Grandi cani solo a parole

Non ho mai decantato troppo le doti dei miei cani e le poche volte che mi è capitato di descriverne un bella azione a qualche cacciatore, mi è sempre parso di riscontrare in lui quasi un senso di diffidenza, come a dire: “vabbè diamogli un taglio!”.

Del resto, come dargli torto? In armeria siamo talmente abituati ad ascoltare racconti leggendari sui cani dei vari avventori (soprattutto dopo la loro morte) che diviene inevitabile essere prevenuti. In verità, se tutti avessero i cani che credono di avere (o meglio, che raccontano di avere) allora non faremmo fatica a scegliere stalloni e fattrici per la trasmissione di quelle grandi qualità che, viceversa, solo in pochi possiedono.

Tralasciando coloro che si trovano al guinzaglio un cane senza conoscerne nemmeno lo standard di razza, sono i cacciatori con un certo intendimento a dover essere i più critici nei confronti dei propri ausiliari, conoscendoli alla perfezione per averli osservati in ogni circostanza. Ma spesso non è così e se ti permetti un’osservazione se ne hanno a male.

E li capisco: se qualcuno avesse “offeso” la Spinona  di mio padre, che accompagnavo quando avevo solo 7 anni, non ci avrei dormito, ritenendola il miglior cane sulla faccia della terra. In realtà era tanto bella quanto scarsa (e vi assicuro che era veramente molto bella) ma io vedevo e ricordavo solo le poche azioni degne di nota rimuovendo automaticamente sfrulli e quant’altri errori avesse commesso. Poi sono cresciuto, dando spazio a quel senso critico che mi ha tenuto lontano dalle competizioni fino a poco tempo fa.

Sono fermamente convinto che le prove, particolarmente quelle a selvaggina autentica, siano le uniche in grado di far emergere le grandi doti e conseguentemente siano utili ad evidenziare i giusti razzatori. Pertanto, ad esse non dovrebbero trovare accesso cani mediocri, senza le qualità tipiche della razza… ed è questo il motivo per cui non avevo mai presentato i miei pur validi Pointer, certamente beccaccinisti, ma… con tante pecche dal punto di vista qualitativo.

Premetto: non sono un seguace del Barone De Cubertin: per me in una prova l’importante non è partecipare, ma vincere. O meglio: il mio intento è presentarmi con la potenzialità di vincere. E aggiungo: di vincere “senza se e senza ma”. Troppe volte si sente dire di quel cane che ha fatto un discutibile CAC, dell’altro che ha raggiunto i titoli per il campionato, ma in prove su selvaggina appena immessa, oppure in zone in cui un risultato non si nega a nessuno. Sappiamo che è così e fingere che tutto sia bello e regolare non aiuta, anzi danneggia tutta la cinofilia.

Queste considerazioni, unitamente al fatto che da anni caccio esclusivamente beccaccini, mi hanno portato a scegliere tali prove specialistiche che, tra l’altro, reputo le più adatte ad evidenziare le qualità dei grandi cani ed in particolare dell’unica razza che utilizzo: il Pointer. I risultati, ad oggi, sono un 4° Molto Buono all’esordio;  un 2° Eccellente ed un 1° Eccellente.

Al momento non posso dirmi soddisfatto,  ma non è dei risultati della mia Lusa che voglio parlare. Semplicemente intendo riflettere sulla ineludibile realtà dalla quale, nelle prove, non si ha scampo. In circa 15 minuti si deve coniugare la fortuna dell’incontro (senza il quale anche la massima prestazione non porta risultati) alla speranza che il cane in quel preciso momento si trovi anche nelle condizioni psichiche (concentrazione) e ambientali (umidità, vento, ecc) tali da poter percepire e fermare il più difficile dei selvatici.

Il tutto unito ad un percorso adeguato, senza sbavature, con tutte le correttezze richieste  dallo sgancio al frullo  e dando sempre per scontate le qualità tipiche della razza, necessarie ad affrontare quel tipo di prova. Siamo proprio sicuri che in 15 minuti a beccaccini si possa giudicare il gran cane? A patto che i risultati si ripetano con una certa frequenza, credo proprio di sì: dietro a quei 15 minuti c’è un grande lavoro, c’è la dimostrazione delle capacità del cane di assimilare l’addestramento (cosa da non sottovalutare affatto), di saper discernere (qualità importantissima) di restare concentrato al massimo, essendo facilissimo lo sfrullo, e c’è soprattutto un quid in più: la capacità di fermare i beccaccini e, quindi, di poter competere su tutti gli altri selvatici… mentre non è assolutamente vero il contrario!

A beccaccini, per i cani è dura… è veramente dura. E in una prova su beccaccini è anche peggio. Forse si spiega così come mai i più famosi furgoni evitano sistematicamente quelle competizioni; si spiega come mai in Grande Cerca si presentano in 150 tra Setter e Pointer (anche se ritengo che non più di 30/40 rientrino nella nota del concorso), alle “gare” dei quagliodromi della domenica (che appositamente chiamo così – anziché “prove”) sono anche di più, mentre nelle prove organizzate dal Club del Beccaccino non si superino le due batterie di Inglesi. Allora, forza, un po’ di autocritica in più, tanto impegno e poi ritroviamoci per sinceri confronti. Il circolo dei beccaccinisti è aperto a tutte le ore.

Giacomo Ronconi

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