Marco Franolich: caccia e cultura venatoria

Marco Franco Franolich è, a detta dei suoi collaboratori più stretti, “l’italiano mitteleuropeo”, la “bestia rara” del movimento venatorio nazionale, il raffinato docente della Scuola Latemar a Merano , nonché unica Scuola forestale italiana. Lo abbiamo intervistato in veste di Direttore nazionale dell’Ente Produttori Selvaggina, meglio conosciuto come EPS.

Di carattere garbato ma decisamente forte ed autorevole, è un tecnico faunistico e forestale di fama europea, ma anche un sostenitore di tutta la filiera venatoria, così come articolata in altri Stati europei, Austria in primis: per Franolich la caccia non deve tanto essere parte della società, ma la società stessa deve essere parte integrante di una caccia che inizia dallo studio dell’ambiente, e finisce con l’utilizzo economico delle carni pregiate di selvaggina;  una caccia, insomma, motore di un processo culturale, sociale ed economico che se ben integrato rappresenta un fattore indispensabile per la società rurale e forestale.

Buongiorno Marco, si presenti a chi ancora non la conosce.

Buongiorno e grazie per la Vs attenzione. Sono un cacciatore e cinofilo a cavallo di due culture venatorie – vivo in Alto Adige ma mi occupo, oltre che di formazione (ma questa è un’altra storia), della direzione dell’ente che tutela le riserve di caccia in Italia.

Che cos’è EPS?

Un’associazione fondata con Regio Decreto nel 1936, all’epoca denominata“Utenti delle Riserve e Bandite di caccia” con lo scopo di offrire assistenza tecnica e di rappresentanza (con attribuzioni conferite dal Ministero dell’Agricoltura) ai concessionari delle riserve e delle bandite (utenti) ed al personale operante. Nel 1939 l’URB prese il nome di Ente Produttori Selvaggina (EPS), produzione di selvaggina intesa come produzione di fauna selvatica allo stato naturale. Le vicissitudini della guerra portarono allo sfaldamento dell’Ente che poi venne ricostituito in Roma nell’Italia liberata. Nel dopoguerra, con la sua rivista ufficiale “La Riserva di Caccia” diretta da Alessandro Ghigi, fu la prima testata ad occuparsi di gestione della fauna selvatica. Ma la riforma del 1977 che trasformò le riserve di caccia in aziende faunistico venatorie obbligò EPS ad un ruolo di secondo piano in quanto, col prevalere del  pubblico interesse, alle associazioni che rappresentavano esclusivamente i cacciatori fu riconosciuto un maggiore peso politico. Così EPS, che oggi rappresenta i concessionari e gli imprenditori agricoli, dopo circa 40 anni all’ombra della ribalta, attualmente torna ad essere l’attore principale, mediando e promuovendo il dialogo tra il mondo della caccia e quello agricolo.

Chi è oggi l’associato tipo di EPS?

I concessionari degli istituti faunistici – dalle riserve sociali alle zone addestramento cani, oltre ovviamente ad un cospicuo numero di cacciatori.

Il cacciatore medio perché dovrebbe scegliere EPS piuttosto che un’altra associazione di categoria?

Non credo sia corretto identificare i cacciatori in diverse classi sociali, ogni tipo di caccia dovrebbe essere tradizione, etica e cultura venatoria. Pertanto chi si associa a noi dovrebbe farlo per condividere gli scopi statutari, e a noi compete la responsabilità di rappresentarli nel migliore dei modi.

In merito alle fiere della caccia: che cosa si aspetta e che cosa le piacerebbe trovare all’interno di queste manifestazioni?

Quelle poche che ho avuto il piacere di visitare mi hanno dato l’idea di manifestazioni commerciali “vuote” che attirano visitatori in cerca di affari, ma il quesito è se lo stile organizzativo riesca o meno a costruire o migliorare la figura dei nostri cacciatori. Purtroppo il mio paragone è con le fiere organizzate nel resto d’Europa dove, vero che troviamo alcune analogie, ma è anche vero che troviamo maggiore espressione di una cultura e tradizione venatoria differentemente espressa dalle organizzazioni italiane. Mi aspetterei la nascita di format diversi che coinvolgano di più i cacciatori e che permettano agli stessi di meglio rappresentare la loro forma sociale. Sinceramente credo che ci sia ancora molto da fare.

Lupo, tema caldo: che idea si è fatto?Favorevole o contrario all’abbattimento selettivo degli esemplari problematici?

Mi piacerebbe partire da questo quesito: “Il lupo fa paura e il cane no?” A contare i morti e i feriti dovrebbe essere vero il contrario, non crede? Non sarà forse che il cane lo conosciamo da vicino, e il lupo invece solo attraverso qualche vecchia fiaba? Certo è che le idee che l’opinione pubblica si crea degli animali e della loro tutela è troppo spesso basata su vaghi principi etici trasportati nelle nostre menti spesso dall’animazione dei cartoni animati dove il cattivo è sempre l’uomo con la carabina. Ma se per un attimo proviamo a cancellare questo imprinting di parte e torniamo a ragionare in modo consapevole non vedo differenza con la gestione delle altre specie. Certo è che non abbiamo fatto molto e si continua a ragionare troppo con la pancia, spesso con il supporto di qualche politico in cerca di consensi; su quali siano le reali densità e, soprattutto, su quanto le predazioni veramente incidano, mi sembra ci siano solo studi di parte. Vero che i cacciatori (le uniche vedette rimaste sul territorio) meglio ne stiano fuori, concordo, ma certamente potrebbero essere guidati di più all’intensificazione del monitoraggio e ad investire di più attraverso le loro associazioni di riferimento che, invece di investire in gadget ridicoli e di poco gusto, potrebbero destinare i loro fondi ad un monitoraggio più attento del grande predatore.

Cinghiale e braccata, gestione degli ungulati: qual è secondo lei la situazione attuale in Italia?

Mi tocca su un punto dolente su cui reputo molti già conoscano il mio pensiero. Premesso che considero il cinghiale una risorsa e non un problema, prima di affrontare pregi e difetti delle forme di prelievo, le gioie e i dolori che questa specie suscita alla collettività intera trovano le loro fondamenta nella larga mancanza di conoscenze sulla specie. La formula di gestione italiana non ho mai compreso quanto abbia capito veramente. Nel panorama italico troviamo amministrazioni che partono direttamente con il controllo (sistema terminale atto a tamponare il fallimento della gestione), ed amministrazioni che fanno fatica ad utilizzare tutti i sistemi di prelievo. In mezzo a questo ci sono i cacciatori che si autogestiscono e che forzano le scelte gestionali sulla base della loro forza elettiva. Reputo che la formula magica non la abbia ancora trovata nessuno ma, certamente, far convivere prelievo selettivo e braccata potrebbe essere un primo passo importante se i metodi potessero essere applicati con il buon senso a seconda della tipologia del territorio da gestire. Poi, certamente, definirei con maggiore attenzione il metodo della “braccata” partendo dalla sicurezza per arrivare ad un minor impatto a livello di disturbo del territorio. Trasformando ciò che oggi sembra più appartenere “ai preumani della caccia” in una forma eticamente corretta che possa partecipare ad un prelievo venatorio più dignitoso. Quindi non sono assolutamente contrario alle braccate, che considero piuttosto per alcuni territori l’unico sistema perseguibile, ma sono contrario ai modi con cui spesso questa forma di prelievo viene esercitata.

Riformerebbe la 157/92?E se sì, in che modo? Abolizione dell’842: favorevole o contrario?Perché?

Le due domande hanno un’unica risposta: è corretto pensare ad una riforma dell’attuale legge, se prima non se ne identificano i reali attori? Il ciclo biologico della selvaggina si evolve nelle proprietà degli agricoltori e gli utenti, cioè le figure idonee al loro prelievo, sono i cacciatori. Come possiamo oggi pensare di scrivere nuove regole, se prima non viene stipulato un contratto “patto sociale” tra agricoltori e cacciatori? L’attuale obbligato in solido “lo Stato” ha ancora la possibilità di rispondere in prima persona agli effetti della gestione? Il modello attuale di gestione ha dimostrato i suoi profondi limiti: non saranno certo le attuali associazioni venatorie, seppur consapevoli,né potranno essere gli agricoltori, troppo colpiti a livello personale,a sollevare in prima persona il problema. Pertanto, fino a quando lo Stato non dimostrerà maggiore coscienza e conoscenza del problema, reputo rimarremo impantanati in questo vuoto insuperabile. Comunque, per non venire meno alla domanda iniziale, reputo il modello austriaco quello ottimale.

Che cosa manca oggi alla caccia italiana?

Più che altro, che valori ha ancor oggi la caccia italiana? Penso che la nostra forza resta sempre e comunque quel discreto numero di cacciatori, dotati di grande passione, che dimostrano di non voler mollare, a volte anche in età avanzata, e che si mettono in gioco dimostrando di voler crescere e di voler ampliare la loro cultura venatoria. Unico e intramontabile valore che può mantenerci al passo con i tempi, e che può contrastare l’estinzione. Se proprio devo dire cosa manca, credo che il parere più moderato che possa esprimere sia la mancanza di una rappresentatività al di sopra delle parti che lavori solo ed esclusivamente per il bene di questa tradizione che ci accompagna da sempre.

Comunicare la caccia: cartaceo o web? Perché?

Il mondo della comunicazione si è evoluto già da molto tempo, le notizie viaggiano veloci ( a volte anche troppo), ed il cartaceo è come la penna stilografica: rende immortali solo quando non vogliamo perdere nel tempo qualche cosa di molto importante. Penso che alcune fasce di età siano ancora legate al cartaceo e in qualche modo sia necessario tutelarle, in ogni caso la strada è ben definita: la comunicazione via web è necessaria, anche se a volte crea mostri difficilmente governabili (vedi partiti politici).

Qual è il futuro,secondo lei, della caccia in Italia?

Siamo nelle mani dell’onestà intellettuale dello Stato: quanto prima sarà in grado di normare, tanto prima si costituiranno scenari diversi da quelli attuali. Poi se in meglio o in peggio al momento è proprio difficile stimarlo.

Redazione aCaccia.com

 

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