Il coniglio selvatico in Sicilia: origini e tratti

La Caccia in Sicilia ha un fascino non indifferente nel mondo venatorio nazionale, poiché riesce a racchiudere un connubio indissolubile tra storia e ars venandi: spesso, infatti, si ha la fortuna di solcare terreni pieni di storia, dove le montagne e i fiumi profumano di Magna Graecia e gli aranceti affondano le loro radici tra le necropoli greco romane; per dare più suggestione a questo meraviglioso scenario, poi, si deve far spazio a sua maestà l’“Etna”, custode di tutti i segreti nascosti in questa meravigliosa terra.

Tra le specie di mammiferi presenti in Sicilia, il Coniglio selvatico, Oryctolagus cuniculus, ricopre un ruolo importante sia dal punto di vista naturalistico, in quanto presente nella dieta di numerosi predatori come la volpe e i rapaci, sia dal punto di vista socio-economico, perché è una specie di tradizionale interesse venatorio.

Il coniglio  è una tra le prime specie della storia umana ad essere state cacciate per la loro carne, ma la sua domesticazione è la più tardiva di tutte, risalente a circa 1400 anni fa:  fu solo nel Medioevo che ebbe inizio l’allevamento su larga scala e la selezione per carne o pelliccia. I nostri antenati si resero conto molto velocemente che i conigli rappresentavano un’ottima risorsa alimentare: si trattava di una carne ad alto contenuto proteico e in quantità abbondante. Ma prima della vera e propria arte venatoria, i nostri avi erano costretti a cacciare questi animali timidi e sfuggenti utilizzando trappole o armi da lancio.

Il coniglio è una preda, un animale che vive nell’attesa di un predatore che lo minacci e pertanto in allerta costante: è dotato di orecchie che può muovere in modo indipendente, rendendosi capace di localizzare con precisione un potenziale pericolo; i suoi occhi gli forniscono un campo visivo quasi circolare, ad eccezione di un piccolo angolo cieco di fronte al muso; il naso del coniglio, inoltre, è più sensibile di quello umano e capace di rilevare una minaccia a notevole distanza.  Essi sono erbivori, si nutrono principalmente di erba e foglie, generalmente si ingozzano per la prima mezz’ora con qualunque cosa riescano ad ingurgitare, per poi trascorrere i successivi 30 minuti nel selezionare ciò che mettono sotto i denti.

La loro dieta contiene una grande quantità di cellulosa, difficilmente digeribile dai non ruminanti; per risolvere questo problema, il coniglio produce due tipi di feci: feci solide, simili a piccole sfere scure, e feci morbide, che vengono immediatamente ingerite allo scopo di estrarre il massimo dalla materia vegetale pre-digerita.   Il coniglio esce dalla tana all’alba e al tramonto, solo dopo essersi assicurato, con l’udito finissimo, che non vi siano pericoli. Si reca per lo più in posti elevati dove può scorgere un vasto orizzonte, e quindi fa accurata pulizia passandosi ripetutamente le zampe anteriori sul dorso e sulle orecchie, come fanno i gatti.

Va quindi alla ricerca del cibo, prima cautamente e poi rassicurato, facendo lunghe corse attraverso i luoghi sconfinati e passando per lo più per gli stessi sentieri. Nelle notti di plenilunio i conigli amano riunirsi nelle radure e negli spazi dei boschi e nelle vigne, e quindi si divertono a rincorrersi e a fare pulizia; basta però che un rumore o uno di essi dia l’allarme, battendo con le due zampe posteriori vivamente il terreno, perché tutti lestamente si disperdano e raggiungano le loro tane, le stesse dotate di più camere e connesse da gallerie, affidandosi a numerosi punti d’entrata o d’uscita per eludere i predatori.

La riproduzione avviene in febbraio o marzo secondo le località, la fecondità è di quattro o cinque anni, però l’epoca più prolifica è rappresentata dal secondo e dal terzo anno. Il maschio, di natura ardentissima, si trova sempre pronto all’accoppiamento; non così la femmina, che va invece in calore in epoche variabili. La gestazione dura circa un mese: la femmina, pochi giorni prima del parto, abbandona la tana comune recandosi in un luogo più appartato ove scava una galleria, sempre diretta obliquamente in basso, poco profonda, con una sola entrata, e vi trasporta paglie, foglie secche e altro che colloca a forma di scodella in fondo alla tana; si strappa il pelo dal ventre ed attorno alle mammelle, per rendere morbido e caldo il nido.

Il parto avviene nel nido ed è sempre facilissimo, come avviene in tutti gli animali multipari. I piccoli nascono nudi e con gli occhi chiusi. La madre li lecca per liberarli dal leggerissimo involucro fetale che essa mangia. Terminato il parto ed accomodati i coniglietti ben puliti nel nido, esce dalla tana e vi rientra per allattarli mattina e sera, dissimulando l’apertura con terra, foglie ed erbe. L’allattamento dura da ventotto a trenta giorni, a venti giorni i piccoli cominciano ad uscire ed a giocare tra loro. Terminato il periodo di allattamento, la madre porta fuori la famigliola insegnando ai coniglietti a mangiare l’erba ed il segnale di allarme per quando occorre rientrare; dopo qualche giorno la conduce nella galleria comune dove il padre si mostra tenerissimo coi piccoli, li lecca, li accarezza e veglia su di loro con non minor sollecitudine della madre. Essa finora si è sottratta al maschio, perché questi, dominato da uno stimolo ardente, ucciderebbe i piccoli per godere di lei, o per lo meno, ne pregiudicherebbe lo sviluppo.

Sin dalle prime origini, la caccia più diffusa in Sicilia è stata proprio quella al coniglio selvatico, un selvatico endemico, ad oggi ridotto ai minimi termini in alcune zone della Sicilia, soprattutto nel versante della Sicilia occidentale, a causa di varie avversità. Le cause del declino sono in parte da ricondurre alle modificazioni del territorio: da un lato l’aumento della boscosità nelle aree collinari ad agricoltura marginale, dall’altro la sostituzione dell’agricoltura tradizionale, ampio sviluppo delle colture non irrigue, con agricoltura intensiva e ampliamento della superficie irrigua.

Tra le malattie che hanno contribuito a ridurre numericamente la consistenza allo stato selvatico del coniglio, conosciamo la Malattia Emorragica Virale indicata con l’acronimo MEV (con le sue varianti) e la Mixomatosi. Recentemente è stato isolato un nuovo ceppo di malattia emorragica virale nominato RHDV2, ad elevata patogenicità.  La malattia emorragica virale (MEV) del coniglio è una malattia contagiosa e letale, comparsa per la prima volta nell’Est Asiatico, per poi espandersi, in Europa, America, Africa. Attualmente, risulta segnalata in più di 40 paesi ed è endemica in Europa ed in tutto il bacino del Mediterraneo, in pratica dove si evidenza la presenza dell’ospite selvatico naturale, il coniglio europeo ( Oryctolagus cuniculus ).

L’agente eziologico della MEV, (RHDV dall’inglese Rabbit Haemorrhagic Disease Virus) è classificato come generale Lagovirus nella famiglia Caliciviridae. RHDV è un virus provvisto di una consistente variabilità genetica e antigenetica, grazie anche alla sua elevata diffusibilità e resistenza ambientale. Il coniglio selvatico è ancora abbastanza diffuso, anche se in maniera non uniforme, in tutta la Sicilia; è presente anche nelle isole minori e su piccoli scogli di pochi ettari, dove spesso raggiunge anche densità elevate.

Vincenzo Manno

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