Bracconaggio. Fra verità e ideologia anticaccia

[Comunicato Stampa]  Ancora una volta hanno risalto sui media allarmistiche ricostruzioni di parte sul fenomeno. Se da un lato il prelievo illegale di fauna selvatica esiste e non può essere negato, ma va condannato e combattuto,  dall’altro è importante fare chiarezza ed evitare grossolane esagerazioni.

Negli scorsi giorni, agenzie e organi di stampa hanno riproposto i dati delle Associazioni ambientaliste (LIPU e WWF) sull’impatto del bracconaggio attuato sugli uccelli in Italia e in altri 25 Paesi del Mediterraneo. In particolare, per il nostro Paese i dati forniti dalla LIPU indicano un minimo di 3,4 e un massimo di 7,8 milioni di uccelli uccisi o catturati illegalmente all’anno. Dati non recenti, poiché riferiti al periodo luglio 2014-giugno 2015, pubblicati nel 2016 sulla rivista Bird Conservation International (Brochet e coll., 2016).

In questa singolare statistica l’Italia è presentata in compagnia di Paesi quali Malta, Cipro, Egitto e Libano, e sostanzialmente si attribuisce al nostro Paese una situazione amministrativa e di governo fuori controllo sotto il profilo della prevenzione e del contrasto al fenomeno del bracconaggio, anche in rapporto al numero degli abitanti (0,09 esemplari per abitante all’anno).

Va notato, comunque, che al bracconaggio è attribuita una definizione molto ampia, dal commercio internazionale di specie tutelate al prelievo “abusivo” effettuato nel Nord Africa per fini alimentari, dal prelievo illegittimo per fini di tassidermia fino all’abbattimento di esemplari non compresi nei calendari venatori.

Innegabilmente si tratta di un fenomeno importante e in probabile aumento, anche tenendo conto dell’attuale stato di forte riduzione del personale degli Organi di vigilanza preposti (Polizie Provinciali e riorganizzazione subita dall’ex CFS). Tuttavia, occorre fare chiarezza.

In primo luogo, a essere stata riportata è una stima preliminare attuata sulla base dell’opinione di esperti ornitologi contattati da BirdLife International (per l’Italia la LIPU): non si tratta dunque di dati veri e propri.

In secondo luogo, la qualità delle informazioni è definita da questo stesso lavoro come molto variabile, soggetta a notevole incertezza su alcune stime, e connotata da una netta scarsità di dati valutati come attendibili.

Per l’Italia, le specie numericamente più colpite sarebbero il passero, il fringuello (che deterrebbe il record assoluto di prelievi illegali, con una stima tra i 2 e i 3 milioni di esemplari all’anno, ossia circa il 50% di tutti i prelievi contestati), il tordo bottaccio, l’allodola, la pispola (con ben 500.000-900.000 esemplari), il pettirosso, il cardellino, lo storno, il luì piccolo (e questo appare veramente sorprendente), il frosone (100.000-400.000) e il tordo sassello (50.000-300.000).

Cifre del tutto inverosimili, soprattutto nel caso del fringuello e della pispola. E chi sarebbero quei “pazzi” che, a decine di migliaia, si metterebbero a rischiare abitualmente delle sanzioni penali (art. 30, comma h, Legge n. 157/’92), ad esempio, con “ammenda fino a euro 1.549 per chi abbatte, cattura o detiene fringillidi in numero superiore a cinque”? Per prelevare 2-3 milioni di fringuelli e 500-900 mila pispole servirebbero, infatti, moltissime migliaia di persone disposte a rischiare per molte giornate l’anno. E per quale insensata ragione? Tutto questo è francamente impossibile nell’entità dichiarata dalla stima di BirdLife.

Diverso è il caso dell’abbattimento anche solo di pochi esemplari di specie rare. Realtà che, purtroppo, talora risulta essere oggetto di cronaca (una tra tutte l’ibis eremita).

Ma come stanno davvero le cose?

Dal marzo 2017, l’Italia si è dotata di un Piano d’azione per il contrasto alle uccisioni illegali degli Uccelli e, presso il ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, è stato istituito un Tavolo tecnico-operativo per attuare e monitorare il Piano stesso. Da notare la moltitudine di autorità e figure coinvolte: ministero dell’Ambiente, ministero delle Politiche agricole, ministero della Salute, ministero della Giustizia, ministero dell’Interno, ministero dell’Istruzione, tutte le Regioni e le Province autonome, Carabinieri (ex CFS), Autorità di Gestione CITES, INTERPOL, Corpo Forestale Regione Valle d’Aosta, Corpo Forestale Regione Sardegna, Istituto Zooprofilattico Sperimentale Lazio e Toscana – Centro Nazionale di Medicina Veterinaria Forense, ISPRA, Associazioni ambientaliste e venatorie.

Dopo un anno di lavoro di questo Gruppo una sola cosa è chiara: la scarsissima disponibilità di dati oggettivi sul fenomeno del bracconaggio in Italia. Esiste infatti una tabella con i dati relativi a solo 12 Regioni (2015), dalla quale è possibile evincere che 9.796 Agenti hanno redatto 9.306 verbali (0,95 a testa) per ogni tipologia di infrazione presunta, di cui solo il 28,7% si è tradotto in una sanzione amministrativa e il 9,7% in una sanzione penale.

Anche se questi dati, oggettivi, si riferiscono a poco più della metà delle regioni, e non sono direttamente correlati a un preciso numero di uccelli abbattuti o catturati illegalmente, è del tutto evidente che essi (gli unici disponibili ufficialmente in Italia) risultano del tutto incongruenti con le cifre di milioni di uccelli che le stime del citato studio di Brochet vorrebbero assegnare al nostro Paese.

Il contrasto al fenomeno del bracconaggio va ovviamente incrementato, a partire dal ripristino di adeguati livelli di vigilanza, come richiesto anche dalle Associazioni venatorie. Interventi molto decisi occorrono in particolare quando il fenomeno coinvolga specie minacciate o si connoti come un vero e proprio commercio illegale di queste stesse specie (ad esempio, la sottrazione di uova e nidiacei di rapaci destinati alla falconeria nei Paesi Arabi o nel Nord Africa).

In definitiva la nostra valutazione è che bisogna distinguere, nell’ambito del contrasto al bracconaggio, in base all’impatto che lo stesso ha sullo stato di conservazione delle specie; su queste bisogna concentrare gli sforzi e indirizzare nuove risorse in tempi brevi. Diversamente, si rischia di produrre documenti cartacei e di proporre azioni inefficaci nel colpire le situazioni più gravi nel campo della conservazione.

Purtroppo, le recenti campagne allarmistiche promosse dalle Associazioni ambientaliste sembrano avere come reale intento l’obiettivo primario di attaccare non già i bracconieri, bensì la caccia e i cacciatori italiani.

Continuando sulla strada del confronto e delle proposte concrete, auspichiamo e lavoriamo per una presa di posizione nella direzione sopra descritta da parte delle autorità e Istituzioni Italiane.

Roma, 15 maggio 2018

Federazione Italiana della Caccia

 

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