Diari di caccia: il profumo del camoscio

Verso la metà di ottobre mi alzo di buon’ora di sabato mattina e alle sei e dieci esco dal garage con l’auto carica dei bagagli. Questa volta è lo stomaco ad essere a pezzi. Spingo un po’ sull’acceleratore della mia petroliera e, complice l’assenza di traffico ed una bella giornata, per ora di pranzo sono già accolto dal profumo degli abeti sloveni che decorano le propaggini settentrionali delle Alpi dinariche.

Nel piccolo villaggio suono all’abitazione sbagliata. Esce una sorridente ragazzotta, cicciottella e scalza. Un po’ troppo pienotta per la sua età. Ma con simpatia e buon inglese, sempre scalza sull’asfalto sporco di terra e di quel che lasciano gli armenti, mi indicherà la casa giusta.

Slavi sarà più che ospitale. Quasi affettuosa. La sua slivovka di benvenuto dà il colpo di grazia al mio stomaco. Nonostante la squisitezza delle mele e delle pere essiccate che mi fa trovare in una ciotola che sarà sempre mantenuta colma per me.

La stanza è tradizionale e pulitissima.

Chiudo un po’ gli occhi sul letto.

Alle tre sarebbe passato Urban a prendermi. Nel frattempo mi chiama il Presidente. La questione della telefonata era lunga e delicata. Arriva Urban, carico molta inutile attrezzatura sulla sua auto guidata dal padre e, nel frattempo continuo a parlare al telefono con il Presidente fintantoché non arriviamo alla fattoria dall’altro lato della valle. La circostanza ed il congedo dalla telefonata mi lasciano un sorriso stampato sul volto.

La bella giornata, dopo un pesante, lungo e piovoso anticipo d’autunno, suggerisce la possibilità di provare un rarissimo aspetto d’altana ai camosci di bosco, in luogo della ordinaria cerca.

Non credevo che quei posti, boscosi e di bassa quota, potessero essere frequentati dai camosci. Quando l’ho scoperto la curiosità si è trasformata in desiderio ardente. E, nonostante avessi cercato per un paio di giorni nelle zone che mi erano state indicate, non ero riuscito a vederli. Dovevo ritornarci. In ogni caso avevo scoperto l’arcano che consentiva alla specie decisamente rupicola di frequentare il bosco. Molta roccia esposta caratterizzava i luoghi. Quel pomeriggio mi stavo incamminando verso un prato che solo dopo ho scoperto essere limitrofo ad un orrido roccioso chiamato pekèl, cioè inferno. Logico lo sfruttamento di pascoli grassi pertinenziali ai loro rocciosi ripari.

Le cose che non sono scontate appaiono più attraenti. E’ normale aspettarsi i camosci sulle praterie d’alta quota, ai margini dei ghiaioni, sui terrazzi erbosi di pareti rocciose. Altrettanto vederli pascolare vicino le baite o quasi in paese all’inizio della primavera, ma sempre in “montagna”. I camosci di bosco delle Alpi dinariche hanno un altro fascino. Soprattutto quando l’attrattiva proviene da selve prorompenti di biodiversità e molto lontano dai canoni concettuali della montagna. E allora la combinazione diventa esplosiva di carisma e di mistero. Il camoscio che condivide la foresta dell’orso e del cervo, solo perché la foresta avvolge anche le rocce.

Quel pomeriggio i prati dovevano essere proprio appetitosi. Sarà stata la telefonata del Presidente o qualche altra combinazione fortuita, ma i puntini neri ai margini del bosco e nemmeno tanto lontani dalle case della vicina fattoria erano i camosci, e ancora con il sole ancora abbastanza alto. Nemmeno, allertati della nostra presenza, sono irrimediabilmente scappati, ma tutt’altro.

Il tempo di scegliere il capo giusto, con il nero mantello invernale ben messo, e poco dopo ero in buona luce del giorno a contemplarlo. A guardare le ghiandole retrocorneali già estruse e lo spesso strato di resina che ricopriva la parte anteriore delle corna. Non si era sfregato su di un abete, come avevo immaginato all’inizio. La resina aveva l’inconfondibile odore del mugo. In quei boschi, come da manuale, il buon camoscio aveva trovato la giusta sua essenza da rupicapra. Una montagna traslocata altrove, in un luogo da favola, fuori da ogni schema consueto.

D’un tratto la piacevolissima sensazione: lo stomaco aveva cessato di farmi male!

E l’effetto durerà alcuni giorni, nonostante le cariche pietanze slovene!
Inutili i gastroprotettori, le benzodiazepine, la correzione delle “scorrette abitudini alimentari”. Il problema è staccare il cervello. Estrarlo dalla scatola cranica e sciacquarlo in acqua corrente. Lasciarlo asciugare all’aria e fargli prendere un po’ di sole. Ma come si fa? Ogni giornata è una battaglia campale. Per difendersi dal male che gli altri ti provocano. Homo homini lupus. Invidie, gelosie, ignoranze, abusi di potere e malignità gratuita.

Urban, soddisfatto per il suo ruolo di giovane accompagnatore, assieme a suo padre, lusingato dal buon esito dell’uscita, mi portano a casa loro a festeggiare con una birra. Fuori di casa la signora Kosir stava preparando la verza in salamoia. L’ambiente era pulitissimo. Tutto lustro a specchio direi. Alle pareti i trofei cacciati dalla sorella di Urban. Sulla tavola tre birre serbe “Jelen”, che, per rispetto al nome, hanno un imponente cervo rappresentato sull’etichetta.

Poi via alla lovski dom per le misurazioni e la conservazione in cella frigorifera.

Una struttura comune impeccabile quanto ad ordine e pulizia, semplicemente impressionante. Sta a significare che ciascun cacciatore appartenente alla lovska družina ne dispone con rispetto e con un’attenzione superiore od uguale a quella impiegata per le cose proprie.

Dopo la cena da Miha e Ana, tornando a  Zabočevo, i fari della macchina illumineranno, in una curva, il posteriore di un orso. Qualche chilometro avanti un cervo al pascolo.

La mattina dopo indugerò a letto e Slavi mi farà trovare una colazione sontuosa.

L’occasione sospinge per una passeggiata in solitaria verso i boschi che risalgono sul pianoro di Rakitna. A dir poco magnifici, nella loro semplice naturalità e nell’apparente tracotanza di biodiversità, così connaturata con le attività tradizionali dell’uomo. Riflessioni profonde mi spingono a condividere lo stato dell’anima con un amico per mezzo di lunghi sms.

Le Alpi dinariche mostrano un volto nuovo della conservazione della natura. Che passa per la riscoperta dell’uomo in una visione naturocentrica, fruitore sostenibile di un ambiente uterino verso ogni componente vivente, in un rapporto di equilibrio conservativo immutato nei secoli.

Per pranzo raggiungo la Gostilna Pekél, all’inizio dell’omonima forra. E’ domenica. Il locale è pieno di avventori.

Nel pomeriggio, dopo un riposino, m’incammino a piedi verso la giogaia che chiude a sud la valle della prušnica. Incontro Slavi che in bicicletta andava dalla parrucchiera. Perché l’indomani avrebbe ripreso a lavorare a Ljubljana e voleva farsi bella. Cerco di divorare i colori ed i profumi che mi circondano. L’autunno incalza. Le zucche e coloratissime verdure decorano i piccoli orti delle dignitose case. Mi guardo attorno. Vedrò solo delle femmine di cervo in alto su di un prato ai margini del bosco che sormonta la chiesa di Zabočevo.

Decido di ripartire il giorno dopo. Inutile star da solo a rigirarmi i pollici. Eppoi le previsioni davano il ritorno della pioggia.

Ancora Slavi mostrerà un’accoglienza impagabile. Fuori piove, anzi diluvia. Mi fermo alla lovski dom. Troverò molti cacciatori, tra cui Klemen. Erano venuti apposta per vedere il camoscio e per salutarmi. Sotto la pioggia tutti decorosamente e rigorosamente vestiti da caccia.

Li saluto affettuosamente e raggiungo il Mercator per caricarmi un po’ di spesa. Riporto ciò che non si trova in Italia o quanto ha un sapore diverso.

A casa sistemerò il camoscio per la frollatura non senza infilare più volte il naso nel pelo: non si sentiva un odore di animale, ma un profondo profumo di bosco. E non di un bosco qualunque. Ma di quella combinazione di essenze dei boschi dinarici. Faggio, abete bianco con note di terra bagnata, di foglie umide, di fieno tagliato, di frutti di bosco, di resina di mugo.

 

Giacomo Nicolucci

 

 

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