Allevamento in cattività e conservazione

L’allevamento in cattività rappresenta un patrimonio genetico insostituibile per la conservazione delle specie selvatiche. Esso, infatti, è da sempre praticato dall’uomo, quest’ultimo da sempre affascinato dagli animali, tanto che non appena ha potuto li ha catturati e costretti a vivere accanto a lui.

L’uomo, infatti, ha iniziato da tempi immemorabili la domesticazione di alcune specie di animali, tutt’oggi insostituibili per la vita di noi stessi; ha iniziato con il lupo ed altri canidi selvatici, alcuni oggi estinti, per selezionare e allevare le innumerevoli razze canine arrivate fino ai giorni nostri. Dal coniglio selvatico abbiamo selezionato tutte le razze di coniglio da carne e quelle ornamentali. Dal piccione selvatico sono state selezionate tantissime razze, tra cui il piccione viaggiatore. Dal gallo bankiva originario dell’Asia derivano tutte le razze di galline domestiche oggi esistenti. Dai cinghiali ed altri suidi selvatici siamo arrivati ai maiali domestici, e ancora il cavallo è stato il mezzo di locomozione più straordinario che l’uomo abbia mai avuto.

Per non parlare delle pecore, delle capre, dei buoi, di anatre e oche. L’uomo da tutti questi animali (selezionati da specie selvatiche) ha tratto vantaggio dai molteplici usi che ne ha fatto: per nutrirsene, per difendersi, per coprirsi dal freddo, per fare utensili, per aiuto nella caccia, per locomozione, per comunicare e per goderne la vicinanza per un suo piacere estetico ed interiore. Oggi si continua ad allevare di tutto e sempre per gli stessi scopi citati poc’anzi, ma uno forse è il più importante, perché poi è quello che serve per la continuità delle specie selvatiche: allevare ai fini della conservazione.

Nel mondo esistono tantissime specie animali (selvatiche), allevate e riprodotte in cattività, quasi quante ce ne sono in natura. Esiste un patrimonio genetico insostituibile, portato avanti anche da privati spinti dal grande amore per gli animali e con grande sforzo finanziario, il più delle volte non visti di buon occhio, travisati da una falsa e tendenziosa informazione portata avanti da un certo ambientalismo-animalismo, che vuole vedere solo l’aspetto del povero uccellino in gabbia.

E’ risaputo e supportato invece da infiniti lavori, studi e ricerche provenienti da Organizzazioni Conservazionistiche di tutto il mondo, che nell’era distruttiva e consumistica in cui viviamo uno dei rimedi, se non in alcuni casi il più importante, per la salvaguardia delle specie faunistiche è proprio l’allevamento e la riproduzione in cattività. In alcuni Paesi questo è anche incentivato.

Nello stesso tempo anche le Normative Internazionali e Comunitarie non lo vietano: Convenzione di Washington e successive modifiche e Leggi; Direttiva CEE 79/409 concernente la Conservazione degli uccelli selvatici – art. 9 e successive modifiche; Direttiva CEE 92/43 relativa alla Conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatica – art. 14, art. 16; Convenzione di Berna del 19/09/1979 e resa esecutiva con Legge 503/1981 Convenzione relativa alla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente in Europa – art. 7 comma 3, lettera c – art. 9 comma 1 – art. 11 comma 2, lettera a; Convenzione di Parigi del 18/10/1950 e resa esecutiva con Legge 812/1978 Convenzione internazionale per la protezione degli uccelli – art. 4, art. 9. Legge Quadro 157/1992 “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”.

Un allevamento organizzato e gestito da persona competente è una fonte di studio e di ricerca continua, alcune volte difficilmente osservabile in natura: biologia ed etologia delle specie riprodotte, corteggiamento, canto, tempi riproduttivi, misure e colore delle uova, tempo di schiusa e accrescimento dei pulli, cure parentali, alimentazione e muta, nonché altri aspetti comportamentali. Le finalità dell’allevamento e riproduzione in cattività sono anche didattica, educazione ambientale e protezione.

Si possono organizzare dei Corsi di specializzazione per allevatori, per esempio sulle tecniche di alimentazione, su come costruire una voliera, come posizionarla, cassette nido e dimensioni, come posizionarle secondo i punti cardinali, il sole e l’altezza, sulle specie vegetali preferite per la costruzione dei nidi, sulle piante più idonee per naturalizzare una voliera, le piante da bacche, la loro messa a dimora, la costruzione di stagni e laghetti per allevamento e riproduzione delle anatre selvatiche con particolare riferimento alla vegetazione palustre.

Visite guidate negli allevamenti possono poi avvicinare i giovani a conoscere meglio questa “arte” e a comprendere il vero ruolo svolto dagli allevatori per il mantenimento, la selezione e la conservazione dell’avifauna selvatica (da non confondere con chi cattura e commercia illegalmente uccelli o altra fauna).

Enti ed Istituti scientifici, ma anche associazioni ambientaliste di concerto con gli allevatori che dispongono della “materia prima”, potrebbero intraprendere progetti finalizzati alla reintroduzione ed al ripopolamento di particolari specie importanti e di particolare rilievo conservazionistico. Alcuni allevatori possono mettere a disposizione delle Amministrazioni e delle associazioni ambientaliste competenti le loro strutture e la loro esperienza: per la raccolta e la riabilitazione di uccelli debilitati, feriti, o di pulli abbandonati dai genitori, o caduti dai nidi. Gli allevatori si possono mettere a disposizione delle Autorità Giudiziarie per gli affidamenti di animali sequestrati per vari motivi.

L’allevamento in cattività è sinonimo di protezione: si eviterebbero le catture illegali con mezzi tipo reti, panie, gabbie trappole, etc. e quindi non ci sarebbe più mercato nero di uccelli, per il semplice fatto che non ci sarebbe più richiesta, dal momento che si riproducono in cattività ed alla luce del sole, cioè autorizzati. Gli appassionati ornitofili saprebbero da chi rifornirsi. A nessuno conviene prendere un uccello di cattura, sia per l’inutilità nella riproduzione (almeno non in tempi brevi) ,sia per le sanzioni amministrative e penali alle quali si va incontro. Il bracconaggio avrebbe un effettivo crollo.

Molti pensano e sentenziano a sproposito che gli animali in cattività soffrono. Non è vero e lo riprova il fatto che in condizioni ottimali (ambiente/alloggio/alimentazione idonea alla specie), un animale psicologicamente e fisicamente sano assolve perfettamente tutte le sue funzioni biologiche, e la riproduzione ne è la prova più lampante. Un animale lavora di istinto e si riproduce solo se sta in ottimo stato sia fisicamente che psicologicamente, mentre un uomo e una donna chiusi in una gabbia possono tranquillamente procreare anche in condizioni di estremo stress. Agli animali sono i ritmi biologici e l’ambiente circostante a dire loro come e quando accoppiarsi.

Ripopolare o reintrodurre non sono operazioni antiecologiche. Credo fortemente nei miglioramenti ambientali che sono fondamentali per la nostra biodiversità. Premesso questo, non disdegno l’idea di allevare acquatici ai fini del ripopolamento e della reintroduzione, perché non la ritengo una idea antiecologica.

Animali selvatici in purezza allevati in ambiente naturalizzato, animali che si riproducono seguendo i propri ritmi biologici, comportamentali e trofici ricordando che sono animali geneticamente puri, perché un codone è un codone e non viene ibridato con una canapiglia: questo non avrebbe senso.

Il concetto di allevamento che intendo non è quello tradizionale e intensivo (incubatrice, lampada rossa e mangimi sfarinati con antibiotici), qui non si alleva e/o ibrida per una maggiore produzione di uova o altro. Gli animali che possono e devono essere utilizzati per le eventuali immissioni di ripopolamento o reintroduzione dovrebbero venire da allevamenti estensivi naturalizzati e questo a mio avviso dovrebbe avvenire per tutte le specie. Gli uccelli acquatici allevati non subiscono la perdita delle abitudini migratorie e della nicchia trofica; da sottolineare che le anatre di specie selvatiche allevate in ambiente naturalizzato al momento delle migrazioni hanno un comportamento irrequieto dando segni di nervosismo (spiccano il volo in modo simultaneo ed in orari precisi del giorno, in relazione anche alle condizioni climatiche e stagionali) e che nel periodo della muta, quando perdono la capacità del volo con la perdita delle remiganti, le anatre selvatiche (allevate in ambiente naturalizzato) sostano sempre dentro l’acqua e raramente vengono a terra (stesso comportamento che hanno in natura).

Per non parlare poi del modo di costruire il proprio nido secondo la propria specie: materiale, posizionamento, numero e colore delle uova, difesa dai predatori, cure parentali, alimentazione restano invariati come in natura. I pulli di qualsiasi specie acquatica allevata nel modo come descritto, all’imbrunire rincorrono le zanzare sul filo dell’acqua per mangiarle, si riempiono il gozzo come in natura e mostrano tante altre piccole sfumature che solo l’osservazione continua e sistematica permette di valutare correttamente.

Qui non si parla di animali in batteria, ma di animali selvatici – allevati e riprodotti in cattività in ambiente naturalizzato – ma pur sempre selvatici in tutto e per tutto. Quindi un’azione corretta dal punto di vista scientifico, perfettamente ecologica ed in linea con i dettami della conservazione delle specie selvatiche. Un codone allevato e liberato non va a cercare un germano reale dentro un laghetto di città per accoppiarsi,  ma va a cercare un altro codone. Ricordo ancora che qualsiasi specie di anatra selvatica allevata, se viene immessa in una qualsiasi zona umida dell’Italia, trova subito l’alimentazione adatta e il modo di procurarsela, nonché ricerca subito la vicinanza dei conspecifici unendosi a loro.

Qualcuno potrà dire che ripopolare le nostri paludi con dei codoni provenienti da allevamenti sia un piano di volgarizzazione della caccia: io invece al contrario ritengo che oltre alla difesa delle zone umide, nonché alle azioni di ripristino di queste, si possano intraprendere dei progetti finalizzati all’allevamento di specie acquatiche che andranno ad arricchire in termini quantitativi quelle specie che sono considerate in declino.

Ricordando ancora che organizzazioni conservazionistiche di tutto il mondo concordano con l’affermare che l’allevamento in cattività (effettuato in certi termini) è uno dei rimedi, se non il primo, per la conservazione delle specie. La priorità è sempre il miglioramento ambientale, questo è indubbio, ma ciò non vuol dire che le due cose non possano essere abbinate. Vorrei trovare un cacciatore o un ornitologo, anche specializzato negli acquatici, che sappia riconoscere un fischione, un codone o altro anatide di allevamento da un soggetto selvatico.

Stefano De Vita

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