ali col suono leggero delle tonache mosse dalla fretta. -“Cosa vorresti portare con te in città, ragazzo?-” -“Il fiume verde dei tuoi occhi e le mille stelle che punteggiano il cielo!”-

Le ragazze mungono, e la domenica notte accendono i falò nei desideri degli sfaccendati, giovani cacciatori di città.

Gianni Lugari

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