Gatti domestici: problema sottovalutato

Ogni anno le attività umane hanno un notevole impatto sulla fauna selvatica: collisioni di volatili con strutture artificiali,  incidenti stradali (road kill), avvelenamento e inquinamento,  predazione da parte di animali alloctoni e/o domestici. Tutti questi fattori sono responsabili della morte di moltissimi  animali selvatici.

Abbiamo già affrontato su queste pagine il problema delle specie aliene invasive, tra queste meritano particolare attenzione anche le specie domestiche e/o rinselvatichite, che esercitano una forte pressione sulle comunità animali autoctone sia dal punto di vista “predatorio” sia come rischio di ibridazione, e dunque di minaccia, per l’integrità genetica delle forme selvatiche (e.g. Cane/Lupo).

Uno dei casi più eclatanti è rappresentato dal gatto domestico (Felis catus), un predatore che gli esseri umani hanno introdotto in ogni angolo del pianeta e che attualmente è annoverato tra le 100 specie invasive più nocive del mondo. Secondo alcune stime, ha contribuito all’estinzione di almeno 33 specie selvatiche,  il 14 per cento delle estinzioni di uccelli, mammiferi e rettili avvenute in epoca moderna e documentate dalla Lista Rossa dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN). I gatti randagi ma anche i gatti di casa liberi di andare in giro, rappresentano quindi un’importante minaccia per numerose specie selvatiche.

L’impatto dei gatti sulla fauna indigena delle isole (dove in assenza di predatori naturali le specie non possiedono comportamenti antipredatori) è noto da tempo,  attualmente una quantità sempre maggiore di prove indica che incidono in modo significativo anche sulle popolazioni di uccelli e mammiferi continentali e che sono responsabili di una buona quota della mortalità complessiva delle specie selvatiche. In alcuni studi condotti negli Stati Uniti è stato stimato che i gatti domestici uccidono in media 1,4-3,7 miliardi di uccelli e 6,9-20,7 miliardi di mammiferi ogni anno. A rivelarlo, in un articolo pubblicato su “Nature Communications”, è un gruppo di ricercatori statunitensi guidati da Scott R. Loss, dello Smithsonian Conservation Biology Institute e National Zoological Park di Washington. I ricercatori statunitensi ritengono i gatti responsabili di un impatto sulla fauna selvatica sostanzialmente maggiore rispetto a quanto si pensasse in passato, inoltre sono da ritenersi addirittura la principale fonte “antropica” di mortalità per uccelli e mammiferi.

Lo scenario europeo di predazione di gatto sulla fauna selvatica è meno noto, in quanto la maggior parte dei dati sono per ora speculativi o aneddotici.  In Italia, che rappresenta uno dei paesi più ricchi in termini di diversità delle specie animali e tasso di endemismo, cominciano solo adesso ad arrivare i primi studi su questa tematica (E.g. Ancillotto et al. 2013). I ricercatori italiani hanno raccolto e catalogato migliaia di segnalazioni su predazioni feline, in tutto il territorio nazionale, restituendo un quadro semi-sconosciuto comunque inquietante. Tra le vittime dei gatti domestici: piccoli mammiferi, uccelli, rettili. Alcune di queste specie particolarmente a rischio di estinzione.  Fortunatamente per l’Italia non sono noti individui ibridi  tra il gatto selvatico europeo (Felis silvestris), specie autoctona e di no­tevole interesse conservazionistico, e il gatto domestico, contrariamente a quanto riscontrato in altre aree europee (e.g. Scozia).

Tutto questo ha portato alle prime azioni da parte dei governi per cercare di contenere il fenomeno. Un esempio è quello dell’Australia. Qui il gatto è specie aliena, ed ha determinato un’alterazione dell’ecosistema. Le isole hanno degli ecosistemi fragilissimi e la gravità delle conseguenze non è nemmeno ponderabile. Sul Continente Australiano sono stimati circa  20 milioni di gatti rinselvatichiti, due milioni verranno uccisi da qui al 2020. Un progetto interessante, sicuramente molto forte dal punto di vista mediatico, ma giustificato dalla unicità faunistica che si vuole conservare.

E’ fondamentale ai fini conservazionistici ridurne l’impatto ed è necessario un forte intervento politico gestionale oltre che scientifico. Nella maggior parte dei casi i governi nazionali si sono pronunciati con  normative di gestione delle popolazioni di gatto domestico aventi come unico obiettivo il loro benessere.

E’ invece urgente una politica di gestione che riduca questo impatto ecologico complessivo, purtroppo il problema risulta quasi sempre sottostimato o addirittura non percepito dalla popolazione. La speranza è quella di riuscire a fare in modo che tutti possano comprendere le ragioni di chi porta avanti da anni determinate ricerche. Quando si tratta di contenere animali come ratti, nutrie o cinghiali non si crea lo stesso scalpore. La grande differenza con i gatti è il legame affettivo che si crea con l’uomo, il “surrogato moderno di naturalità” che il cittadino porta in casa a dimostrazione di un legame con la natura alterato e non sempre utile alla natura stessa. Animali che diventano parte della “famiglia” ma che, liberi di vagare indisturbati anche all’esterno, mantengono e appagano il loro istinto atavico.

Giuliano Milana

 

 

 

 

 

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