Campanacci sardi, tra arte e tradizione

Musiche nel bosco: in quest’epoca dove la frenesia e la tecnologia spesso ci opprimono e dove l’esasperazione di alcune razze canine esige l’utilizzo di innovativi sistemi GPS, è bello fermarsi ed apprezzare la semplicità di un oggetto capace di farci guardare oltre lo schermo di un palmare.

“Le solitudini coperte di asfodeli della montagna, e Aritzo e Tonara e Nuoro, verso la misteriosa Sardegna di Orgosolo, di Oliena di Orune, dei paesi di pastori, che mi parevano ancora avvolti in un’ombra lontanissima.”

(Carlo Levi)

E’ indissolubile il legame che lega il popolo sardo all’allevamento, si perde nella notte dei tempi e trova qui una delle massime espressioni. Ritroviamo il bestiame e la sua “musica” nelle maschere tradizionali del carnevale (Carrasecare): riti di fertilità e buon auspicio che richiamano il sodalizio atavico tra pastore e armenti (e.g. Boes e Merdules).

Qui nasce la tradizione del campanaccio (sonaza, sonazza, sonaggios,  pittiolo), l’esigenza di sentire quando non si può o non si riesce a vedere, uno “strumento musicale” capace di dare identità ad un gregge. Un gregge senza campani risulta anonimo. In passato, dal suono del campano, si capiva addirittura da dove arrivasse il gregge. I  pastori richiedevano un certo tipo di suono: si realizzavamo quindi campanacci specifici adatti alla montagna o alla pianura,  oppure  “calibrati” sulla dimensione del gregge o in base alla vicinanza di altre aziende.

Ed è sempre qui che attinge anche il cacciatore cinofilo legato alla tradizione: il campano e i suoi silenzi improvvisi, quando il fiato si ferma e il cuore sobbalza in attesa di un frullo…il campano e  l’adrenalina che scorre nel tintinnio frenetico della canizza dietro alla lepre o al cinghiale. Un compagno indispensabile per molti cacciatori, la canzone dei padri che risuona nei ricordi prima ancora che nelle nostre orecchie.

Oggi i custodi di questa cultura artigiana li troviamo ancora a Tonara nel Nuorese, unico paese in cui i campanacci vengono ancora manufatti.

La famiglia Floris è alla quarta generazione, ma nulla sembra cambiato nei gesti compiuti da queste mani sapienti. Un lungo procedimento, ben 26 fasi, dal taglio della  lamiera, passando per incudine e pazienza, fino alla fusione dell’ottone all’interno di crogioli di grafite. Così si trasforma il ferro in ferro ottonato, protetto dalle intemperie e capace di restituire una vasta gamma di suoni. Al loro interno alcuni campanacci hanno il batacchio in ferro, altri in osso: tibia di pecora o capra; anche in questo caso a seconda dei gusti e delle specifiche richieste dal cliente.

Più leggeri delle “campanelle” del Nord Italia, Svizzera e Austria, i campanacci di Tonara assicurano quella differenziazione dei suoni richiesta dagli allevatori. Il campanaccio infatti si può accordare secondo le esigenze di ognuno, a seconda della tonalità che si vuole dare al singolo oggetto si allarga o si restringe la “bocca”. L’artigiano diventa quasi un musicista capace di conferire la medesima accordatura all’intera partita da consegnare. Non solo il suono, i pastori badano anche alla sostanza, alla durata; un buon campano, ingrassato e ben custodito, dura per sempre.

Oggi ad impreziosire questi oggetti già ricolmi di storia e fascino ci pensa un altro grande artigiano Sardo: Siino Gioele, coi i suoi “Sonazos”.  Rifornendosi a Tonara fa dei campani delle vere e proprie opere d’arte decorando la lamiera ottonata con incisioni finemente cesellate, che ritraggono cani e selvaggina, sogni e dannazioni di ogni appassionato cacciatore.

Giuliano Milana

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